«Vediamo se il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, parlerà di strage fascista», dice Paolo Lambertini, nuovo presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna. Con questo spirito ci si avvia alla manifestazione che si terrà questa domenica nella città felsinea per celebrare il quarantaseiesimo anniversario dell’attentato terroristico. Il manifesto di chiamata a raccolta è particolarmente eloquente: un tabellone con arrivi e partenze, si stagliano tre orari. L’ultimo, in giallo, recita le 10.25. E poi: «Nessuna coincidenza».
Insomma, come sempre la sinistra carica parecchio la piazza di domenica e lo fa agganciando l’occasione della commemorazione della strage del 2 agosto al caso della morte di Abderrahim Fakir, il quarantaduenne morto nel quartiere Pilastro di Bologna. Il primo a creare la connessione è stato lo stesso sindaco di Bologna, Matteo Lepore. «Bologna è una città ferita da quanto è successo al Pilastro e quindi, ogni volta che è stata ferita, è scesa in piazza, per questo spero venga tanta gente al corteo del 2 agosto».
Domenica alle 8.30, nel cortile d’onore di Palazzo d’Accursio, interverranno il sindaco Lepore, il governatore Michele De Pascale e Nicola Molteni, sottosegretario all’Interno. È il primo anno per Molteni, gli anni passati era andato il ministro Matteo Piantedosi che, con parole chiare, già nella prima occasione chiarì la posizione del governo sui fatti della strage, confermando la matrice neofascista e ribadendo la fermezza delle istituzioni.
Ma c’è chi proprio non si arrende a cedere alla tentazione di alzare l’asticella per arrivare allo scontro. Come Lambertini o come il presidente della Regione Emilia-Romagna, De Pascale, che, giudicando gli attacchi subiti sui social da Lepore «vergognosi e violentissimi», lascia intendere che arrivino dalla destra. «Sappiamo purtroppo che la violenza verbale può trasformarsi in violenza fisica in poco tempo, soprattutto per chi, come gli amministratori locali, vive ogni giorno dentro la propria comunità. Violenza verbale e quella fisica devono essere condannate da tutta la politica senza se e senza ma, senza cercare di scaricarle su qualcuno. Vale per le minacce che arrivano dall’estrema sinistra come per quelle che arrivano dall’estrema destra. Quando c’è violenza non c’è ideologia, c’è solo violenza».
Sul caso Fakir, l’ex ministro della Difesa, il deputato democratico Lorenzo Guerini, in un’intervista a Repubblica, ha detto: «Bisogna avere rispetto del lavoro della magistratura e al tempo stesso comprendere l’esigenza di chiamare a raccolta la città per condividere un momento di grande emotività». Insomma, la piazza va convocata per motivi di emotività secondo Guerini che poi difende ancora Lepore: «Una cosa è la piazza convocata dal sindaco, altro i delinquenti che hanno attaccato le forze dell’ordine, provocando decine di feriti fra gli agenti».
Anche Elly Schlein, due giorni fa, ha deciso di dissociarsi dai violenti negando responsabilità e vicinanza a certi mondi: «Perché strumentalizzano per accusarci di connivenze che non esistono? Ci facciamo le domande giuste, invece di strumentalizzare ogni fatto violento per fini politici? Le istituzioni e la politica dovrebbero lavorare insieme per ridurre la tensione e riportare un clima di sicurezza». Quella parola, «tensione», non arriva casuale ed evoca e insinua vecchi ricordi.
Intanto sul caso Fakir proseguono le indagini ma anche le polemiche. «Abbiamo chiesto che gli accertamenti sulla sua morte siano affidati a un altro corpo investigativo», ha detto l’avvocato dei familiari di Fakir, Fabio Anselmo, che ha aggiunto: «La richiesta nasce anche dalle fortissime pressioni politiche esercitate sulla questura di Bologna. Ministri ed esponenti della maggioranza si sono recati proprio negli uffici incaricati delle indagini, proclamando pubblicamente l’innocenza degli agenti, quando gli accertamenti erano appena iniziati». Una richiesta gravissima per Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di polizia Coisp. «Le parole dell’avvocato Anselmo non rappresentano una legittima richiesta di garanzie, ma una delegittimazione preventiva del lavoro della Procura di Bologna e della Squadra mobile. Far passare il principio che chi indossa una divisa sia, per definizione, incapace di svolgere un’indagine imparziale è una tesi grave, che mette sotto accusa un intero sistema investigativo». Precisando infine: «La solidarietà portata dalle istituzioni agli agenti coinvolti non è un’ingerenza, ma un atto dovuto verso chi rischia la vita per la sicurezza pubblica. Noi siamo i primi a pretendere che sulla morte di Fakir venga accertata tutta la verità, ma la verità si cerca attraverso gli atti d’indagine e non delegittimando chi è chiamato a svolgerli. Sostenere che la Procura non sia libera e che la Squadra mobile sia asservita alla politica non colpisce solo questo procedimento, ma mina la credibilità stessa dello Stato di diritto».
E proprio ieri la sorella e la nipote di Fakir si sono presentate fuori dalla questura a Bologna, dove si sono radunati anche giornalisti e fotografi, per chiedere un incontro con il capo della polizia, Vittorio Pisani, arrivato per incontrare agenti, funzionari e sindacati. Le donne ai cronisti hanno spiegato: «Crediamo nella giustizia e nella magistratura, nei giudici e nelle indagini. Ci affidiamo a loro e crediamo in tutto quello che serve a portare luce e verità. Speriamo venga fatta luce sull’accaduto. Stiamo male, siamo a pezzi».
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