La ridicola gara a fare di Jacobs una bandierina pro immigrazione
  • Parte subito una sgangherata operazione per arruolare l’italiano di origini texane nella campagna ideologica pro ius soli. Peccato che la norma per gli atleti esista già. E che non c’entri nulla con la storia del velocista.
  • Dal Colle al governo ai partiti, la politica prova ad appuntarsi le medaglie dei nostri campioni. Ma per tutto il periodo del lockdown il settore è stato snobbato dallo Stato.

Lo speciale contiene due articoli.

È riuscito a correre più veloce di Marcell Jacobs, una prestazione da autovelox. Il sorriso non si era ancora spento sulle labbra degli italiani che Giovanni Malagò l’aveva già buttata in politica con un’uscita divisiva, per nulla in sintonia con l’italianità di un’impresa storica compiuta da due ragazzi d’oro avvolti nel tricolore davanti al mondo. «Non riconoscere lo ius soli sportivo è qualcosa di aberrante, folle. Oggi va concretizzato: a 18 anni e un minuto chi ha questi requisiti deve avere la cittadinanza italiana».

Poi il presidente del Coni ha compiuto un salto logico da far invidia a Gimbo Tamberi, abbattendo l’asticella e atterrando di schiena fuori dal materasso: «Non ci deve essere una via crucis, vi posso raccontare di rimbalzi fra prefetture, ministeri e situazioni che rallentano il tutto. Così uno se ne va a gareggiare per un altro Paese». Un candelotto di dinamite in platea nel Giorno dei Giorni, quello della leggenda. Come se tutto – anche due medaglie d’oro alle Olimpiadi – dovesse essere ricondotto a una fredda battaglia ideologica, a una tignosa rivendicazione di parte. Un errore spiacevole, una nube di polemica che nessuno meritava.

Jacobs è figlio di mamma italiana, quindi italiano per diritto di sangue. È arrivato a Desenzano sul Garda a 18 mesi e a 15 anni, quando poteva prendere la cittadinanza americana, ha scelto il nostro Paese. Un sacrificio per uno sprinter: ha lasciato il paradiso dell’atletica, la California dei maestri della velocità, i trials di Eugene, perché si è sempre sentito italiano come lui stesso ha ripetuto in stereofonia. «In Texas sono solo nato, l’Italia è il mio Paese, i miei figli sono nati qui (a 26 anni ne ha tre, ndr), mi sento italiano in ogni cellula del mio corpo». È tutto scritto sulla pelle attraverso i tatuaggi: una tigre come lui, le date di nascita dei figli, la Rosa dei venti, una frase sul rapporto recuperato con il padre marine che lo lasciò. E una curiosa appendice: non ha mai imparato bene l’inglese, tanto che ieri in conferenza stampa alcuni giornalisti spagnoli e francesi gli parlavano in italiano.

Lo ius soli non ha niente a che vedere con lui e brandirlo come una clava per speculazioni politiche significa calpestare un terreno minato. Ne ha diritto solo chi ha muscoli, testa e cuore per andare alle Olimpiadi? Può ottenerlo chi corre i cento metri in meno di 10 netti? Uno scenario surreale, a sua volta discriminante nei confronti dell’ordinary people, la gente comune che rispetta le regole. Peraltro lo ius soli sportivo esiste già: riguarda gli stranieri che risiedono in Italia e dal decimo anno di età possono essere tesserati dalle federazioni come gli italiani. Non partecipano alle selezioni nazionali, per le quali è necessaria la cittadinanza, ma al compimento dei 18 anni hanno facoltà di richiederla e ottenerla nei tempi da mal di testa che la burocrazia concede indistintamente a tutti i cittadini.

La strumentalizzazione di una medaglia d’oro da leggenda è frenata da Matteo Salvini, che coglie il nocciolo del problema: «Sono strafelice per l’impresa ma con lo ius soli non c’entra nulla. Non c’è niente da cambiare, la legge va bene così com’è. Lo ius soli è una bandierina ideologica. Fino a quando la Lega sarà al governo, quella legge non passerà». Usare Jacobs per forzature immigrazioniste è un brutto sport. Gad Lerner non si lascia sfuggire l’occasione e twitta: «Marcell Jacobs, un grande bresciano (alla faccia di chi so io)». Viene travolto dalle critiche social, anche perché la furia polemica gli fa dimenticare Tamberi. La risposta del leader del centrodestra non si fa attendere: «Viva Marcell, che pena i rosiconi».

Un’occasione persa, ancora una volta, mentre milioni di italiani continuano a rivedere su Youtube quello scatto micidiale e quel salto nel mito. Due gesti che recuperano valori forti, abbandonati dalla politica progressista alla ricerca di eccitazioni modaiole: la famiglia e l’amicizia. Parole vecchie per l’intellettualismo dem, eppure quello Jacobs che torna in Italia non con il genitore uno ma con la madre Viviana, che cresce accanto a lei, che sceglie lei e di conseguenza l’Italia (e per lei ha le prime parole dolci con l’oro al collo), è un tributo alla famiglia. Alle fatiche, alle lacrime, alle gioie di una famiglia ritrovata. Dirà alla fine del sogno: «Odiavo mio padre perché era scomparso, da bambino a scuola non lo disegnavo neppure, ho vinto anche perché sono tornato a parlare con lui».

E Tamberi? L’oro ex aequo, la decisione di spartire con il fuoriclasse qatariota Mutaz Barshim il trionfo. Un’amicizia che emoziona il mondo quando i due si mettono reciprocamente al collo le medaglie. Gimbo conferma: «Due vincitori sono meglio di uno. Siamo grandissimi amici. È stata una gara estenuante, eravamo sfiniti. Fossimo andati avanti saremmo dovuti scendere di misura e non sarebbe stato giusto per una delle finali olimpiche più belle di sempre. Toglierci l’oro olimpico avrebbe voluto dire toglierci a vicenda un sogno».

La famiglia e l’amicizia. Ma nell’Italia con il chiodo fisso dell’ideologia tutto questo dovrebbe venire dopo lo ius soli sportivo (che già esiste). I due campioni hanno comunque raggiunto un obiettivo: nessuno, neppure Michela Murgia, oggi sembra avere più paura delle divise. Tamberi e Jacobs appartengono alle Fiamme oro Padova. Poliziotti. A Capalbio tutti zitti.


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