Il crocifisso trascinato di nuovo alla sbarra
  • L’ennesima controversia sul simbolo cristiano appeso in tutte le aule italiane finisce oggi davanti alla Cassazione. Stavolta è in gioco l’idea di laicità dello Stato. L’esperto: «Occhio, il muro bianco non è affatto neutro. Celebra il rigetto di ogni fede».
  • Cinque anni e mezzo a don Galli. Il suo caso sgonfia tanti proclami sulla lotta agli abusi.

Lo speciale contiene due articoli.

Oggi si decide il futuro del crocifisso nelle aule scolastiche, se possa restare o debba esser rimosso. A stabilirlo saranno le Sezioni unite civili della Corte di cassazione, chiamate ad esprimersi con un verdetto che, comunque vada, toccherà valori profondi: l’identità culturale dell’Italia, il pluralismo religioso e, naturalmente, la laicità dello Stato. Tutto è originato dal caso di un docente, vicino all’Uaar – acronimo di Unione atei e agnostici razionalisti -, il quale, durante le sue ore, rimuoveva sistematicamente il crocifisso, in contrasto sia con la volontà dei suoi studenti, in maggioranza favorevoli all’esposizione in aula dello stesso, sia con un provvedimento del preside, che chiedeva ai docenti il rispetto della decisione degli allievi.

Per tale sua ostinazione laicista, al docente era stata irrogata la sanzione della sospensione di 30 giorni da funzioni e stipendio. Ne è scaturito un processo che ha visto la pur severa sanzione ritenuta legittima sia in primo grado sia in appello. Quando però la questione, su ricorso dell’insegnante, è giunta in Cassazione, la sezione lavoro, anziché esprimersi nel merito, ha fatto quella che ad alcuni è parsa una mossa a sorpresa: ha chiesto una decisione di merito alle Sezioni unite. Un rinvio basato sull’ipotesi che l’esposizione del crocifisso possa configurare una lesione della libertà d’insegnamento nonché di quella di coscienza del docente.

«La novità di questo caso», spiega alla Verità Angelo Salvi, avvocato del Centro studi Livatino, che sta seguendo da vicino la questione, «consiste nella prospettiva. C’erano precedenti di studenti che avevano chiesto la rimozione del crocifisso, ma mai un docente, aspetto che pone la vicenda in una dimensione di possibile discriminazione sul lavoro». Il fatto che però la sezione lavoro della Cassazione abbia sentito la necessità di rivolgersi alle Sezioni unite espande automaticamente la questione oltre i confini giuslavoristici. «Il tema vero su cui rifletterà la Cassazione», aggiunge in merito Salvi, «sarà quello della laicità dello Stato. I giudici dovranno stabilire se la laicità sia da intendersi come neutralità assoluta oppure come spazio pubblico e punto d’incontro di diverse culture, attraverso un accordo tra i vari attori».

Naturalmente, gli ambienti laicisti fanno il tifo per la prima opzione, sulla scorta della laïcité francese. «Ma anche questo approccio di totale distacco da ogni riferimento religioso», precisa il legale del Centro studi Livatino, «non è in realtà così neutro. Il “muro bianco” ha cioè un peso uguale e contrario a quello con affisso il simbolo cristiano. La mancata esposizione comporta comunque l’adesione ad una prospettiva, che imparziale non è». La laicità assoluta, insomma, altro non è che laicismo, ossia non indifferenza bensì rifiuto del religioso. Un discorso ben diverso e che oggi potrebbe ottenere il sigillo della Cassazione.

Infatti, se in precedenza non erano mancati autorevoli verdetti anche internazionali a favore del crocifisso in luoghi pubblici (come il caso Lautsi contro l’Italia, con la Corte europea dei diritti dell’uomo che, nel marzo 2011, diede il suo placet alla permanenza del simbolo), in questo caso gli auspici non sono dei migliori. Su tutti, lo attesta un elemento. «Anziché pronunciarsi sul caso posto alla sua attenzione», sottolinea l’avvocato Salvi, «la sezione lavoro della Cassazione ha steso una ordinanza che definisce insufficiente l’attuale compendio normativo e giurisprudenziale». Tradotto dal giuridichese, significa che, volendo, i giudici avrebbero avuto già tutti gli elementi – come, del resto, i loro colleghi di primo e secondo grado – per affrontare serenamente la questione; il fatto che abbiano optato per un rinvio alle Sezioni unite, invece, pare il tentativo di sollevare un problema.

Un problema che tanti consideravano risolto dopo che non la Santa Sede, bensì il Consiglio di Stato col parere 556 del 2006, in replica ad un ricorso della già citata Uaar, aveva affermato che «in Italia, il crocifisso è atto ad esprimere, in chiave simbolica ma in modo adeguato, l’origine religiosa dei valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libertà, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell’autorità, di solidarietà umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civiltà italiana». Era cioè stato il supremo giudice amministrativo a chiarire che non soltanto il crocifisso non discrimina, ma è l’antidoto ad «ogni discriminazione».

Sarebbe quindi singolare se nella giornata odierna la Cassazione si esprimesse altrimenti, visto anche che il regio decreto che prevede l’esposizione del crocifisso ha resistito a 75 anni di vita democratica, e che perfino la Consulta in passato ha dichiarato la costituzionalità della stessa questione inammissibile, trattandosi di norme aventi natura regolamentare. Vedremo. Nel frattempo, si registra comunque il paradosso di un Paese in cui non passa giorno senza che s’intoni il ritornello dell’«inclusione» – verso tutti: persone di orientamento omosessuale, di fede islamica e migranti -, salvo poi indicare nel crocifisso una minaccia; e pazienza se alcuni milioni di cattolici si sentono offesi, problemi loro.


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