- Non c’è nessun afflato verso l’Ue, semmai c’è il tentativo di usare Bruxelles per acquisire l’indipendenza da Londra.
- Tra kilt, magia, fantasmi e un pieno di whisky: cosa fare e cosa vedere nella capitale scozzese in due giorni.
Lo speciale contiene due articoli.
Hogmanay, in una parola c’è tutta la siderale distanza che separa queste terre dove ancora si parla gaelico, dove l’identità celtica è fortissima dall’Europa. Vista dal Capodanno scozzese con fuochi d’artificio, cortei di fiaccole, picnic nei cimiteri, gente mezza nuda e imbottita di whisky capace di resistere a meno cinque a mezzanotte sotto una pioggia uggiosa e gelida mentre note di bardi si mescolano a contrappunti rock in infiniti concerti (a pagamento) la retorica europeista sembra un’immensa fake news costruita per far si che i burocrati di Bruxelles si sentano confermati nella loro centralità. Qui non c’è nessun afflato verso le stelle in campo azzurro, semmai c’è la rivendicazione – a maggior ragione ora che se ne è andata Elisabetta II – della croce di Sant’Andrea che garrisce dal vittoriano casermone della Bank of Scotland mentre l’Union Jack penzola madida e infiacchita dalle inferriate della stazione centrale. L’Europa vista da qua sembra una grande bugia, o forse la scorciatoia per spezzare finalmente tre secoli e spiccioli dopo il Trattato dell’Unione.
La conferma viene trascorrendo le sale della Scottish National Gallery, un concentrato del bello dove c’è tanta Italia. Così ci si imbatte nel Ratto d’Europa di Giambattista Tiepolo e viene da chiedersi se gli scozzesi non interpretino Zeus col sembiante del bue bianco come la divinità che può liberarli da Londra. Ma non per diluire la propria identità nel brodo di coltura europea, semplicemente per approfittare di ciò che gli scozzesi ritengono sia l’Europa: un coacervo di nazionalismi tenuti insieme dalla possibilità di fare affari. Perché di certo questi poco più di 5 milioni di persone di tutto hanno desiderio tranne che di disperdere le loro radici. Del resto sono insieme agli irlandesi i più fieri conservatori dell’identità celtica. Gli irlandesi di fatto profittano dell’Europa praticando un dumping fiscale di almeno 15 punti percentuali; Dublino ha incassato da quando è entrata nell’Ue poco meno di 70 miliardi a fondo perduto e ha continuato a praticare tasse irrisorie sulle società che hanno buon gioco a vendere nell’Unione e pagare le tasse in Irlanda. La Scozia vuole fare esattamente la stessa cosa visto che con il resto d’Europa non ha nulla in comune. Neppure il Natale. Certo si vedono gli alberi con le decorazioni in giro, ma nessuno più ordina il pane di Yule che era una treccia di pasta lievitata ricoperta di semi di cumino. Si confezionava nell’avvento e si metteva sotto il letto dei bambini convinti che i folletti cattivi impegnati a contare i semi lasciassero stare i neonati con i lor cattivi presagi.
Ma la chiesa Presbiteriana- anche questa scismatica da quella Anglicana – proibì il Natale e mise all’indice chi ordinava il pane di Yule. Per quattro secoli il Natale in Scozia non è esistito e anche oggi è solo folclore. Sono appena cinquanta anni che gli scozzesi hanno ricominciato a festeggiare il Natale, Santo Stefano da appena sei lustri. A loro del Natale importa appena un po’ l’aspetto commerciale per far contenti i turisti – terza risorsa economica del paese – che arrivano a frotte per Hogmanay che è la vera e unica festa invernale di chi veste il tartan. I regali qui si fanno a Capodanno.
