• Se per noi la fede non ha importanza, non significa che sia lo stesso anche per gli altri. Nell’avanzata del terrorismo il Corano conta eccome.
  • Lo storico Eugenio Capozzi spiega come i progressisti abbiano usato questa ideologia politica per mantenere l’egemonia.

Lo speciale contiene due articoli.

Ancora una volta, ci fu il silenzio. Il 14 novembre 2015, all’indomani degli attentati più sanguinosi che la Francia abbia mai conosciuto, il Paese è rimasto colpito dallo stupore. Ovunque, nonostante il divieto di manifestare, dei raduni silenziosi sono stati improvvisati. Davanti ai bar, ai ristoranti in cui gli assassini avevano svuotato i loro caricatori, così come sulla soglia del Bataclan, la sala da concerto che era stata teatro della carneficina, ciascuno era venuto per raccogliersi, accendere una candela, depositare dei fiori. Senza dire una parola. Questo silenzio ne richiamava ricordava un altro, altrettanto profondo.

All’inizio dell’anno 2015, gli attacchi contro Charlie Hebdo e l’Hypercacher della Porte de Vincennes avevano imposto non solo il terrore ma anche il mutismo. La sera del 7 gennaio, soltanto poche ore dopo l’attacco sanguinoso contro il settimanale satirico, una folla si era raggruppata spontaneamente Place de la République a Parigi. Oramai regnava il silenzio. È stato ancora più impressionante, quattro giorni dopo, quando milioni di persone hanno sfilato attraverso il paese. Era l’11 gennaio. Poco o niente striscioni, quasi nessuno slogan. Se gli attacchi fossero stati rivendicati da un nemico politico conosciuto, a cominciare da un movimento di estrema destra, le cose sarebbero state molto diverse, le parole d’ordine già trovate. Ma, in questo caso, protestare contro chi? Manifestare per cosa? Questo silenzio rifletteva quindi dapprima un immenso senso di smarrimento, un’impossibilità di nominare il colpevole. […]

Al di là delle sue motivazioni politiche, questo silenzio è un sintomo di una cecità più profonda, che riguarda la relazione che molti di noi, qualunque sia la sensibilità ideologica, intrattengono con la religione. Ciò che è in gioco, è ormai la nostra reticenza a considerare la fede religiosa come causalità specifica, e soprattutto come un potere politico: aderiamo spontaneamente alle spiegazioni sociali, economiche o psicologiche; ma alla fede, nessuno ci crede. Cerchiamo di essere chiari: non si tratta ovviamente di negare che il jihadismo abbia cause geopolitiche o socio-economiche. Ignorando costantemente la sua dimensione strettamente religiosa, tuttavia, tralasciamo la sua singolarità.

Una violenza che viene esercitata nel nome di Dio non è una qualsiasi violenza. E ciò che dovrebbe sorprenderci, o preoccuparci, non è che l’islamismo armato abbia radici sociali, ma piuttosto che manifesti una evidente autonomia in relazione ad esse. […]

Tale è la forza del pregiudizio: ogni volta che la realtà gli apporta una smentita, cadiamo dalle nuvole… senza cambiare nulla alle nostre idee. Nel nostro immaginario comune, quindi, i giovani che si uniscono alla galassia jihadista sono necessariamente persi, hanno per forza smarrito la strada. Oppure degli ignoranti. Perché anche quando riconosciamo che questi combattenti sono mossi da un credo, generalmente lo riduciamo ad uno stupido fanatismo o una follia barbara. Eredi di una tradizione associata all’ideale illuminista, opponiamo sistematicamente il credo zelante al sapere razionale; associamo spontaneamente l’impegno dogmatico alla mancanza di educazione.

Certo, quando si esamina la confessione finale di tale o tale islamista kamikaze, convinto che settantadue vergini lo aspettano in paradiso, si crede di assistere ad un puro delirio; quando si legge la testimonianza di un giovane combattente francese di Aleppo, che assicura che dai cadaveri dei martiri in Siria emana un delizioso profumo di muschio, si ha voglia di evocare la pazzia.

Ma tutto cambia se vediamo in questo discorso il risultato di un lungo viaggio intimo, in cui ogni passo implica una rivolta logica, una certezza rafforzata. Da quel momento in poi, il jihadista non apparirà più come un diseredato o uno sciocco, ma piuttosto come un oltranzista della verità. Poco importa, inoltre, se sia o meno un grande studioso: gli uomini che guidarono le guerre di religione nell’Europa del XVI secolo non erano tutti grandi teologi, ma tutti erano certi di condurre una battaglia comune! Allo stesso modo, ciò che collega due jihadisti nati in contesti e continenti diversi, il primo proveniente dalla borghesia nigeriana e il secondo da una modesta famiglia francese, uno musulmano di origine e l’altro convertito, sono essenzialmente dei testi, degli atti e una fede identici.

Indipendentemente dalla loro nazionalità, dalle loro origini sociali e dal loro bagaglio culturale, hanno in comune uno stesso percorso nell’indignazione, nella ribellione e nella speranza. Se questo percorso li conduce fino a Mosul, e sono pronti a lasciarci la loro vita, non è certo estraneo al loro credo: giorno dopo giorno, e in tutte le lingue, dei predicatori jihadisti evocano le profezie che hanno annunciato l’avvento del Regno di Dio in questa regione della terra. […]

L’ascesa dell’Islam politico mette a nudo la nostra cecità su queste problematiche. Di fronte all’islamismo, al pericolo jihadista, scopriamo, attoniti, il nostro smarrimento. Ormai, non solo siamo convinti che la religione appartenga al passato, ma l’idea stessa che possa avere una forza politica propria ci sembra stravagante. Quando degli uomini si richiamano a Dio per seminare il terrore nel cuore di Parigi, ci affrettiamo a descrivere il loro gesto come un’assurdità, come una follia che non ha più nessuna ragione d’essere. […]

La sinistra ha adottato tre diversi atteggiamenti nei confronti della religione. In primo luogo, poteva consistere nel manifestare un odio assoluto nei confronti di credenze che denunciava come fondamentalmente reazionarie. In secondo luogo, alle volte, poteva guardare a queste credenze con una certa empatia, considerando che testimoniassero un mezzo di ribellione per gli oppressi; in questo caso la lotta per l’emancipazione doveva unire colui che crede nel cielo e colui che non ci crede. Infine, poteva coltivare l’indifferenza. Ma in ogni caso, che abbia tentato di fustigare la religione, che abbia tentato di strumentalizzarla o che abbia fatto come se niente fosse, la sinistra ha spesso rifiutato di prendere sul serio il fatto spirituale.


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