Dalla caccia ai talebani con la Task Force 45 alla testimonianza di Giorgio Battisti, primo ufficiale italiano a comandare il contingente Isaf, fino alla storia degli afghani che collaborarono con l’Italia e furono lasciati indietro: tre storie per rileggere vent’anni di presenza italiana in Afghanistan.
Farah, Afghanistan occidentale. La guerra non si vede soltanto dalle colonne di fumo che si alzano sopra i villaggi o dai convogli militari che attraversano le strade piene di polvere. A volte si combatte lontano dagli occhi, attraverso missioni di ricognizione, obiettivi individuati nell’ombra e operazioni affidate a uomini di cui, per ragioni di sicurezza, si conosce poco. Che agiscono nella notte. E in silenzio.
È in questo spazio, che sembra essere oltre il tempo, che si muove la Task force 45, la componente interforze delle forze speciali italiane schierata in Afghanistan a partire dal 2006. Il suo nome, per anni, resta confinato nelle cronache militari, negli atti parlamentari e nei resoconti di un conflitto che l’Italia, almeno ufficialmente, racconta soprattutto attraverso la missione di stabilizzazione e ricostruzione. Missioni di pace, le chiamano. Anche se si spara, si combatte e, talvolta, si muore.
La nascita della Task force 45 in Afghanistan
La nascita della Tf45 ha una data precisa. Nell’estate del 2006 la presenza internazionale in Afghanistan si sta trasformando. I talebani non sono stati sconfitti e l’insurrezione torna a guadagnare terreno. Nell’ovest del Paese, dove opera il contingente italiano, la provincia di Farah diventa uno dei punti in cui la pressione dei gruppi armati si fa più intensa.
È qui che prende forma l’operazione Sarissa nell’ambito della missione Nato Isaf. Per affrontare una minaccia che richiede interventi mirati, informazioni raccolte sul campo e capacità di muoversi in territorio ostile, viene impiegata una componente specializzata che riunisce uomini provenienti da reparti diversi.
Task force 45 è il nome utilizzato dalla Nato per indicare il gruppo di operazioni speciali italiane. A chiarire la sua struttura sarà, qualche anno dopo, il governo italiano in una risposta parlamentare del luglio 2015: non un reparto autonomo nel senso tradizionale, ma un insieme di forze speciali e di supporto, organizzato per rispondere alle esigenze operative dell’Alleanza atlantica.
Il compito dichiarato è sostenere le forze di sicurezza afghane nelle operazioni disposte dalle autorità del Paese e contribuire alla stabilizzazione del territorio.
Sapere cosa abbia fatto la Tf45 è quasi impossibile. A volte, stretto un legame con qualche veterano, vengono fatte confidenze, a tratti anche molto delicate. Ma si finisce sempre lì: per favore non scriverlo. E allora si è punto e a capo. La fiducia non può essere tradita.
Ma c’è anche chi, invece, ha avuto la possibilità di farlo. Il suo nome, o forse sarebbe meglio dire il suo pseudonimo, è Mario Chima. Un incursore di Marina che ha scritto un libro che tratta anche di questo tema: Caimano 69. Sabbia e polvere. C’è la guerra, ovviamente. Come quando si racconta degli Rpg che si schiantano troppo vicini. Ma soprattutto le sensazioni, le emozioni, il coraggio e la paura, che nessuno può immaginare se non ha calcato quelle strade:
«Osservo il volto oscuro della vallata cercando di individuare il punto esatto dove eravamo invischiati poco più di un’ora fa. Dall’interno di quelle tenebre, in una area imprecisata, si sentono esplodere sporadici colpi di arma da fuoco. Mi sembra di rivivere i momenti che caratterizzano i festeggiamenti pirotecnici di fine anno quando volgono al termine e si odono isolati lanci di razzi e mortaretti. Il nemico disorientato e nervoso non si sente più intoccabile: questa notte, e le successive, non dormirà più così tranquillo. Non lo abbiamo colpito a fondo, questo è vero, ma da adesso in poi è conscio che, al calar della luce, il pericolo potrà materializzarsi in qualunque istante».
Gli uomini della Task force 45
Nella Tf45 confluiscono professionalità differenti. Ci sono gli incursori del 9° Reggimento d’assalto «Col Moschin», i ranger del 4° Reggimento alpini paracadutisti «Monte Cervino», gli incursori della Marina del Gruppo operativo incursori del Comsubin e, secondo la ricostruzione contenuta negli atti parlamentari, anche uomini del Gruppo intervento speciale dei Carabinieri.
