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Carlotta Cossutta (Ansa)

L’album dei potenziali candidati a Sindaco di Milano si arricchisce sempre più. A sinistra, con Avs, sembra essere pronta a lanciarsi Carlotta Cossutta, la quasi quarantenne nipote di Armando Cossutta, che fu esponente di primo piano dell’allora Partito comunista italiano e uomo di fiducia di Mosca in Italia. Nata e cresciuta nel capoluogo lombardo, oggi Carlotta è co-presidente della Casa delle Donne di Milano, attivista di «Non una di meno» e docente universitaria.

In diverse occasioni aveva dichiarato che era nelle sue intenzioni seguire le orme del nonno, e quindi eccola pronta a candidarsi alle primarie del campo largo a Milano, a mettersi in gioco con l’intenzione di rappresentare un pezzo della realtà civica milanese e degli innumerevoli centri sociali presenti in città.

In una intervista rilasciata al Manifesto circa un anno fa, in concomitanza dello sgombero del Leoncavallo, ebbe modo di dichiarare che quello era un duro colpo, perché lo storico centro sociale era sempre stato nel suo panorama politico ed emotivo. E che una Milano senza il Leoncavallo non sarebbe stata più la stessa città, non solo simbolicamente ma anche affettivamente.La sua candidatura sembra far discutere almeno per due ordini di motivo: il primo, diciamo così, è di coerenza estetica.

Abitando lei in un attico, immaginiamo non da quattro soldi, in zona Piola, metaforicamente un po’ lontano dai luoghi di frequentazione sociale che intende rappresentare, verrebbe naturale chiedere che ci azzecca in tale avventura politica.

C’è da dire però che in questo caso, se non altro, almeno l’attico è di sua proprietà, e ciò la differenzia molto dall’altra «pasionaria» arruolata dal duo FratoianniBonelli, la deputata europea Ilaria Salis, che invece le case ama occuparle. Pur essendo facce della stessa medaglia, è lontano da noi l’idea di professare del moralismo verso chi invece ha sempre fatto la morale agli altri: intendiamo solo sottolineare incoerenze e incongruenze di una sinistra che spesso ama mettere in mostra un certo «fighettismo», quell’insopportabile complesso di superiorità che trasforma una certa sinistra italiana in una élite che in confronto Bilderberg sembra una bocciofila. La convinzione – tanto profonda quanto infondata – di essere depositari di un primato morale che permette di guardare tutti dall’alto verso il basso.

Ed è questo il vero problema della sinistra italiana: aver ucciso nella culla il riformismo e contrapporre al pensiero forte conservatore e liberale un non pensiero come il «fighettismo», che è solo una posa, un atteggiamento, una forma senza una sostanza.

Come quando Nicola Fratoianni e sua moglie, la deputata Elisabetta Piccolotti, annunciarono con orgoglio di voler vendere la loro Tesla per prendere le distanze da Elon Musk, pensando in buona fede che quella fosse la notizia. Ma se chi guida la Tesla guida anche il più importante partito anticapitalista del Paese, allora la notizia non è che abbia deciso di vendere un’auto da «borghesi», ma che in precedenza l’avesse comprata.

Il secondo motivo per il quale questa ipotesi di candidatura fa discutere è rappresentato dal fatto che questa discesa in campo può rompere le scatole a sinistra della coalizione. La paura, cioè, che in eventuali primarie possa sottrarre voti a Pierfrancesco Majorino, favorendo così l’ascesa di Mario Calabresi.

Nel frattempo, mentre il campo largo ha deciso di rinviare a settembre le decisioni su primarie e candidature, la macchina dei potenziali candidati è decisamente in moto. Stanno lavorando tutti sul piano politico e organizzativo per cercare di essere a settembre in pole position. Chi utilizzando i social, chi organizzativamente in vecchio stile. Il dato vero è che nessuno vuole fare prigionieri. Le regole del Pd, in caso di primarie, sono ben definite. Possono partecipare, se iscritti al partito, solo due candidati.

Per poter partecipare il candidato iscritto deve raccogliere almeno il 30% di firme tra gli iscritti o più o meno la stessa percentuale tra i componenti dell’assemblea dell’area metropolitana. Una cosa non da poco che ovviamente favorisce chi ha un radicamento più consolidato.

Ed è ad esempio su questo versante che sta lavorando alacremente Pierfrancesco Majorino contro il giovane Lorenzo Pacini e la stessa Anna Scavuzzo, cercando di raccogliere larghe adesioni che non permettano ad altri di giocare la propria partita. È sempre la paura di cui sopra che muove il capogruppo del Pd in regione Lombardia.

In sostanza Majorino non vuole concorrenti a sinistra, in barba ai processi democratici di cui la sinistra tanto si vanta. Vedremo cosa succederà, ciò che possiamo però affermare è che la preparazione al dopo Sala non avverrà certamente con spirito amichevole.

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