- Rapine, pestaggi, bullismo: le bande minorili fanno paura. Antimafia e Osservatorio adolescenti lanciano l’allarme. Anche perché i genitori spesso difendono i figli teppisti.
- Il sociologo Lello Savonardo: «Il bullismo esiste da tempo ma oggi su Internet ha più evidenza».
- La psicologa Andreana Pettrone, che fa la spola tra le scuole di Napoli: le femmine colpiscono, umiliano e poi gareggiano su Tiktok per le bravate.
Lo speciale contiene tre articoli.
Non aspettano nemmeno l’oscurità della sera. Agiscono in modo sfrontato in pieno giorno, con la sicurezza di chi sa che la farà franca. Si muovono in piccoli gruppi, talvolta hanno anche 12-13 anni, non hanno un piano prestabilito, girovagano per la città alla ricerca di una vittima. La circondano, la aggrediscono a parole nella migliore delle ipotesi, ma spesso arrivano a calci, pugni, schiaffi, sputi, oppure strappano catenine, depredano quel che capita, giubbotti e scarpe di marca. Minacciano le loro vittime se denunciano l’accaduto ai genitori. Un clima di terrore avvalorato dal fatto che sanno di essere non punibili per legge e spesso possono contare sulla superficialità dei genitori che minimizzano, e accusano le autorità di perseguire delle «ragazzate».
Il fenomeno delle baby gang è sempre più diffuso nelle città e coinvolge minori non solo provenienti da famiglie con disagio economico, ma anche da un contesto sociale di benessere. E in questi casi le rapine improvvisate diventano una ostentazione di forza, il gusto di infrangere le regole e di acquisire agli occhi dei coetanei un ruolo da protagonista. Tutto avviene con improvvisazione, non c’è una pianificazione. Si prende ciò che è possibile, anche pochi euro dalle tasche del malcapitato.
Il fenomeno dilaga anche tra le ragazzine. Al pari dei loro coetanei maschi sono protagoniste di atti vandalici, pestaggi, risse, rapine. Persino la Direzione investigativa antimafia (Dia), nel suo report annuale, ne ha parlato con toni allarmanti e l’Osservatorio nazionale adolescenza ha raccolto i dati su circa 8.000 adolescenti tra 14 e 19 anni. Da questa rilevazione è emerso che si sta diffondendo la gogna mediatica. Due ragazzine su 10 hanno fotografato o filmato un compagno per prenderlo in giro e il 3% ha diffuso false informazioni online su un conoscente. Non mancano i casi in cui vengono diffuse in Rete le sevizie su una coetanea.
Che cosa sta succedendo? Liliana Dell’Osso, direttore della clinica psichiatrica dell’università di Pisa, spiega che è un fenomeno di «emancipazione distorta, una mascolinizzazione delle ragazze che rinunciano alle prerogative femminili a favore di ruoli creati su stereotipi maschili». Secondo la psicoterapeuta Maura Manca, «queste ragazze spesso non hanno un movente per il sopruso se non massacrare la vittima, metterla in una condizione di terrore». E poi postare tutto sulle reti sociali facendo a gara a chi incassa più like, più visualizzazioni, più condivisioni e il gradimento della Rete.
Le baby gang ci sono sempre state, ma le piattaforme social sembra lo stiano alimentando. I casi si moltiplicano su tutto il territorio nazionale. A Bergamo e provincia, le statistiche dei reati indicano un calo per quasi tutte le voci tranne che per le rapine attuate da minorenni, aumentate del 100% tra il 2019 e il 2021: non azioni a mano armata in attività commerciali o simili, ma compiute a danni di coetanei per avere il cellulare e oggetti di marca. Nel trimestre ottobre-novembre 2019 le denunce in città erano state 13, nello stesso periodo dell’anno scorso sono salite a 35 e quest’anno, dal 1° settembre al 10 novembre ne sono state denunciate già 26.
Gli investigatori hanno parlato di un «caso Varese» per indicare la realtà dei tredicenni terribili che a gruppetti rapinano i coetanei. Gli oggetti più preziosi finiscono ai Compro oro e i ragazzi non si preoccupano della possibilità che gli impiegati del negozio possano avvisare le forze dell’ordine. Dalla provincia il fenomeno dilaga a Milano. Ma polizia e carabineri, hanno riportato le cronache locali del Corriere della Sera, riferiscono la reazione inaspettata dei genitori che arrivano in commissariato infastiditi per esser stati disturbati, oppure minimizzano e se la prendono con le forze dell’ordine colpevoli, a loro dire, di aver esagerato, di aver preso di mira i loro figli bravi ed educati. A Padova, la settimana scorsa, i carabinieri hanno sgominato una baby gang, composta da tre minorenni e un diciottenne, che si divertiva a danneggiare opere pubbliche. A Modena in prefettura c’è stato un vertice proprio sul tema della dilagante violenza minorile. A Foggia, dopo lunghe indagini, è stato bloccato con un’ordinanza di custodia cautelare in carcere un gruppo di ragazzi che ha seminato il terrore nella movida cittadina per mesi. La gang, composta da maggiorenni e tre minorenni, agiva senza alcuna paura anche con pestaggi violenti al punto che il Gip di Foggia ha parlato di «bestiale aggressione».
Psicologi e sociologi si interrogano sulle cause del fenomeno. Sotto accusa sono anche film e videogame che trasmettono messaggi di violenza. Ha scatenato un dibattito e le proteste dei genitori la serie di Netflix The squid game, diventato un successo mondiale. La fiction è vietata ai minori, ma numerosi insegnanti hanno denunciato l’emulazione degli studenti. In una scuola di Rignano sull’Arno (Firenze) la preside ha scritto in una circolare che «i bambini più piccoli giocano a Squid game e diventano violenti»: per imitare gli attori, alcuni ragazzini picchiano i compagni o mimano il gesto di uccidere facendo finta di avere una pistola.
La Fondazione Carolina onlus, nata in memoria dell’adolescente Carolina Picchio che si tolse la vita perché vittima di cyberbullismo, ha lanciato una petizione dal titolo «Fermiamo lo Squid game»: nel giro di 30 ore ha raccolto 7.000 firme. Da una scuola media di Torino è arrivata la segnalazione del caso di un ragazzo schiaffeggiato perché non aveva superato una prova orchestrata da alcuni compagni. A Roma, nella scuola elementare dell’istituto Santa Dorotea, alcuni bambini sono stati sorpresi mentre si spintonavano e si prendevano a schiaffi imitando il gioco perverso della prima puntata della serie.
Polemiche anche sul videogioco Gta, acronimo di Grand theft auto, in cui il giocatore è chiamato ad assumere il ruolo di un criminale e perpetrare attività illegali. Un gioco dedicato a un pubblico adulto ma che finisce nelle mani dei giovanissimi. Nel gioco chi pesta o uccide un poliziotto scala la classifica del punteggio. Un messaggio che può avere conseguenze gravi su soggetti già predisposti all’aggressività.
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