- Ministri in pressing: «Non lasci la Francia ora». L’Eliseo tira dritto, mentre la sinistra si spacca. Il leader socialista Faure sfida Mélenchon: «Pronto a fare il premier».
- Dopo l’avvertimento di Standard & Poor’s, l’agenzia di rating Usa mette in guardia sull’abrogazione della riforma delle pensioni e sulla nuova legge di Bilancio francese.
Lo speciale contiene due articoli.
Quando la Nato, improvvisamente, serve a qualcosa. Emmanuel Macron da anni gioca a svalutare l’Alleanza militare atlantica, ma ora non intende minimamente rinunciare al vertice di Washington, nonostante i suoi consiglieri stiano cercando di trattenerlo a Parigi. In patria l’attenzione è tutta sull’elezione del presidente della nuova Assemblea nazionale del 18 luglio e i centristi fedeli al presidente temono colpi di mano della sinistra sulla formazione del nuovo governo. Però la melina di Macron, che da domenica sera spera di far passare il tempo per far esplodere contrasti e contraddizioni a destra come a sinistra, per ora sembra dare qualche frutto. Ieri il leader socialista Olivier Faure si è candidato come premier, ammiccando decisamente al centro e mettendo in fuorigioco il duro e puro Jean Luc Mélenchon. Mentre a destra si è aperto l’ennesimo fronte giudiziario sui presunti fondi neri del partito di Marine Le Pen, che ha anche perso il suo direttore generale, Gilles Pennelle, criticato per una serie di errori nella scelta delle candidature.
Nell’ultimo anno Macron ha fatto di tutto per mettere in difficoltà la Nato, sulla gestione delle operazioni in Ucraina, scavalcandola addirittura con proposte unilaterali, come mandare soldati francesi a combattere contro la Russia. Un fastidio non nuovo, se si pensa che nel novembre 2019 il presidente francese rilasciò una memorabile intervista all’Economist, nella quale sanciva che «la Nato è in stato di morte cerebrale». Tuttavia non ha mai saltato un vertice Nato e non lo farà neppure questa volta, nonostante le pressioni dei suoi. La Francia è l’unica potenza nucleare d’Europa, dopo la Brexit, e Macron ama farlo pesare. Dopo il gigantesco pasticcio scaturito dalle elezioni anticipate, secondo Le Figaro alcuni collaboratori dello staff presidenziale avrebbero chiesto al presidente di annullare il viaggio a Washington. «La casa brucia», questo il senso del messaggio, e la gauche si metterà d’accordo per indicare un premier, con il presidente dall’altra parte dell’Atlantico. Ma nel giro di poche ore è arrivata la smentita informale dell’Eliseo. Macron partirà regolarmente anche perché, come dice da domenica sera, i giochi si faranno quando si sarà insediato il nuovo Parlamento, non prima. Non a caso ha deciso, con una certa forzatura, di respingere le dimissioni del governo Attal, che in realtà, sconfitto così evidentemente dalle urne, avrebbe benissimo potuto restare in carica solo per l’ordinaria amministrazione.
D’altra parte resta tutto da dimostrare che si sia prossimi a un accordo nel Front populaire, il cartello delle sinistre che domenica ha preso più seggi. Mélenchon, il capo di France Insoumise, domenica già batteva i pugni sul tavolo, chiedendo di fare il premier e dettando un programma economico da fuga di massa dei capitali, tra assistenzialismo e una spesa pubblica alle stelle. Ieri il suo partito ha cominciato a perdere pezzi, con una mezza dozzina di deputati ribelli che avrebbero proposto agli alleati dei comunisti e degli ecologisti di fare un gruppo parlamentare in comune. Tra loro ci sono figure di primo piano del partito come Clémentine Autain, Francois Ruffin e Alexis Corbier. Il segnale è chiaro: non tutti la pensano come il granitico leader rosso e sperano di riuscire a trovare alleati guardando al centro dello schieramento. Esattamente lo schema che sta dietro all’altra grande notizia di giornata, ovvero la «disponibilità» a fare il premier di Olivier Faure. Il segretario dei socialisti ha fatto un passo avanti, ben sapendo di essere percepito come un politico dialogante e che non spaventa i mercati. Cinquantacinque anni, deputato dal 2012, Faure non ha il diktat nel sangue e dopo il voto ha sottolineato che bisogna riunificare la Repubblica.
L’unica cosa che al momento sembra unire centristi e sinistre è l’idea di fare un nuovo patto per impedire che figure del Rassemblement national possano ottenere presidenze e incarichi di prestigio nel prossimo Parlamento. Un’ipotesi che ovviamente dal partito di Marine Le Pen bollano come clamorosamente «antidemocratica». Anche ieri, però, sono emersi problemi interni. Il direttore generale del partito Gilles Pennelle si è dimesso dall’incarico. Nonostante i suoi sforzi, non sarebbe riuscito a fare quello che il giovane leader Jordan Bardella aveva chiesto, ovvero di controllare che nelle liste di Rn ci fossero personaggi attaccabili per passate posizioni antisemite o complottiste. Lo ha fatto la stampa francese, causando ritiri e imbarazzi, e questo ha convinto Bardella che sia stato l’unico vero errore di una campagna elettorale comunque trionfale. Va detto che alcuni dei cosiddetti «impresentabili» erano persone di fiducia della Le Pen e quindi non sarebbe stato facile andare di candeggina sulle liste. In ogni caso, Pennelle, nel partito dal 1987, è stato eletto al Parlamento europeo e quindi era in qualche modo atteso che se ne andasse.
Quella che non era attesa, invece, è l’ennesima tegola giudiziaria sul partito che ha preso più voti (circa 8,5 milioni) e che in Italia avrebbe facilmente conquistato Palazzo Chigi. Si tratta di un’inchiesta partita da una segnalazione arrivata dalla commissione nazionale dei conti delle campagne elettorali e dei partiti politici, sulla base di alcune presunte incongruenze tra entrate e uscite, oltre che di possibili sforamenti dei tetti massimi di spesa. La Procura di Parigi indaga per finanziamento illecito e ha fatto una cosa che non sempre accade, specie in Italia: ha tenuto l’indagine riservata fino alle elezioni.
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