- La Procura di Roma smonta la tesi degli attacchi via social cavalcata dal solito Alberto Nardelli di Buzzfeed e dall’ex premier. Che ieri ha accusato Matteo Salvini di «alto tradimento».
- L’estate scorsa, dopo gli attacchi Web a Sergio Mattarella per la mancata nomina di Paolo Savona a ministro, i giornaloni si scatenano. Per il Corriere è un’azione «coordinata» e tira in ballo Marcello Foa. Repubblica e Messaggero vedono «Ue e Ong in pericolo».
Lo speciale contiene due articoli.
I soliti nomi, le solite facce, la solita solfa: dietro questo Russiagate all’amatriciana si annida un covo di reduci renziani già più volte salito alla ribalta mediatica e twittarola. Per risalire alla fonte di questo fiume di supposizioni senza alcun fondamento concreto, è bene partire da una notizia di ieri mattina. «Non c’è alcuna regia di troll russi», scrive l’agenzia di stampa Agi, «negli attacchi via social, con falsi account Twitter, indirizzati nel maggio dello scorso anno al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’indomani del veto alla nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia. È la convinzione della Procura di Roma che sulla vicenda aveva aperto un’inchiesta ipotizzando i reati di attentato alla libertà del presidente della Repubblica e di offesa all’onore e al prestigio del capo dello Stato. Il coinvolgimento di troll manovrati da Mosca», aggiunge l’Agi, «peraltro smentito a suo tempo dall’allora direttore del Dis Alessandro Pansa in un rapporto consegnato al Copasir, sarebbe insomma un’invenzione giornalistica perché non suffragata da alcun elemento concreto».
La Procura si riferisce a quanto accadde nel corso della notte tra il 27 e il 28 maggio 2018, subito dopo il «no» di Sergio Mattarella alla nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia, con conseguente remissione dell’incarico di formare il governo da parte di Giuseppe Conte e ira funesta di Luigi Di Maio. Contro l’inquilino del Quirinale si scatena una guerra a colpi di tweet: almeno 360 account diffondono a raffica insulti verso Mattarella, invitato a dimettersi. Sono profili anomali: pochissimi followers, nomi composti da numeri e frammenti di parole, sembrano avere come unico scopo il retweet di argomenti politici. «A individuare la rete di profili anomali», scrive Repubblica.it il 30 maggio, «sono stati due informatici, Andrea Stroppa e Danny Di Stefano. «È da escludere», precisa Repubblica, «sulla base dei dati in loro possesso, che la manipolazione sia teleguidata dall’estero». Dunque, sono gli stessi Stroppa e Di Stefano a escludere che si tratti di account «teleguidati dall’estero».
Il 2 agosto 2018, sul Corriere della Sera, il quirinalista Marzio Breda lancia la bomba con un articolo dal titolo: «La notte dell’allarme al Quirinale. In 400 per l’attacco sull’impeachment»: «A Mosca e dintorni», scrive Breda, «del resto, ci sono le cosiddette fabbriche dei troll di cui ha parlato già ieri il Corriere in un approfondimento sul lavoro del procuratore speciale Robert Mueller nel caso Russiagate. E tra le novità che stanno trapelando dall’inchiesta ci sono ripetuti interventi negli ultimi anni anche sulla politica italiana». L’articolo di Breda, visibile anche on line, viene ripreso dalla maggior parte della stampa italiana con titoli come «La mano russa dietro l’attacco a Sergio Mattarella via Twitter» (Huffingtonpost.it), o «Dalla Russia attacco web contro Mattarella» (Ansa.it).
Il 4 agosto la procura di Roma apre l’indagine sugli attacchi via Twitter a Mattarella; lo stesso giorno, in una discussione su Twitter sui famosi 400 account, arriva il commento di Alberto Nardelli, l’autore dello «scoop» di Buzzfeed sugli audio di Savoini in Russia: «Che ci siano account russi che hanno postato in Italiano», scrive Nardelli, «è un dato di fatto. Quello che non si sa è quanto sia diffusa la cosa. Poi, l’impatto di tutto ciò in Italia (e altrove) è dibattito diverso (ed importante)». Il 5 agosto, in una intervista al Messaggero, Matteo Renzi, commentando l’inchiesta, si lancia: «Chiederò di essere sentito come testimone. Al rientro dalle ferie», annuncia l’ex rottamatore, «chiederò al procuratore Pignatone di essere ascoltato dai pm che si occupano di questa vicenda. Ho molto da raccontare». Dunque: l’inchiesta, come ieri ha fatto sapere la stessa procura di Roma, ha chiarito che il presunto coinvolgimento di troll manovrati da Mosca nell’attacco social a Mattarella era «un’invenzione giornalistica perché non suffragata da alcun elemento concreto». Eppure, Nardelli su Twitter lo battezzava come «un dato di fatto».
Ieri, Matteo Renzi, a Milano ha organizzato una kermesse contro le fake news. «Non credo che la Lega abbia preso quei soldi», ha detto Renzi, «ma non credo nemmeno che questo sia il punto. Il punto è che membri della delegazione del vicepremier e ministro dell’Interno quei soldi ai russi li hanno chiesti. Se li hanno dati è corruzione internazionale e finanziamento illecito. Ma se questi soldi, uno che stava con Salvini, sovranista, li ha chiesti, questo è alto tradimento nei confronti del nostro Paese. Quando Salvini dice querelo tutti quelli che accostano i soldi russi alla Lega e vuole querelare», ha aggiunto Renzi, «quereli il suo uomo. Salvini, girati verso i tuoi, fatti un selfie, sarà la prima selfie-querela. A Salvini lo dico in russo: Tovarish Salvini, glasnost». Chi lo sa cosa twitterà Nardelli, l’uomo dello scoop, colui che definiva «un dato di fatto» che dietro l’attacco a Mattarella ci fossero i russi. Peccato che quella sì che era una fake news, come ha accertato la Procura di Roma.
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