Attorno al nucleo operativo ruotano capacità di supporto e assistenza indispensabili per condurre missioni in un ambiente difficile, nel quale le distanze, la conformazione del territorio e la precarietà dei collegamenti possono trasformare anche uno spostamento in un problema operativo.
Non è, però, una guerra fatta soltanto di scontri. Non è solo una cruenta partita di guardie e ladri. Prima di un intervento ci sono le informazioni da raccogliere, le persone da identificare, gli spostamenti da ricostruire e gli obiettivi da localizzare.
Le attività attribuite alla Tf45 comprendono ricognizioni speciali, acquisizione di obiettivi, raccolta di informazioni sul terreno e azioni dirette contro gruppi ostili. Tutto da svolgere nella riservatezza più totale.
Una riservatezza che fa sì che, negli anni successivi, la Task force finisca al centro di interrogazioni parlamentari sulla sua composizione, sulla sua catena di comando e sulle modalità del suo impiego.
«Perché far parte di qualcosa che ufficialmente non esiste?»
E allora perché? Perché far parte di un qualcosa che ufficialmente non esiste? Perché fare fantasmi? Forse, la risposta a queste domande la si può trovare nelle pagine di Caimano 69 che raccontano gli ultimi istanti di una missione, l’ennesima, che non si può raccontare:
«Tutti gli elementi operativi della Tf hanno lavorato alla perfezione. Negli occhi stanchi dei ragazzi ravviso una soddisfazione concreta, un senso di appagamento: il risultato di stanotte è l’essenza del nostro lavoro, quello a cui aspiriamo. I sacrifici, il sudore, le energie spese in addestramento ripetuto ed incessante, trovano la loro naturale conclusione in una notte come questa. E tutto questo non ha niente a che fare con l’immagine dell’impavido eroe. “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” (Bertolt Brecht). Non perdete tempo a sviscerare le motivazioni che ci hanno spinto a impegnarci in un lavoro come questo. Per molti non ha senso, per la nostra comunità è linfa vitale».
E, forse, è giusto così. La Tf45, insieme agli elementi che l’hanno costituita, deve restare nell’ombra. Sipario.

Così con i miei soldati in prima linea abbiamo ottenuto il rispetto dei locali
di Giorgio Battisti, primo ufficiale italiano a comandare il contingente italiano Isaf in Afghanistan
La «tomba degli imperi» è stato uno scenario estremamente difficile, dove un vero fronte non esisteva e i pericoli potevano arrivare anche dai militari afgani. La fiducia della gente del posto era indispensabile.
Sono stato in Afghanistan per quattro turni, con ruoli e compiti di comando e di staff nei quartier generali della Missione Isaf (International Security Assistance Force) e dell’Operazione a guida Usa Enduring Freedom, avviando anche la presenza italiana già nel dicembre 2001 e terminando l’ultimo mandato nel gennaio 2014.
Un fronte che non esisteva
Tengo innanzitutto a precisare che l’Afghanistan, definito la «tomba degli imperi», è uno scenario estremamente difficile, dove il fronte non esisteva, come nel caso del conflitto ucraino, poiché la minaccia poteva manifestarsi ovunque e in qualsiasi momento con imboscate, attacchi terroristici, esplosione di mine e di ordigni improvvisati (i temibili Improvised Explosive Device-Ied) lungo gli itinerari.
Anche le basi non potevano considerarsi sicure per l’imprevedibile comportamento di militari afghani filo talebani che più volte hanno aperto il fuoco contro i nostri soldati, per cui tutti noi eravamo suscettibili di essere bersaglio di azioni ostili.
Servire in un ambiente internazionale è molto interessante, e direi entusiasmante, potendo maturare esperienze uniche per valore professionale, anche se non è sempre facile farsi considerare alla pari dai colleghi stranieri per stereotipi che ci trasciniamo da secoli, dovuti al fatto che il soldato italiano «non combatte» e preferisce il compromesso, si limita alla distribuzione di aiuti alla popolazione o invia un ospedale da campo, ed è solo bravo a preparare gustosi pranzi.
Ancora oggi, ufficiali stranieri ricordano – seppur in forma amichevole (ma lo ricordano!) – che nella Seconda Guerra Mondiale abbiamo «cambiato schieramento» durante il conflitto e che siamo sempre quelli dell’8 settembre, ben rappresentati dal celebre film del 1960 Tutti a casa, quando il Ten. Innocenzi, interpretato magistralmente da Alberto Sordi, riporta in una telefonata al proprio comandante: «Accade una cosa terribile, i tedeschi si sono alleati con gli americani».
Questo luogo comune, difficile da sradicare, richiede l’esigenza di presentarsi con una solida preparazione e approfondita conoscenza dello scenario operativo nel quale si è chiamati ad agire per superare la fase iniziale di questa diffidenza.
