I democratici americani hanno trovato un nuovo totem da bersagliare: il sistema elettorale statunitense. Qualche giorno fa, Elizabeth Warren – candidata alle primarie dell’Asinello – ha dichiarato di voler sostenere una proposta che abolisca di fatto il modello dei grandi elettori per introdurre un sistema esclusivamente basato sul voto popolare.
«Credo che abbiamo bisogno di un emendamento costituzionale che protegga il diritto di voto per ogni cittadino americano», ha non a caso affermato la senatrice del Massachusetts. La proposta è stata ripresa a stretto giro da un altro candidato alla nomination democratica, il texano Beto O’ Rourke, secondo cui nell’idea della Warren ci sarebbe «molta saggezza». Se insomma la sinistra del Partito Democratico non sembri amare troppo l’attuale sistema elettorale americano, di diverso avviso pare invece essere Donald Trump, che ha twittato: «La forza del Collegio Elettorale è che devi andare in molti Stati per vincere. Con il voto popolare, vai nei grandi Stati – le città finirebbero per governare il Paese, gli Stati più piccoli e l’intero Midwest finirebbero per perdere ogni rilevanza – e non possiamo permettere che ciò accada».
Per capire come mai tale questione sia piombata improvvisamente al centro del dibattito politico d’oltreoceano, è forse utile fare un passo indietro, partendo dal funzionamento di questo controverso sistema. In base a quanto prescrive la stessa Costituzione, la scelta del presidente degli Stati Uniti avviene attraverso un’elezione di secondo grado. Gli elettori di ciascuno Stato eleggono i grandi elettori che, a loro volta, si trovano ad esprimere il presidente. In quest’ottica, uno Stato ha diritto a un numero di grandi elettori proporzionale all’ampiezza della propria popolazione: per esempio, la popolosa California dispone attualmente di cinquantacinque delegati, laddove lo spopolato Alaska ne possiede appena tre. Solitamente chi riesce a conquistare la maggioranza nel voto popolare in un singolo Stato, consegue l’intero pacchetto di delegati a cui quello stesso Stato ha diritto.
Ora, data tale articolazione, può talvolta accadere che un candidato riesca ad arrivare alla Casa Bianca pur non vincendo nel voto popolare. Una situazione rara che tuttavia può verificarsi quando si riesce a inanellare molte vittorie negli Stati piccoli, perdendo invece in quelli di dimensioni maggiori. Una situazione che si è verificata, ad oggi, cinque volte nella Storia americana. Nel 1824 con John Quincy Adams, nel 1876 con Rutherford Hayes, nel 1888 con Benjamin Harrison, nel 2000 con George W. Bush e infine nel 2016 con Donald Trump. Ed è proprio qui che casca il proverbiale asino.
Due anni fa, il magnate newyorchese ha conquistato la Casa Bianca, nonostante la sua avversaria Hillary Clinton lo avesse sopravanzato del 2,1% nel voto popolare. Questo fatto ha spinto molti democratici ad affermare che quella di Trump non possa considerarsi una vera vittoria, visto che il popolo in realtà non lo avrebbe appoggiato. La stessa Hillary, oltre ad incolpare gli immancabili hacker russi, attribuì la sua sconfitta a un sistema elettorale considerato iniquo e difettoso. Ecco: è proprio a questo argomento che si rifanno le recenti istanze della Warren e di O’ Rourke. C’è quindi da capire innanzitutto se le loro proposte abbiano qualche speranza tecnica di successo.
Cambiare il sistema elettorale americano implicherebbe una modifica costituzionale, il che richiederebbe un processo lungo e tortuoso. Per approvare un emendamento è infatti necessario una maggioranza di due terzi al Congresso, oltre all’assenso dei parlamenti di tre quarti degli Stati: risulta pertanto improbabile che gli Stati più piccoli possano decidere di accettare un cambiamento che, di fatto, li taglierebbe fuori dal processo per l’elezione del presidente. Un sistema basato esclusivamente sul voto popolare favorirebbe infatti solo gli Stati di grandi dimensioni e più popolosi, estromettendo tutti gli altri. E’ allora chiaro che – nonostante alcuni limiti oggettivi – l’attuale sistema miri a spalmare la rappresentanza su un territorio vasto e culturalmente complesso come effettivamente sono gli Stati Uniti d’America. Paradossalmente sarebbe proprio il modello del voto popolare a minare la possibilità di rappresentanza democratica per tutti i cinquanta Stati americani, perché alla fine il peso elettorale si ritroverebbe limitato a una esigua manciata di territori. Possibile che né la Warren né O’ Rourke se ne rendano conto? No: non è possibile. E, infatti, alla base delle loro proposte c’è una ragione squisitamente politica. Non dimentichiamo infatti che – fatta eccezione per il Texas – gli Stati americani tradizionalmente più popolosi (come la California e il New York) siano feudi del Partito Democratico. Va quindi da sé che un’eventuale introduzione del modello del voto popolare avvantaggerebbe infinitamente l’Asinello, penalizzando al contrario il Partito Repubblicano.
Perché alla fine è proprio questo il problema. Nel 2016, Hillary non ha perso per il sistema elettorale. Ha perso perché ha dato per scontato l’appoggio di classi elettorali che invece le hanno voltato le spalle. Ha preferito concentrarsi in aree dove aveva già la vittoria in pugno, anziché impegnarsi ad ascoltare territori e fasce di elettori da lei considerati scomodi (i famosi deplorables). È proprio da qui che il Partito Democratico dovrebbe ripartire, per cercare di metabolizzare e analizzare le cause di quella clamorosa sconfitta. E invece no: per risalire la china, sembra non trovare nulla di meglio che “censurare” gli elettori sgraditi. Non capendo che – proseguendo su questa strada – nel 2020 potrebbe finire col regalare a Trump una nuova, incredibile vittoria.
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