- Un magistrato di Cassazione critica la sentenza sulle iniezioni obbligatorie per i sanitari: «La Corte ha solo avallato le scelte della politica, rifiutando il metodo scientifico. Violata la dignità della persona».
- Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus commenta le accuse americane sull’origine del virus: «Basta con la politicizzazione delle indagini». E così fa l’ennesimo favore a Pechino.
Lo speciale contiene due articoli.
Fa sempre scalpore, quando un giudice ne randella un altro. È l’effetto che suscita la lunga disamina firmata da Alessandra Chiavegatti, magistrato di Cassazione, sui pronunciamenti con i quali la Consulta ha «assolto» l’obbligo vaccinale per i sanitari. Il saggio è stato pubblicato sul portale Studio Cataldi, un sito noto nell’ambiente dei giuristi.
«Ritengo», scrive la toga, «che la Corte, con queste decisioni, abbia perso un’importante occasione per riaffermare i pilastri su cui poggia il nostro ordinamento, tradendo lo spirito che ha animato i Padri costituenti». A cominciare dal modo sbrigativo in cui ha liquidato la presenza, nel collegio chiamato a esaminare i ricorsi sulle punture coatte, di Marco D’Alberti, appena nominato da Sergio Mattarella e, fino a poco tempo prima, consulente giuridico di Mario Draghi. «I giudici dovrebbero dare garanzie di indipendenza e imparzialità anche sul piano formale», lamenta l’esperta, ma «per la Corte costituzionale questo principio non vale». Al contrario, la risposta alle obiezioni sul ruolo di D’Alberti «è stata che, in base al regolamento interno, i motivi ordinari di astensione e ricusazione non hanno rilevanza per quest’organo».
L’ermellino accusa la Corte di essersi limitata ad «avallare le scelte attuate dal legislatore, che poi, durante tutto il periodo della pandemia, è sostanzialmente coinciso con l’esecutivo», vista la sovrabbondanza di dpcm e, in seguito, di decreti legge. Convertiti sì, dal Parlamento, ma da un Parlamento negletto, messo sotto pressione, addirittura tacciato dal giudice di avere «più a cuore il raggiungimento del tempo minimo per garantirsi il vitalizio che il bene dei cittadini». Chiavegatti conferma, quindi, il sospetto che avevamo espresso anche sulle colonne di questo giornale: che la Consulta abbia cercato «la via per giustificare l’operato di una politica attuata attraverso norme […] votate principalmente dall’esecutivo e meramente ratificate a posteriori» dall’Aula; in sostanza, il pretesto per salvare la faccia a Supermario.
Le rimostranze della toga sono molto circostanziate. La Consulta, basando le proprie valutazioni sui pareri delle autorità sanitarie, ha ignorato «che nella società scientifica internazionale vi era un acceso dibattito documentato da studi, dati, ricerche ufficiali, addirittura basato su documenti delle stesse case produttrici» dei vaccini, a proposito della sicurezza e dell’efficacia dei farmaci anti Covid.
A parole, quindi, ha «ammesso la transitorietà della scienza», poiché si è proposta di valutare ragionevolezza e proporzionalità della norma in rapporto alle conoscenze disponibili quando quella è stata introdotta. Possibilmente, una gabola per aggirare il problema principale dell’imposizione dell’obbligo di iniezione: il decreto specificava, infatti, che il vaccino serviva alla «prevenzione dell’infezione da Sars-Cov-2». Tuttavia, se non quando venne introdotta l’inoculazione forzata, già pochi mesi dopo era divenuto chiaro che il medicinale non impediva il contagio. E, nonostante le evidenze, l’esecutivo ha prorogato a oltranza la legge. Dall’altro lato, aggiunge Chiavegatti, la Consulta ha «rifiutato la dialettica e il metodo scientifico», respingendo ogni obiezione sulle performance dei vaccini, sulla valutazione dei rischi e dei benefici in rapporto alle fasce d’età (sono stati somministrati anche a medici e infermieri giovanissimi), nonché sugli effetti avversi. I giudici capitanati da Silvana Sciarra hanno sposato «le tesi di una delle parti in causa (in questo caso lo Stato) […], abdicando, con la rinuncia a un’analisi critica e imparziale degli elementi e argomentazioni» loro sottoposti, «a quella posizione di terzietà che dovrebbe caratterizzare il potere giurisdizionale».
La Corte, per di più, si è disinteressata «all’inadeguatezza del triage pre vaccinale», appoggiandosi all’orientamento di organismi internazionali, quali Oms e Cdc, i quali non raccomandavano «l’esecuzione di alcun test» prima delle inoculazioni. Il commento del magistrato è lapidario: «Per la Corte […], evidentemente, i cittadini non meritano cautele».
La «stessa fredda indifferenza», Chiavegatti la rimprovera alla Consulta per l’esclusione dei tamponi come alternativa al vaccino, mentre parla di «mancanza di rispetto per la dignità umana», menzionata dall’articolo 32 della Costituzione sui trattamenti sanitari obbligatori, di «mancanza di empatia» e «distacco emotivo», riferendosi al rifiuto di concedere, ai lavoratori sospesi, assegni di mantenimento e diritto al repechage.
L’ultima stoccata, la toga la riserva alle «campagne vaccinali» e agli «obblighi conseguenti», «costruiti sull’inganno», con un «consenso non realmente informato», strappato grazie alla «propaganda» e alle «informazioni istituzionali ingannevoli». Si vede che qualche giudice la ricorda ancora, la conferenza stampa in cui Draghi giurava che i vaccinati erano persone non contagiose. Alla Consulta, invece, sono stati tutti colpiti da amnesia selettiva.
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