Lo strano dietrofront di chi denunciava i mali del correntismo e oggi sostiene il No
Nel riquadro, Alberto Cianfarini, giudice del Tribunale di Roma (Ansa)

In questi giorni che precedono il referendum avverto quale cittadino e magistrato un certo disagio. Non già per l’esito del responso; la mia coscienza di cittadino è a posto e posso dire di aver divulgato a tutti i miei interlocutori la bontà della riforma non già sparando offensivi slogan o cercando di far prevalere la mia opinione da tecnico, quanto piuttosto esibendo letteralmente il facile testo normativo dal quale è agevole ricavare che tutti i disastri preconizzati dai detrattori non sono minimamente rinvenibili nella riforma.

Il disagio è forse dettato dal fatto che illustri giornalisti e famosi colleghi che, anni prima, avevano dettagliatamente indicato sui mass media i mali del cosiddetto «correntismo giudiziario», abbiano oggi effettuato una totale abiura dell’originale pensiero e, contestualmente, indicato ai cittadini di votare No. Si dirà, cambiare opinione è consentito. Certo che sì. Tutti possono cambiare opinione; anzi è segno di raffinata intelligenza direbbe Talleyrand.

Eppure qualcosa non torna. Nelle primigenie dichiarazioni, giornalisti e famosi colleghi effettuarono una disamina dettagliata e completa della criticità (basta rivedere le impietose registrazioni su Youtube): sostanzialmente, dissero che l’Anm, a mezzo delle consustanziali correnti, aveva potenzialmente eterodiretto le valutazioni dei magistrati di competenza del Csm (per come dettagliatamente indicato non solo nei libri di Livadiotti e Palamara), deformando gli esiti finali di tanti provvedimenti amministrativi. Invocavano tutti una riforma normativa che oggi, senza motivo, avversano. Va bene, come detto, cambiare idea ma a questo punto occorrerebbe spiegare agli italiani perché quelle degenerazioni, descritte sin nei minimi dettagli, in chiare interviste esplicative, sono ora svanite e non sono più considerate meritevoli di riforma. Eppure risento ancora la eco del messaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (insediamento alle Camere in data 3 marzo 2022, vedi Youtube), il quale aveva addirittura riferito dell’urgente indispensabilità delle riforme e del superamento delle logiche di «appartenenza che per dettato costituzionale devono restare estranee all’Ordine giudiziario».

Allora erano tutti favorevoli al superamento delle nomine per appartenenza. Prendiamo atto che oggi gli stessi dichiaranti non ne avvertono più l’esigenza, senza spiegarne le ragioni. È lecito domandarsi: ma quei meccanismi opachi, eppur così minuziosamente descritti dagli esperti erano veri o inventati? Non sussistono più compromessi e baratti e, quindi, non serve oggi il sorteggio dei componenti del Csm? Perché un conto è cambiare un’opinione, ontologicamente diverso è raccontare nei minimi dettagli un fenomeno che asseritamente ora è evaporato. Implicitamente ci stanno dicendo che la lottizzazione correntizia non esiste più, siamo stati troppo severi, quasi esagerati. Il cittadino dovrebbe credere che oggi ci sia stata una sorta di moralizzazione autogena. Io, invece, rimango dell’idea che il Sistema sia esistito ed esista ancora e stia oggi facendo come il Timavo, un fiume noto per l’impetuosità delle sue acque, il quale, a un certo punto, sparisce dalla vista. Io ho il sospetto che il Sistema delle nomine per appartenenza viva ancora. Ho la certezza che solo il sorteggio possa debellare il cordone ombelicale elettore-eletto-beneficiario, prima causa della criticità. Io non ho cambiato idea: condivido ancora quel messaggio di dolore che quei colleghi illuminati avevano lanciato.

Qualche positivo indizio, a riscontro dell’esistenza perdurante della criticità, me lo fornisce la giurisprudenza amministrativa. Il Consiglio di Stato, anche adottando una giurisprudenza restrittiva al limite dell’inerzia, continua inascoltato ad annullare le nomine dettate dall’appartenenza, pur ritrovandosi il ricorrente-vincitore sovente di nuovo soccombente nella nuova imposta valutazione, in un balletto senza fine che mortifica l’essenza della giurisdizione amministrativa.

Quello che stupisce ancora di più sono i colleghi che, invece di essere felici del sorteggio quale foriero inizio di un rinnovato rispetto dell’articolo 97 della Costituzione, si oppongono alla scelta casuale dei componenti del Csm. Scelta che valorizzerebbe il prestigio della magistratura verso i consociati, oggi, proprio per questi fatti, ai minimi storici.

Siamo tutti elettori e cittadini, eppure siamo come avvezzi alle comode acque stagnanti del compromesso e non ci accorgiamo di quanto potrebbe cambiare in meglio il servizio giustizia (e l’Italia intera) se ognuno di noi fosse valutato solo con il metro dei meriti. Di cosa abbiamo paura? Perché il sorteggio fa paura? La domanda è, ovviamente, retorica. Le logiche dell’appartenenza mortificano le professionalità di tanti magistrati, i quali, sfiduciati, non presentano neanche più domanda per un posto direttivo e aspirano unicamente ad andare in pensione. L’attuale sistema, come dicevo sopra, dettagliatamente illustrato dai tanti illustri colleghi nel suo oggettivo disvalore e poi negato, ha finito per far emergere due tipologie di magistrati.

Quelli a cui l’attuale sistema elettivo dei consiglieri del Csm, per appartenenza di corrente, non va poi così male. Nei dibattiti qualcuno ha peraltro chiaramente confessato: «Io quello l’ho votato e deve fare quello che gli è stato detto per mandato di appartenenza». Il facile mantra è: «La riforma è un attacco alla democrazia». Verrebbe da dire attacco sì, ma a quali condotte? A questo serve l’autonomia e l’indipendenza?

Ma ci sono anche quelli che non scenderebbero mai al compromesso di chiedere un provvedimento favorevole a persone o sedi non istituzionali, quelli i cui nomi non si trovano nelle famose chat, né in altre analoghe non intercettate, quelli che discutono della loro auspicata promozione solo nelle sedi ufficiali e sono fiduciosi dell’asettica valutazione delle loro allegazioni documentali.

Io a questa laboriosa (spero) maggioranza silenziosa mi rivolgo: perché avversate la riforma se ne siete vittime? Perché non palesate il vostro disagio? Un messaggio anche ai cittadini elettori: aiutate con il libero voto la magistratura a comprendere che solo il sorteggio può salvare il merito e, con esso, l’efficienza di questo Paese. Liberate la magistratura, restituitele il prestigio che merita. Votate Sì.

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