Disordini per Fakir: gli indagati sono 12. Sulla sanità emiliana la sinistra fa autogol
Ansa

Ci sono 12 indagati per la notte di guerriglia urbana che lo scorso 20 luglio a Bologna ha accompagnato la manifestazione di piazza indetta dal sindaco, Matteo Lepore, per la morte di Abderrahim Fakir, il quarantaduenne marocchino deceduto durante una manovra di contenimento della polizia nel rione Pilastro.

La Procura di Bologna ha aperto ufficialmente un fascicolo e gli iscritti – con tutta probabilità i soliti noti di collettivi e centri sociali – dovranno rispondere a vario titolo, di resistenza a pubblico ufficiale, travisamento e danneggiamento. Quella notte, infatti, in quattro ore di inferno, la violenza gratuita degli antagonisti ha raggiunto livelli importanti: quattro automobili date alle fiamme, decine di biciclette elettriche accatastate come barricata antipolizia, cantieri violati e saccheggiati per il classico lancio di oggetti contro la celere, per un totale di oltre 200.000 euro di danni, oltre a decine di agenti feriti.

Tra gli indagati risulta anche un ventenne che durante gli scontri era già stato fermato ma che poi – nemmeno a dirlo – era stato rimesso in libertà il giorno successivo, con un divieto di dimora in tasca su decisione del giudice per le indagini preliminari, che non ne aveva convalidato l’arresto. Per lui il processo comincerà il 9 settembre.

Ieri la Procura di Bologna ha dovuto rispondere anche alle bordate dell’avvocato della famiglia di Fakir, Fabio Anselmo, che – evidentemente certo di ripercorrere con una certa agilità le orme che lo hanno portato alla notorietà con i casi Aldrovandi e Cucchi – aveva chiesto nei giorni scorsi che «gli accertamenti» sulla morte del quarantaduenne marocchino fossero «affidati a un altro corpo investigativo». «La garanzia migliore per la terzietà e la distanza tra i fatti e chi indaga è che sia il coordinamento dei pm» a seguire le indagini, hanno risposto gli inquirenti, «le quali sono affidate a un pool di magistrati» che in queste ore stanno ascoltando i testimoni e visionando i numerosi filmati per verificare eventuali punti da approfondire. Uno di questi sarà probabilmente quello relativo all’intervento degli operatori sanitari e della mancata presenza di un medico sulla scena che – secondo alcune tesi al momento assolutamente non provate e ufficialmente confutate dalle Comunità scientifiche dell’emergenza urgenza – avrebbe rallentato le attività di assistenza e di rianimazione. Tuttavia se queste ipotesi dovessero essere anche solo in minima parte confermate, si tratterebbe di uno smacco non da poco per i tanti ambasciatori delle politiche sanitarie del Pd in Emilia-Romagna, a partire dal presidente della Regione, Michele De Pascale.

Secondo un’accurata ricostruzione del Corriere di Bologna, infatti, lo scorso 19 luglio i due agenti di polizia, prima di intervenire per contenere Fakir che sta dando in escandescenze da ore, chiamano, subito e per ben due volte, il 118 perché si trovano di fronte a «un uomo in crisi psichiatrica». In loro aiuto, tuttavia, non arriva un’automedica (l’unica che ha a bordo un medico autorizzato in caso di urgenza a mettere in atto azioni di sedazione o manovre di rianimazione), ma un’ambulanza condotta da operatori volontari che non possono – per mansioni e protocolli – intervenire direttamente, se non per il trasporto in ospedale del paziente. Solo più tardi – e su richiesta stessa degli operatori sanitari, che intimano alla centrale di rivalutare la situazione – sul luogo dell’intervento arriva un medico, ma le condizioni dell’individuo sono già troppo gravi.

Cos’è successo? Semplice: al caso di Fakir la Centrale operativa del 118 – seguendo i criteri di un algoritmo che verifica le situazioni in essere e le incrocia con la effettiva disponibilità dei mezzi e dei sanitari disponibili – ha assegnato un codice verde, che per sua natura non presenta particolare urgenza di intervento. Avete letto bene, un algoritmo. Necessario per supportare l’attività particolarmente complessa della «Centrale unica del 118» dell’Emilia-Romagna, strutturata per rispondere in termini regionali a tutte le chiamate. Un fiore all’occhiello della sanità targata Pd, pensata per «ottenere una drastica riduzione degli errori e una più rapida attivazione dei mezzi di soccorso attraverso sofisticate tecnologie». Dunque, sarà stato l’algoritmo a sbagliare l’assegnazione del codice nel caso Fakir? O forse non c’era la disponibilità di uomini e mezzi sufficienti, come accade sempre più di frequente nella regione rossa, che si è trovata a dover coprire in fretta e furia un buco da quasi 200 milioni di euro per non andare in default?

Nei suoi primi due anni di governo, De Pascale, nel tentativo di rimediare agli sprechi del passato, ha aumentato i ticket sanitari, chiuso le porte ai pazienti da fuori regione, ma non è riuscito a mettere mano alla la carenza cronica di organico che affligge gli ospedali del territorio, con un medico su quattro – secondo recenti sondaggi -, che a causa del carico eccessivo di lavoro, sta valutando se lasciare l’impiego. Proprio per fare fronte a queste carenze, senza spendere 1 euro, esattamente un anno fa le Asl avviarono un progetto sperimentale che prevedeva l’impiego di ambulanze senza medici (esattamente come quella che è stata inviata al Pilastro), ma con semplici operatori autorizzati alle sole operazioni di base. Il progetto-pilota era stato ideato per fronteggiare la carenza di personale durante l’estate.

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