Si indignano per tutto dalla Cgil. Evidenziano come il loro ultimo rapporto sulla spesa che i Comuni dedicano al welfare sia una fotografia implacabile delle disuguaglianze del Paese. Come la media degli investimenti in stato sociale per abitante sia bassissima.
Come si passi dai 600 euro e oltre di Bolzano agli appena 18 euro medi dei paesi della provincia di Vibo Valentia. E come, in Italia, ad aver bisogno d’aiuto non siano più soltanto le persone con fragilità definite (minori, disabili ecc), ma sempre più spesso chi ha bisogno di lavorare per vivere e un lavoro non ce l’ha. Insomma, come quasi sempre fa, il sindacato di Maurizio Landini prende dei numeri, in questo caso le rilevazioni Istat fino al 2022, li analizza e poi li usa strumentalmente per attaccare Giorgia Meloni. Con il commento della segretaria nazionale Daniela Barbaresi che si chiede come faccia «il governo a rifiutare anche solo l’idea del salario minimo legale per parlare con tragica ironia nel decreto 1 maggio di “salario giusto”». Insomma, la solita litania.
Con il commento della segretaria nazionale Daniela Barbaresi che si chiede come faccia «il governo a rifiutare anche solo l’idea del salario minimo legale per parlare con tragica ironia nel decreto 1 maggio di “salario giusto”». Insomma, la solita litania. Il punto è che nella sua foga antimeloniana il sindacato s’è perso alcune delle tabelle del suo studio che confutano con la forza dei numeri tutta la retorica immigrazionista della sinistra.
Perché sarà pur vero che la spesa sociale dei Comuni è bassa e che si può fare di più, ma è altrettanto indiscutibile che quel di più negli ultimi 10 anni analizzati (sia va dal 2011 al 2022) è andato a tutto vantaggio degli immigrati e a discapito invece di chi – dagli anziani ai disabili fino agli adulti in difficoltà – ne avrebbe altrettanto se non maggior bisogno. In buona sostanza, la spesa sociale pro capite per immigrato dal 2011-2022 è praticamente raddoppiata, passando da 46 a 89 euro, mentre quella per gli anziani che hanno più di 65 anni si è ridotta da 107 a 93 euro. Non basta?
Nello stesso arco temporale gli investimenti pro capite dei Comuni per i disabili sono passati da 2.991 euro a 2.217 euro e quelli per i poveri e per gli adulti che vivono in una situazione di disagio è in flessione, dai 27 euro del 2020 ai 22 dell’ultima rilevazione, quella che fa riferimento al 2022.
Una escalation al contrario che negli anni a seguire non può che essere peggiorata. Eppure di questi numeri nell’analisi di Landini e compagni non v’è traccia. «Nel 2022», si legge nella sintesi con la quale il sindacato riporta i risultati dello studio, «la spesa dei Comuni per i servizi sociali e socio-educativi è stata di 8,9 miliardi di euro, a cui si aggiungono 1,2 miliardi di euro rimborsati dal Servizio sanitario nazionale e 812 milioni di compartecipazione degli utenti, per un totale di 10,9 miliardi di euro di risorse impegnate».
Pochi? Molti? Dipende, importante capire a chi vanno. «La parte più rilevante», si legge nel report dell’area Stato sociale e diritti del sindacato, «è destinata a famiglie e minori, 2,7 milioni di utenti cui vanno 3,3 miliardi di euro, di cui quasi la metà destinata ad asili nido e servizi educativi. Seguono 2,4 miliardi per le persone con disabilità (883.000 utenti), 1,3 miliardi per gli anziani (1,5 milioni di utenti), 800 milioni di euro per il contrasto della povertà e per il disagio degli adulti (1,4 milioni di utenti), 452 milioni per interventi e servizi sociali per i migranti (445.000 utenti) ecc».
Nessun accenno alle tendenze di cui sopra. Nessun riferimento al fatto che numeri assoluti alla mano, i Comuni spendevano nel 2012 195 milioni per aiutare gli immigrati e dieci anni dopo superavano abbondantemente quota 450 milioni (+131,8%), mentre nello stesso arco temporale gli investimenti per i nostri anziani si riducevano (-9,3%) passando da 2 miliardi e 671 milioni a meno di 2 miliardi e mezzo.
Così è successo che mentre per immigrati e nomadi i nostri Comuni si sono svenati per garantire loro un tetto sotto il quale vivere (218 milioni se ne sono andati per le strutture residenziali) e per provvedere a interventi per l’integrazione sociale (50 milioni), le principali voci di spesa per gli over 65 (integrazione alla retta per le strutture residenziali, spesa per assistenza domiciliare, servizi sanitari ecc) restavano pressoché stabili o addirittura si riducevano.
Com’è stato possibile? Un po’ di risposte le avremmo – partono dalle crociate ideologiche della sinistra sull’accoglienza e arrivano fino alla plateale sottovalutazione delle conseguenze socio-economiche del fenomeno migratorio senza controllo – ma siamo sicuri che alla Cgil non piacerebbero. Più semplice rifugiarsi nel solito articolo 3 della Costituzione e dire che è colpa del governo perché «il sistema attuale, eccessivamente basato sulle risorse proprie degli enti locali, sta allargando la forbice delle disuguaglianze nel Paese, lasciando indietro chi ha più bisogno di protezione». Per i mea culpa anche questa volta toccherà sperare nel prossimo giro.
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