L’imbonitore-capo, campione di giravolte
Giuseppe Conte (Getty Images)
Giuseppe Conte, personaggio da strapaese, l’ex premier, giunto alla corte di Grillo tramite «Fofò» Bonafede, pur di mantenere il potere è arrivato a rinnegare i suoi stessi provvedimenti. Storico esordio in Parlamento con una gaffe sul fratello di Mattarella, ucciso dalla mafia.

Cognome e nome: Conte Giuseppe. Aka – conosciuto anche come – Giuseppi (Donald Trump, in un tweet). Da allora: il Refuso.

Il Tupamaro, «aspetto solo che si metta la bandana», così lo «sceriffo» Vincenzo De Luca, quello del «non si governa con i ciucci» del M5s (ma ora pare averci ripensato).

Il Lezioso, anche se ogni tanto si perde nella giungla del congiuntivo: «Non possiamo tollerare che arrivano dei migranti addirittura positivi e vadino in giro liberamente». «Lei legge i giornali? Non indulgi in queste letture fuorvianti».

Conte: dall’Alpa all’omega.

Sui rapporti con Guido Alpa, ha chiarito – nel 2018 alla Sapienza, in occasione dei festeggiamenti per l’insigne giurista («oggi ricorre il 71esimo genetliaco dell’onorato», contese allo stato puro) – che il suo mentore accademico fu Giovanni Battista Ferri.

Ma riconoscendo di aver beneficiato «della straordinaria generosità umana e intellettuale» di Alpa, scomparso un mese fa.

Ti credo, ha provocato il critico d’arte Pierluigi Panza il 23 marzo con Dagospia: «Tra il 1998 e il 2002 l’ex premier Conte è passato da cultore della materia a ricercatore, a associato, infine a ordinario, il tutto in quattro anni e con quasi le stesse pubblicazioni! Soprattutto con Alpa – alle dipendenze del quale lavorava privatamente – come commissario d’esame».

Vero? Falso? Alpa, al Secolo XIX il 2 novembre 2019, spiegò che il suo ruolo fu ininfluente: «Al concorso la commissione, estratta a sorte, era composta da me e da altri quattro membri. Conte ebbe l’unanimità dei giudizi positivi. Anche se non lo avessi votato, avrebbe avuto quattro voti e gli altri candidati ne ebbero zero. Le illazioni sono assolutamente infondate».

Conte: fate l’amore (con chi vi pare), non fate la guerra.

E quindi: tutti in piazza contro il riarmo, «se vuoi la pace prepara la pace» (auguri), insieme alle Brigate Funiculì Funiculà della tiktoker Rita De Crescenzo.

Ma: e gli accordi con la Nato?

Conte ad Avvenire, 29 marzo 2022: «Il M5s ha una chiara collocazione euroatlantica, gli impegni assunti in sede Nato vanno rispettati».

Il sito di Pagella Politica, una settimana dopo: «Vero, con Conte obblighi Nato confermati. E spese militari aumentate sia in rapporto al Pil sia in valore assoluto».

Alla faccia del pacifismo.

«Il tutto g-r-a-t-u-i-t-a-m-e-n-t-e».

Peppiniello Appulo – dai suoi natali foggiani, in quel di Volturara Appula – ha sfilato a Beppe Grillo il M5s, votato tuttavia per la prima volta solo nel 2018, cioè quando era già stato designato come possibile ministro in caso di vittoria.

In precedenza aveva scelto «l’Ulivo di Romano Prodi, una volta credo i centristi, il Pd fino al 2013», come ha confidato a Marco Travaglio nella torrenziale intervista ai petali di rosa del 19 luglio 2018, in cui indicava Aldo Moro come suo modello di premier, una cosetta così.

Con Conte, i pentastellati hanno ingranato la retromarcia elettorale.