Il doppio ruolo del comando italiano
In Afghanistan la mia azione di comando, come quella di tutti i colleghi che mi hanno seguito, doveva essere esercitata contemporaneamente sul piano nazionale e su quello multinazionale, essendo sempre stato l’ufficiale più alto in grado in quel Paese.
Una responsabilità che riguardava più aree, quali la capacità di assolvere il compito stabilito dal mio incarico e quello previsto per gli altri militari italiani; la verifica che la condotta delle operazioni disposte dai comandi superiori alleati ai contingenti nazionali avvenisse secondo i termini concordati in sede politica in fase di configurazione della missione; la realizzazione di rapporti con i militari afghani mantenuti su di un piano di parità collaborativa; la protezione della popolazione locale, l’effettuazione di attività di ricostruzione delle strutture economiche ed amministrative e eventualmente anche politiche, nei settori di responsabilità dei contingenti italiani.
Tale situazione richiedeva un modo di operare guidato dal ricorso prioritario al dialogo, al ruolo chiave dell’intelligence, all’uso proporzionale della forza come strumento di deterrenza e alla costruzione di un rapporto di fiducia e solidarietà con gli abitanti del posto.
Una condizione che ha determinato il costante aggiornamento della dottrina, della formazione, dell’addestramento, delle procedure e della preparazione per ogni teatro operativo dovute alla mutevolezza degli scenari che ci hanno visto protagonisti negli ultimi 25 anni.
Tutto ciò ha richiesto un approccio omnicomprensivo che non può essere disgiunto dall’aspetto politico, sociale ed economico che comporta una conoscenza specifica degli aspetti storici, antropologici, culturali ed economici.
Appare, ad esempio, fondamentale sapere che non ci si può rivolgere ad una donna musulmana direttamente, ed è importante sapere che un militare deve sempre guardare negli occhi l’interlocutore locale, mai avere gli occhiali da sole o a specchio, mai porgere la mano sinistra perché è considerata la «mano impura».
«I nostri soldati hanno sempre operato in prima linea»
I nostri soldati hanno sempre operato in «prima linea» nell’assolvimento del compito previsto dal mandato e secondo il principio di all together in & together out: non siamo mai andati via prima degli altri e abbiamo sempre mantenuto fede agli impegni assunti.
Sono ragazzi e ragazze che sanno essere determinati quando serve, disponibili ad aiutare i più deboli, pronti all’uso legittimo delle armi quando la situazione lo richiede!
Superata la diffidenza iniziale con le competenze e le capacità dimostrate sul campo, ho sempre constatato un grande rispetto verso le Forze Armate italiane. E questa è una realtà che mi ha fatto sentire orgoglioso di essere italiano in ogni circostanza.
Concludo, ricordando una situazione definibile come il «dilemma dei comandanti» a tutti i livelli e riguarda l’osservanza delle norme del diritto internazionale umanitario, che deve essere conciliata con l’obbligo istituzionale e morale di garantire la sicurezza dei propri uomini e donne, verso i quali noi (comandanti) siamo responsabili nei confronti del governo che ci ha affidato le loro vite e, soprattutto, nei confronti delle loro famiglie.
Il collaboratore abbandonato: «Aiutatemi»
Dopo aver fatto il vigile del fuoco, sperava di raggiungere il nostro Paese. Ma è stato lasciato a terra.
Una base militare improvvisamente vuota e silenziosa. Forse, è questa l’immagine che, più di tutte, racconta la fine della missione italiana in Afghanistan. Non un’esplosione. Non uno scontro a fuoco. Non una bandiera che viene ammainata davanti alle telecamere.
Forse, l’immagine che più di tutte racconta la catastrofe afghana è quella di uomini disperati che si nascondono all’interno degli aerei occidentali sperando di volare via ma che trovano solamente la morte.
Sayed Ewaz Houssaini è uno dei collaboratori afghani della missione italiana. È un vigile del fuoco che ha lavorato al fianco degli italiani. Quando, nell’estate del 2021, i talebani tornano al potere in Afghanistan, ha una ragione per credere che non sarebbe stato lasciato indietro. Gli è stato promesso che anche i collaboratori sarebbero stati evacuati. Così è rimasto al suo posto.
La notte in cui la base italiana rimase vuota
«Nei giorni in cui le attrezzature del campo venivano caricate sui grandi aerei militari, ci era stato promesso che anche noi saremmo stati evacuati», racconta alla Verità. «Quella promessa ci dava speranza e ci ha spinto a rimanere al nostro posto fino all’ultimo momento».
