Il centrodestra unito conquista la piazza. Ma lo spettro del Mes aleggia fra i sorrisi
Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani (Ansa)
Tutti seduti per rispettare le distanze. Il corteo però non elimina le tensioni: cresce il pressing del Pd per imbarcare gli azzurri.

«Non ci farete trasformare le mascherine in bavagli». La sintesi di Giorgia Meloni scalda il popolo di centrodestra nel sabato romano sotto lo striscione «Insieme per l’Italia del lavoro». Quattromila persone sedute in piazza del Popolo come in un teatro naturale, senza insegne di partito, con il solo tricolore che sventola. «Abbiamo dovuto contingentare gli inviti, ci mancava poco che ci facessero pagare il biglietto. Curiosamente quando si protesta contro il governo c’è rischio di contagio».

Distanziamento, termoscanner e gel. «Così evitiamo piagnistei e polemiche», aggiunge Matteo Salvini ricordando le strumentalizzazioni del 2 giugno di una sinistra occhiuta, capace di demonizzare gli avversari ma per nulla preoccupata dagli eventuali infetti da 25 aprile, 1° maggio, cortei dei Cobas, dei Carc, dei centri sociali, delle sardine ritornanti, delle organizzazioni gay, degli antifa da diporto impegnati a imbrattare monumenti e a violentare l’intelligenza dei cittadini. Qui la statua più pericolante è quella metaforica del premier Giuseppe Conte, già di per sé senza piedistallo. L’opposizione è pronta alla spallata. L’effigie bronzea sarebbe pure dadaista: un’enorme pochette che pare un lenzuolo, il volto inutilmente scavato di una comparsa che lancia soldi del Monopoli, con i pantaloni flosci e rimborsati di un Garibaldi sgangherato, appena tornato in posa dopo essersi assentato un attimo dietro una siepe a dare fisiologica prova di sé. È lui il bersaglio di quella parte d’Italia che non tollera più la palude nella quale è precipitato il Paese dopo il Covid.

Sottolinea la Meloni: «Avremmo potuto tacere e mettere insieme solo due immagini, loro chiusi nella loro villa, nel Palazzo, e noi fra la gente in piazza. Per questo facciamo paura. Loro vorrebbero che la democrazia si trasformasse in un reality show: ci hanno ammorbati con la serie Il Decreto, poi con La villa dei famosi, ora Chi l’ha visto perché del documento con le proposte dell’esecutivo non c’è traccia. Sappiamo che l’Italia ha bisogno al più presto di liberarsi di questo governo».

Forza Italia è rappresentata dal numero due Antonio Tajani, che chiede elezioni anticipate e lancia una similitudine politico giudiziaria: «Finché non ci sarà un governo di centrodestra non ci fermeremo. Quella contro Silvio Berlusconi è una sentenza firmata da un plotone di esecuzione che prendeva ordini dall’alto. Chiediamo una commissione d’inchiesta per sapere chi dava quegli ordini. È quello che vogliono far passare anche a Salvini; siccome non possono vincere con il voto del popolo, vincono con i golpe giudiziari».

L’ex ministro dell’Interno raccoglie fino a un certo punto. Intuisce che la coalizione mostra l’anello debole proprio nell’atteggiamento di Forza Italia, ormai in bilico fra opposizione e appoggio esterno al Conte bis soprattutto sul Mes, quindi preferisce spingere sull’unità. Ci sono le regionali da vincere, questo conta per il leader della Lega. «Lo dico ai giornalisti, più provate a farci litigare, più ci date la forza di stare uniti per il Paese. Mi fido totalmente di Forza Italia, in questa piazza c’è la squadra che governerà nei prossimi anni. Sogno un’Italia federale e presidenziale: sono le due riforme che vedo come priorità nel governo che spero avrò l’onore di guidare. Viva l’Italia intera e tutta, unita e generosa, che però ha bisogno di riforme: federalismo e presidenzialismo. Un presidente eletto dai cittadini e più poteri ai Comuni, alle Regioni, alle autonomie. È l’Italia dei campanili, dei santi patroni, delle diversità che si è riscoperta unita e solidale nei giorni delle chiusure».

Lo scatto politico è importante, sono parole nuove che la Lega nello stesso giorno porta fra la gente in tutto il Paese con i 2.000 gazebo. C’è una visione alternativa alla melassa del progressismo liberal grillino intriso di luoghi comuni e decrescita triste, scandito dai diktat di Bruxelles, percorso dai monopattini a motore, da ragionieri con lo zainetto che si autodefiniscono economisti, da esploratori dell’ovvio con la tessera da giornalisti. Tutti accalcati per il quarto d’ora di vanità dall’ex europarlamentare piddina Lilli Gruber. Ma Salvini sa che tutto questo diventa difficile per colpa di un trattino che sembra sempre più una stanga di frontiera. È la breve ma non insignificante linea con la quale Berlusconi scrive centro-destra, uno spazio che si allarga nel momento in cui lui ritiene di essere il centro e tutto il resto più in là, oltre le colonne d’Ercole del Mes.

Il problema c’è ed è concentrato in quella linea nera che trasforma Tajani da alleato di ferro in convitato di pietra. Inutile far finta di non vedere e di non sentire. Il numero due di Forza Italia arriva dove può, enuncia il condivisibile (elezioni anticipate, convergenza nei territori, indignazione per la pochezza di Conte e dei suoi dilettanti), ma nulla può dire di più. Il Cavaliere in questo momento è altrove, balla con Matteo Renzi, riesce perfino a immaginare uno spritz con Nicola Zingaretti. Dopo essere stato cacciato da condannato con un golpe, vuole rientrare in Senato da protagonista. Lui che un giorno disse «i grillini nelle mie aziende non pulirebbero neppure i cessi», non è ancora arrivato a farsi stappare un crodino da Luigi Di Maio, ma con l’aiuto di Gianni Letta potrebbe succedere.

Non per nulla le volpi del Pd hanno cominciato la marcia di avvicinamento. I dem sanno di non avere più una maggioranza credibile a Palazzo Madama, temono le trappole dell’ala antieuropeista 5 stelle, contano sul richiamo della maggioranza Ursula e dell’importanza che Berlusconi attribuisce al Ppe. Così nell’estate degli inganni, Belzebù può tranquillamente diventare un simpatico e arzillo compagno di viaggio. Neppure Goffredo Bettini poteva immaginarselo, l’inciucio. Per il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, il trattino che si allunga nella testa del Cavaliere è già un’opportunità. «Il dialogo con Forza Italia sui temi fondamentali va coltivato con attenzione», butta lì in un’intervista al Corriere della Sera. «Non stiamo progettando i prossimi mesi ma i prossimi decenni. L’unità delle forze che si riconoscono nell’Europa è un valore».

Fosse per lui, per Renzi, per Marcucci (gente capace di digerire intera la mucca nel corridoio di Pier Luigi Bersani pur di mantenere il potere) il diavolo di Arcore sarebbe già stato imbarcato. Alla fine i leader si stringono sul palco con il metro sociale, piazza del Popolo applaude, però il retropensiero aleggia, prende forma. E quando Giorgia Meloni dice: «Confronto a questi perfino Toninelli sembrava Zichichi», c’è la sensazione che senza un centrodestra compatto rimarranno ancora lì, con i calzoni rimborsati, sul piedistallo di marzapane.

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