Ora la Salis è l’eroina di chi prima snobbava gli italiani in catene
Ilaria Salis (Ansa)
  • Dem e stampa hanno sempre ignorato i guai dei connazionali detenuti all’estero, da Chico Forti ai marò: oggi sono quasi 2.000.
  • Giorgia Meloni: «Io e Orbán non interferiamo. Le manette si usano pure altrove». Il padre di Ilaria querela Matteo Salvini.

Lo speciale contiene due articoli.

«L’Italiano è mosso da un bisogno sfrenato di ingiustizia», diceva Ennio Flaiano nel secolo scorso. E le sue parole ben si addicono alle polemiche di queste ore tra destra e sinistra per il caso di Ilaria Salis, la donna in carcere in Ungheria in attesa di giudizio, accusata di aver malmenato due neonazisti che non l’hanno denunciata: rischia fino a 24 anni di detenzione secondo la legge ungherese.

Il Partito democratico è corso a presentare un’interrogazione per violazione dei diritti umani. Si mobilitano le piazze e non si parla d’altro: l’accusa è che la diplomazia italiana di non abbia fatto abbastanza per liberare l’attivista. Ma il centrosinistra, come al solito, dimostra un certo strabismo. Perché era dai tempi di Patrick Zaki, il giovane egiziano che era rinchiuso nelle carceri egiziane, che non si vedeva una tale mobilitazione politica di Pd e giornali di area. Peccato che, come al solito, dem e compagni si smuovano solo in casi particolari, per personaggi vicini alla loro area ideologica, mentre continuano a tacere su molti altri, spesso su italiani detenuti ingiustamente in altri Paesi, alcuni senza aver nemmeno affrontato un processo.

Nell’annuario del ministero degli Affari esteri del 2023, si calcola che ci siano almeno 1.924 italiani detenuti all’estero (600 in Germania e 190 in Francia, 66 in Svizzera e 35 in Brasile) di cui quasi 783 in attesa di giudizio (193 solo in Germania, 123 in Belgio e 48 in Australia) molti nelle Americhe ma anche nell’Africa subsahariana. In alcuni casi non è neppure noto a che punto sia il processo o il procedimento che pende su di loro. Sono pochissimi quelli in attesa di estradizione, appena 40, mentre i condannati sono 1.100. Con tutta probabilità, questi ultimi non potranno mai scontare la loro pena in Italia. Non c’è alcuna speranza. Anche perché non ci sono politici o mobilitazioni in loro aiuto. Succede adesso, ma è accaduto anche in passato.

Che differenza c’è, per esempio, tra la situazione di Ilaria Salis e quella dell’imprenditore Andrea Costantino? La prima ha ricevuto accuse ben precise ed è in attesa di giudizio in carcere da più di un anno (è stata anche ripresa dalle telecamere in aula durante un’udienza), il secondo fu imprigionato nelle terribili carceri di Abu Dhabi per quasi due anni senza sapere che cosa gli venisse contestato. Durante il primo anno non gli era stato neppure permesso di parlare con un avvocato. Torturato, dimagrito più di 30 chili, costretto a picchiarsi in prigione con altri detenuti tra i topi e la sporcizia, era stato messo sotto indagine per la vendita di gasolio in Yemen. Si trattava di un’accusa totalmente strumentale, funzionale però a sequestrargli il conto e tutto il suo patrimonio. Costantino faceva l’imprenditore, non aveva commesso alcun reato, ma in Italia nessuno aveva mosso un dito in suo favore. La sinistra lo ha sempre snobbato. Anzi, durante il governo giallorosso di Giuseppe Conte, l’ex ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, era riuscito a peggiorare ulteriormente la sua situazione, bloccando l’esportazione di armi negli Emirati e creando così una crisi diplomatica senza precedenti. Costantino è tornato in Italia nel 2022 grazie al governo di Giorgia Meloni e alla costante mobilitazione dell’attuale ministro dei Trasporti, Matto Salvini. Del resto, questo stesso governo è stato anche l’unico capace di liberare Zaki, altra icona della sinistra per cui il Pd e giornali come Repubblica si sono battuti per anni. Ma per lui, i loro governi avevano fatto molto poco.

Impossibile dimenticare la storia i due fucilieri di marina (i marò) Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, impegnati in India per lavoro e sotto processo per anni. Che dire poi di Marco Zennaro, altro imprenditore rimasto quasi un anno in detenzione in Sudan. Dimenticato per mesi in Africa, accusato ingiustamente di frode, con solo pochi giornali (tra cui La Verità) a parlarne, il quarantasettenne veneziano fu liberato tra mille difficoltà diplomatiche. Anche qui, di mobilitazioni politiche da parte della sinistra non ce ne furono affatto.

Ci sono poi i casi più clamorosi di Chico Forti, detenuto ingiustamente a Miami da ormai 24 anni, vicenda che Di Maio aveva assicurato di aver sbloccato quando era al governo. «Ho una bellissima notizia da darvi: Chico Forti tornerà in Italia», diceva l’ex ministro degli Esteri pentastellato il 23 dicembre 2020. Era solo propaganda. Nel 2020, dopo la liberazione della cooperante Silvia Romano, sempre Di Maio amava spesso ripetere di come l’Italia non lasciasse indietro nessuno. Peccato che proprio in quei mesi, nel Qatar dell’emiro Tamim bin Hamad Al Thani (grande amico del nostro Paese e di Di Maio stesso), ci fossero altri italiani in gravi difficoltà. Come Ferruccio Cerruti, ex ufficiale della Marina militare italiana, congedato dopo la Guerra del Golfo nel 1995, impegnato in quei mesi con la sua azienda a realizzare la metropolitana di Doha. Anche lui imprenditore, era finito in un gioco di ricatti da parte degli sceicchi che lo hanno portato a perdere 10 milioni di euro. Un suo dipendente di azienda che doveva operarsi con urgenza in Italia venne persino bloccato all’aeroporto. A lui avevano ritirato il passaporto; così, era rimasto sequestrato per un anno a Doha. Grazie al suo passato da militare ha provato prima a fuggire a nuoto, senza successo, poi con un kayak che in 7 ore gli aveva permesso di arrivare in Bahrein e, da lì, in Italia. La sua storia è forse tra le più incredibili di quelle degli italiani ingiustamente trattenuti all’estero. E su cui nessuna voce politica si è mai alzata.

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