Nonostante (o forse proprio per questo?) lui abbia regnato a Palazzo Chigi, nella scorsa legislatura, per tre anni su 4, Conte 1 e Conte 2, come le volanti dello show arboriano Indietro tutta!.

Politiche 2018: 10,7 milioni di voti.

Europee 2019: 4,5.

Politiche 2022: 4,3.

Europee 2024: 2,3.

Conte: «il punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste» (per Nicola Zingaretti, che il 2 dicembre 2019 profetizzò al Corriere della Sera: «Se cade il Conte 2, si vota», invece arrivò il governo di Mario Draghi, e a cadere fu lui, sostituito come segretario Pd da Enrico Letta).

L’ avvocato del popolo.

Il fidanzato d’Italia, il premier più sexy d’Europa per le Bimbe di Conte (per loro anche «Sugar Daddy, Daddy italiano», soprannomi che, senza offesa, paiono categorie di YouPorn).

«Il tutto g-r-a-t-u-i-t-a-m-e-n-t-e».

Un imbonitore da strapaese, «la fermo prima che tiri fuori le pentole», lo stoppò Enrico Mentana durante la registrazione dell’ultimo appello tv su La7 per le elezioni 2022.

«Osservando Conte, mia madre Letizia ha concluso “Sembra un commesso di Cenci”, celebre negozio di abbigliamento dietro la Camera dei deputati» (Filippo Ceccarelli, Invano, 2018).

«Molto educato», secondo Silvio Berlusconi, con Conte che «ricambiava profondendosi in elogi che lusingavano la vanità del Cavaliere: “Presidente, la sua epoca è scritta a caratteri cubitali nei libri!”» (Ceccarelli in B – Una vita troppo, 2024).

«Padre Pio è al governo perchè è vivo nel cuore di mio nipote», così lo zio Fedele Conte, frate cappuccino, nel 2018 (il 19 settembre, su Repubblica: «Il premier: “Ho sempre una sua immagine nel portafoglio”», mostrandola in tv al solito equicivino Bruno Vespa, «Ma è proprio lui!», una scena di rara «spintaneità»).

Alla vigilia delle elezioni 2018, Conte, «ordinario di diritto privato all’università di Firenze», fu indicato da Luigi Di Maio come prossimo ministro della pubblica amministrazione, deburocratizzazione e meritocrazia, mica cotica.

In realtà il suo nome era già risuonato in Parlamento: nel 2013 la Camera lo aveva eletto nel consiglio di presidenza della giustizia amministrativa.

Grazie ai buoni uffici di un deputato di Firenze suo allievo, che lo introdusse alla corte di Grillo: Alfonso Bonafede, poi suo ministro della Giustizia, quindi da Conte fatto votare dalla Camera nel consiglio di presidenza della giustizia tributaria.

«Pur di premiare Fofò, Conte ha rotto il fronte dell’opposizione accordandosi con la maggioranza, accettando le quote imposte da Fratelli d’Italia» (così Il manifesto nell’aprile 2023, ma guai a chi insinui una complicità nella lottizzazione, anche in Rai).

I primi dubbi sullo statista Conte affiorarono al suo primo discorso a Montecitorio nel 2018, quando volle esprimere la sua solidarietà al capo dello Stato Sergio Mattarella per gli «attacchi alla memoria di un suo congiunto sui social, adesso non ricordo esattamente».

«Si chiamava Piersanti!» lo sbranò Graziano Delrio dai banchi del Pd.

Per tutta la durata del grilloleghista Conte 1, l’impressione fu quella di un «ologramma con la pochette», un vice dei suoi due vice Matteo Salvini e Di Maio, che lo facevano apparire schioccando le dita.

L’Azzimato li ricambiava mettendo la firma e la faccia sui provvedimenti decisi dalla coppia.

Tempo un anno, e oplà: eccolo a capo dell’esecutivo giallorosso Pd-M5s.

Pronto a rinnegare – con Di Maio – quegli stessi atti per cui avevano appena finito di brindare con il sodale padano.

