- Alla Convention, l’ex presidente e la moglie lodano la candidata, di cui hanno ostacolato la nomina. Evocano lo «spirito del 2008», come se ora a tirare le fila non sia l’establishment. Unito soltanto dall’anti trumpismo.
- Tour negli Stati chiave di JD Vance e del tycoon, che confida nel ritiro dell’indipendente e gli offre un posto nell’amministrazione. Nella sua squadra entrerebbe anche Elon Musk.
Lo speciale contiene due articoli.
Le celebrazioni a reti unificate della Convention dem non si fermano. Tutti in sollucchero per i discorsi tenuti, martedì sera, dai coniugi Obama. Tutti a parlare di un Partito democratico unito attorno a una candidata formidabile, quale sarebbe Kamala Harris. Addirittura, c’è chi si è spinto a parlare di «spirito del 2008», lasciando intendere che la vicepresidente potrebbe ripercorrere le orme della storica campagna elettorale che portò proprio Barack Obama, quell’anno, alla Casa Bianca. Bene, cerchiamo di andare un po’ oltre questa stucchevole melassa mediatica.
Innanzitutto, lo «spirito del 2008» non c’entra nulla con la Harris. Nel 2008, Obama condusse una campagna antisistema, correndo contro l’establishment dem, rappresentato da Hillary Clinton, e contro quello di Washington, capitanato all’epoca dal repubblicano John McCain. Oggi accade invece l’esatto opposto: lo stesso establishment dem (da cui Obama, negli anni, si è lasciato man mano assorbire, fino a divenirne in buona sostanza il dominus) ha silurato opacamente un presidente, che aveva ottenuto 14 milioni di voti alle primarie, sostituendolo meccanicamente con la sua vice e bypassando così del tutto la volontà popolare. Senza dimenticare che l’attuale vicepresidente ha sempre puntato le sue carte elettorali sull’ «identity politics»: il contrario di quanto fatto, proprio nel 2008, da Obama, che volle evitare di ripetere gli errori della fallimentare «Rainbow Coalition», messa in piedi dal reverendo Jesse Jackson nel 1984.
In secondo luogo, non si può non scorgere una certa ipocrisia da parte dell’ex presidente dem. Certo, a lui tutto viene perdonato. Persino se scade nel sessismo, quando, con un gesto, parlando della «strana ossessione di Trump per la dimensione delle folle», allude alla scarsa virilità dello sfidante del Gop. Dopodiché, martedì Obama ha definito Joe Biden un «fratello» dopo averlo messo sotto pressione per spingerlo al ritiro. Anche il suo sperticato elogio della Harris cela qualche contraddizione. «L’America è pronta per un nuovo capitolo. L’America è pronta per una storia migliore. Siamo pronti per una presidente Kamala Harris», ha affermato. Eppure, dopo aver manovrato con successo per silurare Biden, Obama non voleva che fosse rimpiazzato dalla sua vice. Le carte su cui puntava erano altre, a partire probabilmente dal governatore della California, Gavin Newsom. Non dimentichiamo che Obama ha atteso molti giorni prima di dare il proprio endorsement alla Harris. Senza trascurare che, il giorno successivo all’annuncio dell’addio elettorale di Biden, l’ex senior advisor dello stesso Obama, David Axelrod, si oppose a una successione meccanica, invocando un «processo aperto» per selezionare il nuovo candidato. Una richiesta simile era arrivata, poco prima, anche da Nancy Pelosi: segno quindi che, in origine, né Obama né l’ex Speaker nutrivano simpatia per un’eventuale discesa in campo della Harris. Inoltre, a destare perplessità è anche un passaggio, mediaticamente assai enfatizzato, dell’intervento di Michelle Obama. «La speranza sta tornando», ha detto, tessendo le lodi della candidata dem. Peccato che la Harris sia in carica da quasi quattro anni. E che, ancora oggi, abbia un grado di approvazione, come numero due della Casa Bianca, di appena il 41% a fronte di un grado di disapprovazione del 49%.
Un terzo elemento da sottolineare è che la Convention in corso a Chicago appare quasi completamente fondata sull’antitrumpismo. «L’opposizione a Trump è la forza unificante della Convention nazionale dem», ha scritto ieri Politico. Basta ascoltare la maggior parte degli interventi finora tenutisi, soprattutto quelli di Obama e della Clinton. «Trump vede il potere come nient’altro che un mezzo per raggiungere i suoi fini», ha tuonato l’ex presidente dem, mentre la Clinton, lunedì, aveva bollato il tycoon come un pericolo per lo Stato di diritto. L’apoteosi è stata poi rappresentata dal fatto che, a esultare alla Convention, c’era anche Letitia James: la procuratrice generale di New York, che intentò una causa civile contro la Trump Organization. Sia chiaro: è normale che alla Convention dem si critichi il candidato repubblicano e lo stesso Trump non è uno che risparmia strali all’avversaria. Il punto è che, oltre all’antitrumpismo, non si capisce quali siano gli altri fattori coesivi in seno all’Asinello. I dem centristi restano irritati per il fatto che la Harris abbia scelto Tim Walz, anziché Josh Shapiro, come proprio vice. I fedelissimi di Biden hanno storto il naso dopo che il discorso del presidente, lunedì, è stato fatto slittare a tarda notte. Infine, nonostante le numerose concessioni che la Harris ha fatto loro, i manifestanti dell’estrema sinistra pro Palestina continuano a essere sul piede di guerra. Oltre alle proteste che hanno organizzato a Chicago domenica e lunedì, l’altro ieri hanno anche interrotto un evento del Women’s Caucus, a cui stava parlando Walz.
Insomma, di unità vera ce n’è poca. E qui emerge un passaggio significativo del discorso di Obama. «Questa sarà comunque una gara serrata in un Paese diviso in due», ha detto. Parole molto indicative, che stridono con l’euforia mediatica, costruita negli scorsi giorni attorno alla candidata dem. D’altronde, lunedì, Chauncey McLean, presidente del Super Pac pro Harris Future Forward, ha affermato che, per la Harris, i sondaggi riservati risulterebbero «molto meno rosei» di quelli pubblicati nelle ultime settimane. Tra divisioni interne e timori sondaggistici, la panna montata mediatica, che circonda la candidata dem, rischia quindi di sgonfiarsi a breve.
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