Praticamente tutta l’aristocrazia del rap italiano ne ha tessuto le lodi. Da campioni di vendite come Marracash a Geolier passando per Gemitaiz e l’antica gloria Frankie hi-nrg, tutti a lodarne le strofe e l’originalità. Per celebrare Battista, rapper/trapper di Castel Volturno (al secolo Andrea Parisi, nato nel 1999) e il suo primo singolo si è scomodato persino Roberto Saviano, che gli ha dedicato su Facebook un post incredibile: «È nato un poeta hip hop. Battista. La sua è una preghiera ribelle.
Una fede che non ha bisogno di sapere e non ha avuto il tempo di stare bene. Vive nelle mani che lavorano, nelle cucine piccole, nelle preghiere dette a voce bassa. […] Io questa fede non la possiedo. Ma davanti al suo mistero mi fermo. Da noi Dio è ’o Signore, uno che sta lì, che vede e testimonia. Chi ha fede crede che da lui riceverà la giustizia che qui non arriva e lui saprà dare il senso che non riusciamo a trovare alle cose. E ’o Signore, canta Battista, si nasconde a chi crede di sapere. Duemila anni fa Matteo nel Vangelo lo scriveva, Dio nascosto ai sapienti e ai dotti ma rivelato ai piccoli. Non so nominare ciò che tiene in piedi chi attraversa l’inferno della vita senza smettere di sperare».
Il debutto che ha conquistato il mondo del rap
Ecco il punto: Battista ha girato parti del video del suo brano di esordio (intitolato semplicemente Battista) dentro la chiesa cristiana evangelica di Castel Volturno. E quel brano assomiglia tanto a una preghiera: quasi un ringraziamento, più che una richiesta rabbiosa. Non solo. Probabilmente per la prima volta in un pezzo hip hop, il testo è una sorta di manifesto a favore della vita e contro l’aborto. Quasi un unicum nel panorama musicale e culturale italiano.
Il suo brano è parecchio originale sotto il profilo stilistico, si distingue dal magma appiccicoso della trap nostrana. Ma a sconvolgere è il testo, ovviamente in dialetto, un piccolo racconto feroce e dolce. «A ventitré anni Marianna si arrangia (fa del suo meglio), con un figlio già di un anno che deve mangiare», dice il brano (che cerchiamo di rendere in italiano per facilitarne la comprensione, anche se non è difficile da capire pure in originale). «Insieme a Francesco, il marito, sposati da poco in chiesa ma in difficoltà con i soldi. Vanno avanti per la fede, ma hanno imparato che l’oro si deve provare nel fuoco (le difficoltà fortificano). Perciò la notizia del secondo figlio la accolsero pregando: “Il Signore provvederà”.
Ma il dottore a tredici settimane, vedendo l’ecografia, vide la gravità. Perciò chiamò entrambi nello studio, li fece sedere per dire loro la verità: “C’è una translucenza nucale notevole e questo purtroppo va detto. Avrà la sindrome di Down se il test è corretto, c’è un buon novanta per cento. Per una vita così non vale la pena di vivere, il consiglio che do è l’aborto. Da tanti anni sto negli ospedali e di questi casi speciali ne ho visti troppi”. All’epoca i medici erano così, frettolosi, era il 1998. Ma Dio dice: “La verità viene rivelata agli umili e viene nascosta a chi è colto”».
La storia personale dietro la canzone
Tanto basterebbe. Ma il brano prosegue: «“Noi pregheremo il Signore affinché lo guarisca”, il dottore li guardava perplesso (con lo sguardo storto). “In lui troviamo conforto e solo lui decide sulla vita e sulla morte. Ma, se anche poi Dio non volesse guarirlo, sia fatta la sua volontà”. Uscirono dallo studio medico di corsa e poi andarono subito in chiesa a pregare. Là si sfogarono con Mimmo, l’anziano, un membro speciale della comunità. Mimmo con una mano in aria e l’altra sulla pancia pregava con autorità.
E il Signore ascoltò queste preghiere, disse a Marianna: “Figlia mia, non ti preoccupare”. Passarono soltanto sei mesi, il bambino nacque, era sano e perciò adesso io sono qui. E non solo, fratello, sono nato sano, ma sono il più forte di tutti quanti in questa scena (musicale). Da Milano a Napoli adesso devono farsi da parte (fare spazio) tutti quanti se non vogliono problemi. Si vede che ho uno scopo importante, per questo il Signore mi protegge (mi guarda). Perché, se avessero seguito la sapienza umana, a quest’ora Battista non ci sarebbe».
Un testo scomodo per il mainstream musicale
Eccolo, il canto orgoglioso di un uomo che ha rischiato di essere abortito. Per i medici era destinato a nascere con la sindrome di down, dunque andava eliminato. Ma eccolo qui, forte, e pure parecchio talentuoso. Dotato anche di un certo coraggio, perché le posizioni pro vita non sono esattamente gradite al mainstream.
Non a caso, nonostante gli apprezzamenti giunti da ogni dove (anzi, soprattutto da artisti vagamente sinistrorsi), i media che parlano di Battista sorvolano allegramente sul contenuto pregnante del suo pezzo. Sembrano citarlo come una sorta di curiosità, dimostrando un filo di razzismo: come se al ragazzo povero di Castel Volturno fosse concesso tirarsi dietro qualche residuo tribale.
Intendiamoci, non vogliamo dire che Battista sia un militante pro life o chissà che altro. Ci limitiamo semplicemente a notare quanto sia dirompente il suo brano, quanto dibattito potrebbe alimentare se fosse affrontato davvero, e in profondità. Non ci interessa infilare casacche addosso a questo ragazzo, ma applaudirne il coraggio nel licenziare una canzone del genere. Mentre tutti parlano di spaccio, risse, coltellate o, nella migliore delle ipotesi, di quanto sia difficile essere straniero in un quartiere popolare, ecco uno che ribalta il tavolo e fa qualcosa di notevole, infrangendo i canoni di un genere con un testo davvero ribelle. Così ribelle che qualcuno fa addirittura finta che non esista.
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