- Il centro studi del sindacato evidenzia un calo drastico del potere d’acquisto rispetto al 2010. La colpa è della diffusione di impieghi meno qualificati e part time, proliferati sotto il naso di chi doveva vigilare.
- Il vicepresidente del Parlamento dell’Ue Fabio Massimo Castaldo: «L’eurozona non si discute, ma su austerità e immigrati si cambia».
Lo speciale contiene due articoli
In Italia dal 2010 il potere d’acquisto degli stipendi è crollato di 1.000 euro. A dirlo è uno studio della Fondazione Di Vittorio, intitolato Retribuzioni e mercato del lavoro: l’Italia a confronto con le maggiori economie dell’Eurozona. Nell’elaborato – firmato dal ricercatore Lorenzo Birindelli – si spiega chiaramente quale sia il problema: gli stipendi dal 2001 non sono cresciuti abbastanza per via dell’aumento delle professioni poco qualificate, rispetto a quelle che richiedono un percorso di studi più lungo e complesso. In pratica si preferisce assumere persone con scarse competenze, per pagarle meno, piuttosto che far ricorso a professionisti collaudati. Paradossalmente, una fotografia tanto impietosa della condizione in cui versano i lavoratori italiani viene scattata da un ente che è una costola della stessa Cgil, sindacato impegnato in battaglie un po’ su tutti i fronti – dall’immigrazione alla Tav, purché antigovernative – che si ritrova a strombazzare risultati tanto scoraggianti in quello che dovrebbe essere il suo «core business». Lo studio mette a confronto l’andamento degli stipendi rilevati dall’Ocse in Belgio, Francia, Germania, Olanda, Italia e Spagna. Queste ultime due nazioni sono le uniche in Europa in cui negli tra il 2010 e il 2017 il potere d’acquisto è diminuito di 1.000 euro e oltre. Va precisato che l’analisi è basata sui salari reali, cioè aumentando le retribuzioni di allora come se i prezzi del 2010 fossero gli stessi di oggi. Nel 2010, secondo l’indagine, in Italia lo stipendio medio era 30.273 euro, mentre nel 2017 era 29.214 euro. In Spagna la situazione è anche peggiore: 9 anni fa la retribuzione media era 29.165 euro, mentre 2 anni fa era 28.064. I lavoratori spagnoli hanno ceduto ben 1.101 euro in quasi due lustri.
Certo, la situazione non è rosea nemmeno in Olanda e in Belgio, dove il potere d’acquisto è rimasto praticamente invariato. Nei Paesi Bassi nel 2010 il salario medio era 46.885 euro, nel 2017 invece 46.755 (la perdita è quindi 110 euro). In Belgio si è registrato al contrario un lieve aumento (648 euro) passando da 43.192 euro (2010) a 43.840 (nel 2017). Niente a che vedere con Francia e Germania dove, nonostante la crisi, gli stipendi sono aumentati non poco. A Berlino e dintorni nel 2010 si guadagnavano 35.621 euro, ben meno rispetto ai 39.446 euro del 2017. La differenza è tutt’altro che irrilevante: 3.825 euro. Meno accentuato ma comunque molto positivo lo «spread» francese fra lo stipendio medio del 2010 (35.724 euro) e quello del 2017 (37.622). In questo caso la differenza positiva è di 1.898 euro di potere d’acquisto.
Come spiega Birindelli, «oltre alla crisi, vi sono altri aspetti, in parte intrecciati col nostro mercato del lavoro, che aiutano a leggere la stasi delle retribuzioni italiane. Si può iniziare dalla composizione per grande gruppo professionale dell’occupazione dipendente del nostro Paese. Rispetto alla media dell’Eurozona», illustra l’esperto, «l’occupazione dipendente in Italia soffre di una ridotta presenza nelle alte qualifiche (complessivamente quasi 7 punti percentuali in meno). Al contrario, è più alta, di oltre 2 punti percentuali, la quota delle professioni a bassa qualificazione».
Tra 2008 e 2017 è cresciuta infatti nel nostro Paese l’incidenza delle professioni intellettuali e scientifiche, pur se la quota rimane ancora distante da quella dell’Eurozona (13,5% contro 17,6%). In calo invece la quota relativa ai dirigenti (dal 2,2% all’1,3% dei lavoratori) e quella delle professioni tecniche (dal 22,3% al 17,7% dei professionisti). Lo studio della Fondazione Di Vittorio prende in esame anche i lavoratori part-time europei. Come spiega il dossier, oltre al nodo salariale per questi professionisti c’è anche il problema di un numero eccessivo di ore lavorate rispetto alla retribuzione percepita. Secondo l’indagine, nel 2017 un professionista part-time in Italia lavorava in media 22,2 ore la settimana contro un coefficiente europeo di 20,7 ore settimanali. Fa peggio di noi solo la Francia: 23,1 ore. In compenso, i lavoratori full time lavorano meno della media Ue: 39 ore contro 39,8 la settimana. In parole povere, considerando la retribuzione per singola ora, chi lavora part-time viene pagato meno di un operatore a tempo pieno.
Sia per i lavoratori a mezza giornata sia per quelli full time il problema nel mercato italiano è sempre lo stesso: sono i profili medi e alti a soffrire della maggiore penalizzazione, mentre per quelli bassi il divario è più contenuto, anche per il ruolo esercitato dai minimi contrattuali. Cosa fare dunque per risolvere i problemi retributivi dei lavoratori italiani? «Il tema dei redditi può e deve essere affrontato in più modi», dice Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio, «un intervento su quantità e qualità dell’occupazione, relativo allo scarso tasso di occupazione e al continuo incremento del lavoro povero; una nuova fase di contrattazione, a tutti i livelli, che aumenti assieme al salario nazionale la diffusione della contrattazione di secondo livello; una vera e importante riforma fiscale, di carattere fortemente progressivo, che recuperi risorse vero le retribuzioni. In realtà», continua Fammoni, «la scarsa crescita delle retribuzioni è uno degli effetti, ma anche causa, dello scarso sviluppo del nostro Paese. Provoca gravi disagi alla condizione delle persone, fa lievitare un lavoro povero e rappresenta una delle cause della permanente situazione emergenziale dei conti pubblici italiani».
La realtà è che l’unico modo per alzare i salari dei lavoratori italiani è quello di ridurre la spropositata tassazione di cui soffrono. Il divario tra retribuzione lorda e netta è ormai troppo elevato rispetto agli standard segnati in molti altri Paesi europei. Si tratta di un meccanismo che, oltre ad arricchire poco le persone, causa una scarsa propensione agli investimenti nella nostra nazione. Un problema che, dunque, riguarda tutti gli italiani, non solo quelli che lavorano.
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