La domanda girando per Edimburgo è sempre la stessa, ma agli scozzesi interessa davvero farsi europei? La risposta te la danno per strada: scottish isn’t britsh. Siamo sempre lì: l’Europa semmai serve per divorziare da Londra e ora che a Buckingham palace c’è Carlo III ancora di più. Almeno Elisabetta II e sua figlia Anna qualche volta facevano mostra di tenerci anche alla corona di Scozia soggiornando a Holyrood e soprattutto amando Balmoral il castello che svetta nell’Aberdeenshire, ma i «nuovi» reali lasciano del tutto indifferenti i sudditi del Nord. La dimostrazione che è così si ha girando per le strade di Edimburgo, non c’è un marchio europeo che sia uno nonostante la hit del momento sia Made you look con Megan Trainor che esalta Gucci, Saint Laurent e il Versaci (si dice così in americano) dress. Qui non è come – ad esempio – a Baku in Azerbaigian dove il lungo Caspio è una boutique di dieci chilometri dove trionfa “l’Euroba”: dalle firme del lusso fino a Ferrari e Lamborghini e gli azeri sembrano pensare – ma forse lo credono anche a Bruxelles – che i nostri valori siano i prodotti che costano cari. Agli scozzesi che devono vendere i finti kilt, i biscotti al burro, ogni sorta di whisky e di salmone, di fare pubblicità agli europei non interessa minimamente. Viene da chiedersi se non abbiano abbastanza soldi per permettersi Gucci o Chanel, ma a giudicare dalle macchine sembrano ben dotati (un po’ meno se si considera il numero di barboni). La spiegazione più probabile è che il marketing omologante qui non attacca. Per capirlo è sufficiente ascoltare l’audioguida al Castello di Edimburgo. È una sorta di inno a Maria Stuarda, una dichiarazione antibritannica, una specie di resurrezione dei giacobiti, i partigiani che volevano rimettere sul trono di Scozia Giacomo II. Dilagò quel movimento nelle higlands e nelle lowlands scozzesi, in gran parte dell’Irlanda anche in alcune contee inglesi. Pensare che gente fatta così abbia voglia di unirsi all’Europa per dimenticare le proprie radici è pura propaganda. Eppure a Bruxelles questa spinta autonomista della Scozia fa comodo per dire che la Brexit – siamo entrati nel terzo anno di divorzio – è stata un fallimento, che chi lascia l’Europa si avventura in territori ignoti al fondo dei quali c’è la miseria. Vista dalla Scozia questa narrazione invece è: Europa facciamo un patto, tu ci consenti di avere l’autonomia da Londra poi noi regoliamo i conti nel senso che stiamo con voi quel tanto che ci conviene. E che le cose stiano così è manifesto negli stessi proclami del Partito nazionale scozzese che governa ad Edimburgo con una maggioranza assoluta. Nicola Sturgeon, la primo ministro scottish e capo del SNP, è abilissima a spostare il suo asse dalla socialdemocrazia all’autonomismo spinto. Ha puntato tutto dopo la Brexit sul secondo referendum per l’autonoma da Londra (le è stato negato) dopo aver perso il primo e Ursula Von der Leyen non è stata neanche così elegante istituzionalmente da non lasciar credere che lei fosse felicissima di farla pagare agli inglesi attraverso la Scozia.
Oggi la Sturgeon ai suoi promette la rincorsa all’Europa come piano B per avere comunque l’autonomia da Londra, ma ha bene intesta cosa chiedere a Bruxelles: nessuna cessione di sovranità, semmai accentuazione del nazionalismo scozzese.
Sarebbe interessante sapere fino a che punto l’Europa che è contro i sovranisti pur di fare un dispetto a Londra è pronta a smentire se stessa. Le ragioni profonde della fuga oltre-manica della Scozia stanno nei soldi. Non hanno voglia di continuare a spartire con Londra ora che Downing Street ha stretto i cordoni della borsa. Questa è la regione più ricca del Regno Unito, Londra a parte in Scozia c’è il reddito pro capire più alto. Ha un pil di 260 miliardi di sterline (il quattordicesimo al mondo) batte moneta propria (esiste la Sterlina scozzese che qui circola forte anche se la Gran Bretagna non la riconosce) con la Bank of Scotland e l’altra grande istituzione finanziaria la Royal Bank of Scotland è diventata la quinta banca al mondo. Tra petrolio, whisky e salmone il triangolo d’oro Aberdeen-Glasgow-Edimburgo esporta per oltre 120 miliardi di sterline e ogni scozzese ha in testa una quota di Pil di 36.000 sterline. Tant’è che la commissione fiscale – in Scozia esiste una limitata autonomia impositiva – prevede una crescita delle entrate da 14,386 miliardi di sterline nel 2022-23 a 18,298 miliardi nel 2027-28. Raccontata da Bruxelles si può anche presentare come la parabola del figliol prodigo scozzese che torna nella grande casa europea, vista da Edimburgo sembra più la speranza che l’Ue sia la porta girevole attraverso la quale uscire dal Regno unito. Una cosa è sicura, qui nessuno pensa che la via della felicità passi per l’Europa.
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