Poi, nel 2020, il Covid.

Lutti. Il lockdown. Un peso di enorme responsabilità.

Ma più il virus si diffondeva «più Conte ci marciava, come si dice a Roma di chi, sia pure legittimamente, comunque finisce per approfittare della grande occasione che la sorte gli ha servito su un piatto d’argento, con lui sempre più piacione: “Rimaniamo più distanti oggi, per riabbracciarci domani”» (Ceccarelli, Lì dentro-Gli italiani nei social, 2022).

«Il tutto g-r-a-t-u-i-t-a-m-e-n-t-e».

Del resto, aveva strappato a Bruxelles più di 200 miliardi, battendo i pugni sul tavolo.

Macché, ha rivelato l’ex commissario europeo Paolo Gentiloni: «Sul Pnrr non ci fu trattativa. I fondi li decise un algoritmo», «le quote di finanziamento assegnate ai diversi Paesi non sono state negoziate dai capi di governo», alè (Corriere della Sera, 20 maggio 2024).

Quindi che saranno mai i 160 miliardi che tutti noi ci siamo ritrovati sul groppone, come eredità del triennio di applicazione, 2021-2023, del mitico Superbonus?

«Con gli altri bonus edilizi, il costo complessivo sale a 220 miliardi, l’11% del Pil dell’anno mediano, il 2o22» così Luciano Capone e Carlo Stagnaro in Superbonus – Come fallisce una nazione (2024).

Conte, 13 maggio 2020: «Tutti quanti potranno ristrutturare le loro abitazioni per renderle più green», oh yeah.

Si badi: «Senza spendere un soldo».

L’ideona – di Riccardo Fraccaro, come da lui rivendicato in un’intervista al Sole24Ore il 6 maggio – consisteva in una «detrazione del 110%, per cui chi ne usufruisce riceve un rimborso superiore al costo iniziale» (così Veronica De Romanis ne Il pasto gratis, 2024).

«Una patrimoniale al contrario: a favore dei proprietari più dotati di risorse finanziarie, pagata però dalla collettività».

Nel logo del M5s oggi compare il numero 2050, l’anno della «neutralità climatica».

Per una beffa del destino, pure quello in cui avremo finito di pagare il conto del maxisussidio.

Parola della Corte dei Conti: «Superbonus, servono 24 anni di tasse e risparmi energetici per rientrare dai costi» (Sole24Ore, 10 dicembre scorso).

E se è vero che il Superbonus piaceva alla sinistra ma pure alla destra che lo vedeva come una riduzione d’imposte (e che nè Mario Draghi nè i suoi ministri Daniele Franco, a capo del Mef, e Giancarlo Giorgetti allo Sviluppo economico, il quale aveva avvertito dei rischi per le casse dello Stato, sono riusciti a disinnescare), a rivendicare nelle piazze italiane la bontà di quella misura disastrosa, nella campagna elettorale del 2022, fu il solo Giuseppi.

«Il tutto g-r-a-t-u-i-t-a-m-e-n-t-e».

(«Una delle parole peggiori è “gratis”», Beppe Grillo, 2 dicembre 1993. Amen).

Da non perdere

Sala lascia i milanesi senza piscine
Sinistra a pezzi

Sala lascia i milanesi senza piscine

Anche se la milanese si fa fritta, anche alla griglia non è male. Parola di Beppe Sala, che a Palazzo Marino ha i condizionatori al massimo, ma impone negli edifici pubblici fino a 26 gradi e come Ursula von der…

A Roma i bus elettrici si scaricano col caldo
Sinistra a pezzi

A Roma i bus elettrici si scaricano col caldo

La giunta Gualtieri fa flop sui pullman «green» da 250 milioni (di fondi Pnrr): con l’aria condizionata accesa l’autonomia reale si dimezza rispetto ai 300 chilometri previsti. Qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, è la prova che l’ecologismo è ideologia.