- I dazi di Donald Trump sono una risposta alle manovre francotedesche su Airbus, ma le conseguenze ricadranno sulla nostra economia.
- Nel mirino parmigiano e prosecco. Per l’Italia danni oltre il miliardo. Le misure volute da Washington potrebbero comportare aumenti tariffari del 100%.
Lo speciale comprende due articoli.
Che cosa dirà la storia della presidenza Trump lo scopriremo tra qualche anno, colpisce tuttavia per puntualità la tattica del tycoon: i nuovi dazi portano la Germania a subire un altro duro colpo in un momento complicato, come dimostra la notizia di ieri riguardante l’indice tedesco Pmi dei servizi, che è crollato a settembre a 51,4 punti rispetto ai 54,8 di agosto, il livello più basso dal settembre 2016. L’indice composito da 49,1 arriva ora a 48,5 punti.
Tradotto, significa che anche a livello industriale l’Unione europea non funziona e la capacità di acquisizione di beni e servizi, di stipulare ordinativi e generare occupazione, di consegnare beni ma anche di stoccare scorte nel comparto manifatturiero dell’eurolocomotiva berlinese si sta rapidamente riducendo. Ciò che sfugge in questi casi, stante la complessità del calcolo, è la radice del problema, ovvero il fatto che gli interessi industriali e produttivi dei diversi stati europei siano divergenti tra loro e a volte anche in contrasto.
L’esempio è presto fatto: noi vogliamo continuare esportare cibo di qualità e non certo acciaio. Così a ruota ieri hanno rallentato tutte le borse europee, che interpretano questa notizia come un rallentamento generale dell’Eurozona. Soltanto Londra ha contenuto le perdite (-0.5%), hanno rallentato ma restando positive le borse di Parigi e Madrid, c’è stato un rialzo per Milano con +0,6%. Sono numeri che devono però apparire ai politici come sintomi di un’Europa disunita nella quale una nazione causa mal di testa alle altre al posto che trarre forza dall’unione delle due. Non è un caso infatti se le euro-fregature sono sempre più numerose e progressivamente ci portano a pagare un prezzo sempre più alto colpendo, come inizialmente successo con le sanzioni verso la Russia, il nostro export. Intanto però Berlino ci costringe a subire un’altra legnata dopo quella del settore automobilistico e della quale non ci siamo certo dimenticati.
Ripensando allo scandalo delle emissioni taroccate, di fatto si trattava soltanto di un Volkswagen-gate tedesco, invece chiamandolo più genericamente «diesel-gate» lo stiamo pagando tutti, milanesi in primis, che dal primo ottobre non possono più utilizzare in città neanche i veicoli categoria euro quattro, praticamente automezzi con circa dieci anni, tecnicamente moderni e probabilmente meno inquinanti di quelli che girano per la capitale tedesca.
E mentre l’opinione pubblica è distratta dalla farsa di Malta, con un meccanismo di ripartizione dei clandestini che non si potrà mai attuare e che ha riportato il centro di Lampedusa al collasso in meno di due mesi, mettendoci di nuovo il cuore in pace per dover mantenere, con risorse certo non abbondanti e un Pil inchiodato, sempre più gente che arriva sulle nostre coste, martedì l’Organizzazione per il commercio mondiale (Wto) ha comminato all’Europa una fantamulta di circa otto miliardi di dollari per via degli aiuti di stato ad Airbus, che fu favorita nella guerra commerciale contro l’americana Boeing. Multa che pagheranno i nostri produttori di salume e formaggio. Soltanto che Airbus è un colosso industriale francotedesco con sede in Olanda e partecipazioni spagnole e inglesi, ma non italiane e quindi non si comprende bene perché a pagare dovremmo essere anche noi che in Airbus non abbiamo azioni ma al massimo un apprezzato ruolo di fornitori terzisti. La nostra Leonardo produce parte delle gondole motore degli aeroplani di Tolosa ma il totale dell’apporto delle aziende italiane, tra di parti strutturali di rilievo, componenti e parti di sottoassiemi secondari e componentistica, varia tra il 7% e il 12% secondo il tipo e il modello di velivolo. Non è una quota indifferente, sia chiaro, ma si tratta di contratti di subfornitura fatti mediate commesse che valgono per periodi definiti e non hanno tacito rinnovo. Esattamente il lavoro che molte aziende aeronautiche nostrane svolgono anche per Boeing.
A fare la figura dei cioccolatai in questa vicenda sono certamente tutti i governi europei che negli anni hanno permesso che tutta Airbus sia diventata un affare soltanto di Germania e Francia, quando anche Regno Unito e Spagna hanno abbondantemente sfruttato la scia degli aiuti governativi per mantenere aperte e produttive le loro aziende fornitrici, cadute in crisi.
Se Airbus è davvero europea, allora i dividendi (pochi, per la verità), dovremmo riceverli anche noi, oppure non essere coinvolti nella faccenda. Insomma, pare che l’Ue sia proprio come una tipica cooperativa rossa: pochi capitalizzano i ricavi, ma su molti si ripartiscono i debiti.
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