Poi però arriva l’ultima sera. Sono circa le sei. Il campo è ancora operativo. Gli uomini si preparano a partire. Gli aerei aspettano. Le attrezzature vengono caricate. È la fine di vent’anni di presenza occidentale in Afghanistan.
Sayed è ancora dentro la base. Guarda gli ultimi militari italiani salire sull’aereo che si muove sulla rampa. E continua a pensare che forse non sia davvero finita. Che forse ci sia un altro volo. Che, forse, qualcuno tornerà.
Prosegue Houssaini nel suo racconto: «Continuavo a pensare che ci fossero ancora altre persone nel campo e che forse sarebbe arrivato anche il nostro turno».
Poi, però, c’è la realtà. Quella nuda, che non puoi ingannare. Nota i veicoli ancora accesi. I fari illuminano il campo. Da lontano sembrano esserci uomini all’interno. Ma non è così: sono andati via tutti.
«Poco dopo mi resi conto che non c’era più nessuno».
È in quel momento che Houssaini capisce di essere rimasto solo. Non è soltanto la fine di una missione militare. È la fine di una vita che, fino a quel momento, aveva avuto un punto di riferimento preciso.
Gli italiani erano andati via. Gli aerei stavano lasciando l’Afghanistan. I talebani avanzavano. E lui era ancora lì.
Sayed entra nelle stanze della vecchia base italiana e la prima cosa che vede è che tutto è rimasto al proprio posto. Il cibo è sui tavoli. Le bevande sono ancora lì. Le luci sono accese. Gli oggetti sono nelle stanze. Nei frigoriferi ci sono ancora prodotti e, in alcuni ambienti, il cibo è rimasto dove era stato lasciato.
Sembra che le persone debbano tornare da un momento all’altro. Ma non è così.
«Tutto faceva pensare che la vita nel campo si fosse fermata all’improvviso», racconta.
Tutto, attorno a lui, è silenzio: «Non si sentiva più alcun rumore: né la voce dei miei amici e colleghi, né il movimento delle persone, né i normali rumori della vita quotidiana. C’era soltanto un silenzio profondo e pesante in tutto il campo».
La promessa dell’evacuazione e la richiesta d’aiuto
Per anni quei luoghi sono stati attraversati da militari, interpreti, tecnici, funzionari, autisti. C’erano turni, ordini, mezzi, telefoni, pasti consumati insieme. Poi, in poche ore, tutto finisce.
Restano gli oggetti, le luci, i ricordi. E resta un uomo, Sayed: «In quel momento ho capito davvero di essere rimasto completamente solo», racconta alla Verità.
L’Italia, come è noto, avvia l’operazione Aquila Omnia, evacuando più di 5.000 persone, tra cui migliaia di cittadini afghani. Ma non tutti riescono a partire. Houssaini è uno di quelli che restano indietro.
Da quel momento comincia un’altra storia fatta di spostamenti, paura, richieste di aiuto e tentativi di trovare una via d’uscita.
Oggi Sayed continua a parlare attraverso i social e gli italiani con cui è in contatto. Sa di non riuscire sempre a rispondere. Non può mettere un «mi piace» a ogni messaggio. Non può commentare tutto. Non può essere presente come vorrebbe.
Per questo spiega le sue assenze.
«Se vedete il mio silenzio, vi prego di non interpretarlo come indifferenza o mancanza di rispetto. Vi vedo, leggo i vostri messaggi e sento con tutto il cuore il vostro affetto».
È una frase semplice. Ma dentro ci sono cinque anni di distanza, di attesa e di incertezza.
Houssaini parla dei suoi amici italiani. Della solidarietà ricevuta. Della sua famiglia. E di quella che, per lui, è diventata una domanda fondamentale: perché chi aveva servito la missione italiana non è riuscito a partire insieme agli italiani?
«Ogni parola gentile, ogni messaggio di incoraggiamento e ogni gesto di solidarietà nei confronti miei e della mia famiglia hanno per me un valore immenso».
Non chiede soltanto di essere ricordato. Chiede di tornare a vivere. Il suo sogno è arrivare in Italia e lasciarsi alle spalle l’Afghanistan. Potere, finalmente, incontrare di persona quelle persone alle quali oggi può soltanto mandare un messaggio:
«Spero che un giorno questi momenti difficili possano finalmente rimanere alle nostre spalle e che io possa essere libero e in condizioni migliori per incontrarvi e ringraziarvi personalmente, uno per uno».
Poi ci scrive un’ultima frase, che forse racchiude tutta la sua storia:
«Grazie per non averci lasciati soli nei momenti più difficili».
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