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Conferenza stampa di una delegazione di attivisti No Tav contro le ordinanze di divieto di campeggio nelle vicinanze dei cantieri in Val di Susa (Ansa)

«À la guerre comme à la guerre». Ma questa volta non solo sul campo. Ha agito di strategia, ieri, il prefetto di Torino Donato Cafagna e, anticipando, per una volta, le mosse della protesta No Tav, ha emesso tre ordinanze urgenti, per vietare il «campeggio libero» il «travisamento del volto» e «l’accesso a piedi in forme organizzate» nei paesi della Val di Susa, dove gli attivisti stavano riorganizzando le truppe dopo gli scontri violentissimi di sabato scorso.

E poiché, durante la giornata, i manifestanti indispettiti cercavano di spostarsi per piazzare le loro tende nelle aree non comprese dai divieti, nel pomeriggio è arrivato un nuovo documento che ha esteso la «zona rossa» e costretto i contestatari a spostarsi di nuovo, da un lato all’altro della valle senza più una meta precisa.

Certo sono servite decine di agenti per un simile controllo del territorio e la tensione in più momenti è stata alta, ma la mossa a sorpresa ha spiazzato l’esercito No Tav che non ha avuto, lì per lì, la forza di reagire.

La risposta dei No Tav: «Saremo ovunque e ci divertiremo»

Ovviamente, in serata, una risposta è arrivata e con tutto il sapore di una minaccia: «Se ci tolgono tutti gli spazi saremo ovunque e ci divertiremo più del previsto», hanno annunciato con un comunicato gli organizzatori della protesta. Parole che fanno temere il peggio, considerato che per sabato 1 agosto era già stata messa in preventivo dai movimenti una «serata di lotta» e che il week end coincide con quello di domenica 2 agosto, che vedrà celebrare a Bologna il 46° anniversario della strage del 1980.

Nel capoluogo emiliano, infatti, il clima intorno alle celebrazioni da sempre teso è diventato rovente (e potenzialmente pericoloso) dopo la vicenda – cavalcata politicamente dal Pd e dalla sinistra locale – della morte di Abderrahim Fakir, un marocchino di 42 anni deceduto durante una operazione di polizia il 19 luglio, divenuta il pretesto per un violento assalto alle forze dell’ordine che ha visto 70 agenti feriti negli scontri, durante una manifestazione di piazza convocata proprio dal sindaco del capoluogo emiliano, Matteo Lepore.

Per quanto riguarda la Val di Susa, comunque sia, gli scontri di sabato 25 luglio hanno lasciato tracce indelebili e, forse, cambiato gli assetti. Non solo perché con 3.000 persone identificate, 150 agenti feriti e oltre un milione di danni, i fermati sono e restano soltanto due, ma anche per le rivendicazioni dei No Tav che hanno smentito ufficialmente la narrazione della sinistra buonista che fa dei distinguo tra i violenti e i pacifici, facendo cadere qualsiasi speranza (se ve ne fossero state) di un possibile contenimento mirato solo ai momenti di guerriglia.

Le ordinanze del prefetto e la nuova zona rossa in Val di Susa

Per questo week end, infatti, come se niente fosse accaduto, i movimenti avevano previsto un nuovo presidio che, anche per il nome apparentemente pacifico (Campeggio della Piana) sembrava fare il paio con il Festival dell’Alta Felicità, da cui ha avuto origine poi la devastazione di sabato. L’idea dei manifestanti, resi più forti dalle sinergie con gli antagonisti di Askatasuna, era quella di portare le tende di questo presunto pacifico momento di ritrovo, quanto più possibile vicine ai cantieri, forse anche con l’obiettivo di mettere in maggiore difficoltà le forze dell’ordine in caso di nuovi assalti organizzati (peraltro già previsti per domani sera con tanto di invito a chiare lettere destinato ai campeggiatori). Cafagna, quindi, ha agito d’anticipo con tre ordinanze urgenti: ha vietato l’attività di «campeggio libero» nelle aree dei comuni di Susa e di Bussoleno a partire dalla dalla mezzanotte di ieri (giovedì 30 luglio) e fino alle 7 di lunedì 3 agosto e, con altre due ordinanze ha vietato di «detenere, senza giustificato motivo, oggetti e materiali comunque idonei all’occultamento del viso», come «caschi, maschere antigas, mascherine respiratorie, passamontagna» oltre agli «oggetti potenzialmente utilizzabili come mezzi contundenti, fumogeni e materiale esplodente di qualunque natura». Nel contempo il prefetto ha proibito anche l’accesso a piedi «in forma organizzata» a una serie di strade, parcheggi e aree vicini ai cantieri dell’alta velocità nei Comuni di Susa, Giaglione e Chiomonte. E, infine, quando il popolo dei No Tav ha tentato di spostarsi verso Venaus è arrivata una nuova ordinanza che ha vietato anche li il posizionamento delle tende.

«I blindati e le forze dell’ordine hanno invaso San Giuliano e Traduerivi in concomitanza con l’inizio del Campeggio della Piana che si sarebbe dovuto tenere sui terreni espropriati da Telt», scrivevano ieri i No Tav sui profili social della protesta, «la zona rossa è stata piazzata ovviamente a tavolino: un esercito di camionette e Digos ha invaso strade e prati, come già troppe volte abbiamo visto. Il campeggio, però, non si è fatto intimorire e si è spostato a Venaus, ma poi in meno di un’ora il nuovo campeggio è stato accerchiato dalle forze dell’ordine, ai manifestanti è stato intimato di andarsene», spiegavano gli stessi No Tav. Insomma una mossa ben riuscita che, almeno nella giornata di ieri, ha reso più difficile l’assurda pretesa di utilizzare il «territorio civile» come base per azioni incivili, per di più ampiamente annunciate.

«Non è la prima volta che si proclamano zone rosse. Ma la prima volta che fisicamente viene schierata la celere al di fuori dei presidi per impedire di campeggiare, sostare o muoversi liberamente», hanno risposto con un comunicato ufficiale gli attivisti , «non ci interessa aggiungere nient’altro se non che il campeggio si farà. E sarà più divertente di quello che potevamo prevedere».

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