La cura Di Maio per il M5s: basta vincoli di mandato. Intanto lui si blinda 4 anni
  • Svolta da partito: «Dialogo con le liste civiche». I consigli comunali come «palestre» dei candidati nazionali. Il suo ruolo: «Resto il capo politico».
  • Dopo la spinta di Via XX settembre per la Tav, il premier rilancia il piano per sbloccare i cantieri con la regia di Palazzo Chigi. In ballo ci sono opere congelate per decine di miliardi.

Lo speciale contiene due articoli

«Il corpo è cambiato ma l’anima è sempre la stessa». Il giorno dopo la seconda batosta elettorale in tre settimane, Luigi Di Maio non si sente sotto processo e presenta due priorità: accelerare sul progetto di trasformazione del Movimento 5 stelle in partito politico e convincere gli elettori che nessuno, ma proprio nessuno, dei valori originari verrà intaccato. «Onestà, lotta alla corruzione e agli sprechi, modernizzazione sostenibile, il ritorno del cittadino al centro della politica: le bandiere continueranno a sventolare mentre il bambino cresce», è il mantra nel quartiere generale grillino. Perché il risultato finale non dovrà essere Frankenstein junior e neppure E.T. ma un partito maggiorenne con la testa a Roma e il cuore sul territorio, dove oggi arrivano le legnate più dolorose.

«È il momento di cambiare passo e pensare al futuro», spiega il vicepremier, prima ai giornalisti e subito dopo agli adepti via Web. E il futuro prevede quattro capisaldi: alleanze con liste civiche vere, più presenza ed esperienza nei comuni, via il vincolo di mandato per i consiglieri. E lui in sella per altri quattro anni. «Scriveremo insieme il programma per le elezioni del 26 maggio; inizierà su Rousseau un percorso di ascolto degli iscritti (una settimana) per decidere come dare una nuova organizzazione al Movimento. Dobbiamo dare un colpo di reni per poter avere una forza maggiore per migliorare l’Italia e l’Europa. E per farlo abbiamo bisogno di organizzarci meglio».

La necessità s’era mostrata dopo la sconfitta in Abruzzo e si è trasformata in urgenza dopo il flop sardo. Messa la sordina ad Alessandro Di Battista e chiesto al presidente della Camera, Roberto Fico, di non sbandare troppo a sinistra, non c’erano altre mosse da fare attorno agli uomini. Di Maio ha quindi smentito dissapori con Beppe Grillo: «Ci siamo sentiti dieci minuti fa, non c’è nessun diverbio. Ma vi ringrazio per ciò che scrivete, ci costringete a sentirci ancora di più». Poi ha ribadito che «il governo va avanti per cinque anni». E ha ricordato soprattutto ad uso interno che «del capo politico se ne riparla fra quattro anni, non sto pensando al mio terzo mandato».

La causa del misero 9,7% in Sardegna secondo lui è organizzativa, strutturale. Per vincere le amministrative bisogna radicarsi nei comuni, nelle città, nelle regioni. «I due temi più delicati su cui ora dovrà aprirsi il dibattito» prosegue Di Maio nel dipingere il movimento 2.0, «sono gli apparentamenti con le liste civiche e la deroga alla regola dei due mandati. Avvieremo un dialogo con le vere liste civiche. Ci sono liste fabbricate in provetta che non ci interessano mentre ci sono gruppi civici che sul territorio collaborano col Movimento». La scrematura sarà impegnativa «per evitare trappole».

Lo sblocco dei due mandati (che per ora non vale per i parlamentari) è fondamentale proprio per presidiare le amministrazioni locali, con lo scopo di costruire una classe dirigente all’altezza, una vera scuola di partito sul territorio sulla scorta di ciò che la Lega ha realizzato al Nord. Maggiore esperienza, un parco più ampio di candidati competenti da proiettare a livello nazionale. Con un problemino: il Carroccio, per essere tale, ha impiegato 20 anni. Di Maio non ha fretta. «Possiamo discutere di nuove regole per i consiglieri comunali. Per esempio che il loro secondo mandato non valga e possano candidarsi anche al consiglio regionale o in Parlamento. Ma per maturare quell’esperienza, il primo mandato da consigliere lo devi fare».

Le sconfitte hanno fatto riflettere i leader pentastellati, i quali hanno compreso che lo scenario è cambiato. «Oggi siamo al governo e sappiamo che, oltre che a livello nazionale, è fondamentale lavorare a livello locale ed europeo. Per questo vogliamo migliorare la nostra organizzazione. Possiamo farlo individuando persone, di comprovata competenza, che siano un punto di riferimento del Movimento per i vari mondi che ogni giorno si mettono in contatto con noi. Dal mondo dell’impresa al mondo delle università e del volontariato, dai sindaci alle camere di commercio passando per le associazioni e i comitati».

La base della piramide dovrà essere più larga, il vertice invece no. Il vicepremier tira dritto e ribadisce: «Ogni volta si canta la morte del cigno, la morte del M5s, ma noi siamo vivi e vegeti. E lo dico non perché dica che va tutto bene, ma perché penso che le amministrative non abbiano alcun impatto sulla vita del Movimento e tanto meno del governo».

La botta sembra assorbita e certi desideri inespressi dalla pancia parlamentare dei grillini (per esempio sostituire il ministro Danilo Toninelli per le sue gaffe) rimangono a livello gossip. Domanda bruciante a Circo Massimo (Radio Capital): le esternazioni di Toninelli vi fanno perdere voti? Risposta del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Stefano Buffagni: «Non posso rispondere…». Parte il circo mediatico, vuoi vedere che è vero? Allora Buffagni precisa: «Toninelli sta svolgendo un gran lavoro in un ministero non facile come quello delle Infrastrutture. Una domanda così non meritava risposta, mi sono limitato a una risata». Avanti il prossimo.


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