Corsie senza medici: al posto dei sospesi arruolano gli ucraini
  • Caos sui requisiti dei rifugiati per esercitare. Nel Lazio intensive al palo dal 2020. Nuovo ricorso alla Consulta sul vaccino forzato.
  • L’esito dello studio di Fondazione Hume nelle Marche. La Regione ha investito 12 milioni.

Lo speciale contiene due articoli

Potranno esercitare la loro professione in strutture italiane, in via temporanea per un anno, i medici e i sanitari ucraini in arrivo nel nostro Paese. Oltre a offrire un’opportunità a chi scappa dalla guerra, con il provvedimento si potrebbero sostituire i camici bianchi sospesi perché non vaccinati. La questione però è più complessa. Il decreto «Misure urgenti» per la crisi ucraina, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 21 marzo, prevede che fino al 4 marzo 2023 gli operatori con «qualifiche professionali sanitarie» residenti in Ucraina prima del 24 febbraio 2022 potranno lavorare in Italia usufruendo di una deroga al riconoscimento delle qualifiche professionale conseguite all’estero e regolato da specifiche direttive dell’Unione europea.

Le strutture sanitarie potranno quindi «procedere al reclutamento temporaneo di tali professionisti, muniti del Passaporto europeo delle qualifiche per i rifugiati, con contratti a tempo determinato o con incarichi libero professionali e anche di collaborazione coordinata e continuativa». Case di cura e ospedali dovranno solo fornire alla Regione e agli ordini professionali i nominativi dei professionisti assunti. Questa soluzione, oltre a essere un aiuto per chi fugge dalle bombe, potrebbe sostenere le strutture sanitarie a far fronte alla mancanza di personale, assente perché contagiato dal Covid-19 o sospeso perché non si è sottoposto alla vaccinazione obbligatoria prevista. Pur riconoscendo lo spirito di accoglienza umanitaria del provvedimento, la deroga prevista all’art. 34 del decreto pone però delle questioni pratiche che andrebbero chiarite. A stilare un lungo elenco dei quesiti aperti dal documento appena entrato in vigore è l’Unione per le cure, i diritti e le libertà (Ucdl).

Visto che il personale sanitario può lavorare solo se completamente vaccinato, l’Ucdl chiede se i «sanitari ucraini dovranno essere vaccinati per lavorare all’interno delle nostre strutture ospedaliere o dovranno essere sottoposti a tampone molecolare costante», ma anche se andranno «a sostituire i sanitari italiani sospesi, in quanto non vaccinati e addirittura i sanitari guariti e non reintegrati». La questione non è secondaria se si considera che il tasso di immunizzazione completa degli ucraini si aggira attorno al 35%.

C’è poi da considerare che, nel Paese sotto assedio, la maggioranza si è vaccinata con lo Sputnik, di produzione russa e non riconosciuto in Italia. Il ministero della Salute dovrebbe quindi spiegare se «i sanitari ucraini, laddove vaccinati con uno dei vaccini non riconosciuti in Italia o guariti dalla malattia, potranno lavorare o verranno obbligati ad ulteriore vaccinazione».

Ci sono poi anche altri nodi tecnici che, se non venissero sciolti, potrebbero rendere il decreto l’ennesimo documento di buoni propositi inapplicabili. Data l’assenza di un sistema di valutazione, Erich Grimaldi, presidente dell’Ucdl domanda: «I direttori sanitari, senza nulla togliere alla preparazione dei sanitari ucraini, collocherebbero nelle strutture ospedaliere e, forse, nelle sale operatorie, medici e infermieri di cui non si conoscono le competenze e i percorsi di abilitazione professionale, che non parlano italiano e che non potranno, quindi, interloquire con colleghi e malati?».

E poi, c’è «la copertura finanziaria?; cosa accadrà quando alcuni dei medici e dei sanitari italiani, sospesi e sostituiti, dovessero tornare a lavorare perché vaccinati e/o guariti?».

La lista delle domande è lunga e il rischio è che non si trovi nessuna risposta, oppure che arrivi, ma fuori tempo massimo.

È quello che succede, ad esempio, per i posti letto da integrare previsti per la pandemia in Lazio, la Regione che ai primi di marzo era pronta a inviare sanitari in Ucraina, salvo poi sentirsi ricordare dal sindacato dei medici (Fimmg) che mancano camici bianchi per l’Italia, figurarsi per l’estero. Ieri Il Tempo segnalava che, con due anni di ritardo, arrivano adesso le delibere degli ospedali romani per la realizzazione dei posti letti previsti per l’emergenza nel 2020. Già nel giugno scorso la Corte dei conti denunciava che su 282 letti in rianimazione previsti per la regione guidata da Nicola Zingaretti, ne erano stati attivati solo 97 (34,4%) e dei 412 di semintensiva ce n’erano 78 (18,9%). Il San Camillo Forlanini ha pubblicato in questi giorni la delibera per «la realizzazione di 24 posti letto in terapia semi-intensiva» per un importo di quasi 3,4 milioni di euro. L’Umberto I ha invece dichiarato che il cantiere non sarà completato prima del 2025: quattro anni per 24 posti in terapia intensiva e 48 in subintensiva.

In compenso, a livello nazionale, non c’è stata alcuna revisione per l’obbligo di vaccinazione anti-Covid per il personale sanitario. Ma sulla legittimità di tale misura, il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana ha chiesto il vaglio della Corte Costituzionale, con un’ordinanza depositata ieri e relativa al ricorso di uno studente di infermieristica che, non essendo vaccinato, non ha potuto partecipare al tirocinio formativo.

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