- Cinque rinvii a giudizio e un rito abbreviato per i fatti del 2021, quando furono usati gli idranti contro i dimostranti pacifici.
- Bill Gates è tra i finanziatori del laboratorio della virostar Crisanti. Che, intanto, ha affittato la sua villa palladiana per San Valentino.
Lo speciale contiene due articoli.
Mandati a processo per i fatti di Trieste del 18 ottobre 2021 per «aver offeso il prestigio e la reputazione delle forze dell’ordine» e per «violenza e resistenza» contro gli agenti antisommossa, i quali, lo ricordiamo, caricarono con scudi, manganelli, lacrimogeni e idranti sparati a tutta potenza i portuali inermi durante la celebre manifestazione contro il green pass organizzata da Stefano Puzzer.
Per queste accuse, a vario titolo, sono stati rinviati a giudizio venerdì scorso dal giudice Luisa Pittalis cinque dimostranti: Catia Cardarelli, 43 anni, per aver urlato agli agenti che si accanivano sulla folla: «Chi vi paga? Non vi vergognate? Avete le mani sporche di sangue e siete complici di un genocidio»; Tito Detoni, 44 anni, per aver dato un calcio a un lacrimogeno che un poliziotto gli aveva appena lanciato e per un altro calcio a un poliziotto; Daniele Macciotta, 26 anni, perché, testualmente, «spingeva con le mani insieme ad altri manifestanti rimasti ignoti, gli scudi con i quali gli operatori di Polizia cercavano di avanzare» e per aver offeso con parolacce gli agenti che caricavano la folla non violenta; Raffaello Materazzoli, 56 anni, per aver anche lui spinto con le mani gli scudi degli agenti e per il lancio di una bottiglia e Ugo Rossi 34 anni, consigliere comunale, accusato pure lui di avere offeso la reputazione delle forze dell’ordine perché mentre queste caricavano gente anche anziana e poi donne e lavoratori gridava al megafono: «Infami, cani del regime, non siete umani, la pagherete cara».
Accolta la richiesta di rito abbreviato per Giorgio Deschi, 68 anni, che «offendeva, in presenza di più persone, la reputazione e il prestigio di un dirigente della Digos, gridandogli: «Bastardo, tu sei un agitatore»;
Prosciolto Riccardo Macciotta, 59 anni, che scalciò anche lui un fumogeno perché «il fatto non sussiste». Gli resta l’amarezza di vedere a processo il figlio Daniele e commenta: «Accuse ridicole. Cosa bisognava fare quando ci arrivavano i fumogeni addosso? Sniffarceli? E dire che stavamo collaborando con le forze dell’ordine, perché prima delle cariche ci avevano chiesto di arretrare di alcuni metri e noi avevamo obbedito, ma subito dopo ci hanno chiesto di arretrare ancora e ancora. Quindi, all’improvviso, hanno caricato, lanciando prima da dietro i fumogeni e poi partendo con gli idranti. Noi ci siamo trovati schiacciati gli uni con gli altri. Poteva succedere qualcosa di grave. La verità è che con questo processo hanno pescato nel mucchio per dare un segnale esemplare: era aumentato talmente il clamore mediatico su questa protesta che l’hanno voluta interrompere, incutendo il terrore per le conseguenze. Dopo il terzo giorno che eravamo là stava arrivando gente da tutta Italia e questo avrebbe potuto avere grosse ripercussioni sulle politiche sanitarie adottate dalle nostre autorità».
Le immagini di quanto accaduto quella mattina le ricordiamo tutti. A un certo punto un funzionario della questura ordinò col megafono ai manifestanti, circa 3.000, «Disperdetevi» e poi, di fronte alla disobbedienza pacifica della folla, ha dato l’ordine di usare la forza. I portuali erano in sciopero e si erano adunati insieme a tanta gente comune davanti al varco 4 del porto, che però non era stato bloccato in maniera coatta dai manifestanti, perché l’accesso e l’uscita erano possibili dall’altro varco.
Tale circostanza è acclarata, visto che è stato lo stesso pm a chiedere al giudice, ottenendola, l’archiviazione per il reato di «interruzione di pubblico servizio» di cui inizialmente erano pure accusati gli indagati, in tutto 16. In realtà, il porto era pressoché fermo perché mancavano i lavoratori, vista la massiccia adesione dei portuali allo sciopero indetto contro il ricatto vaccinale, così che quasi tutti gli scaricatori di merce si erano astenuti dal lavoro, anche se non tutti avevano deciso di partecipare al presidio. Insomma, le conseguenze economiche di quella manifestazione erano grandi e sarebbero potute diventare enormi, tanto più che a protestare non erano i cosiddetti «no vax», ma anche e soprattutto lavoratori vaccinati come il leader Stefano Puzzer, poi licenziato per essersi rifiutato di esibire il green pass e costretto a cambiare mestiere, per mantenere la famiglia e pagarsi le spese legali sostenute per la sua causa ancora in corso contro il datore di lavoro.
Dichiara l’avvocato Pierumberto Starace: «Le autorità hanno accettato anche il rischio che l’azione delle forze dell’ordine potesse provocare dei disordini e ciò è esattamente il contrario di ciò che dovrebbe contraddistinguere l’azione delle forze dell’ordine. Il cosiddetto “sgombero” del porto aveva un fine eminentemente politico e a questo proposito rammento l’art. 20 del Tulps, il quale stabilisce che “le riunioni e gli assembramenti possono essere sciolti” se avvengono “manifestazioni o grida sediziose o lesive del prestigio delle autorità o che comunque possono mettere in pericolo l’ordine pubblico o la sicurezza dei cittadini, ovvero quando negli assembramenti predetti sono commessi delitti”».
Nulla di tutto ciò è avvenuto a Trieste, almeno sino alle cariche della polizia. In molte altre manifestazioni non autorizzate, anche recenti, come quelle degli anarchici o pro Palestina o pro Ramy, abbiamo visto ben altre scene: agenti bersaglio di lanci di sassi, cartelli stradali, bombe carta, coperti di insulti e rimasti immobili a subire per lunghi minuti. In quei casi, è stato perseguito solo chi è stato responsabile di tali azioni, queste sì violente, assai diverse dal comportamento tenuto da chi manifestava quel 18 ottobre, pregando inginocchiato, per la libertà di tutti.
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