Sport e Islam radicale. Non c’è solo Karim Benzema
Karim Benzema (Ansa)
  • Lo scorso 19 ottobre in Francia è scoppiato il caso del calciatore ex Real Madrid Karim Benzema, accusato dal ministro degli Interni Gérald Darmanin, di avere legami con i Fratelli Musulmani.
  • Presentato alla Camera dei Deputati il dossier di Ecr – Fdi: Islamball, il calcio come strategia di soft power nel cuore d’Europa.

Lo speciale contiene due articoli.

Ospite del programma di Pascal Praud L’heure des Pros di CNews, Darmanin è «entrato a piedi pari» sul calciatore ex Pallone d’Oro, che ora gioca nell’al-Ittihad, un club della Saudi League. L’Arabia Saudita, bene ricordarlo, è uno dei sette paesi a riconoscere i Fratelli Musulmani come organizzazione terroristica insieme a Russia, Siria, Egitto, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Austria. A una domanda sulla lotta al terrorismo portata avanti dal governo francese, il ministro degli Interni ha citato i Fratelli Musulmani, l’organizzazione islamista che utilizza come braccio armato Hamas e altre organizzazioni terroristiche: «Da diverse settimane mi interessa particolarmente il signor Benzema, lui ha un legame noto, come tutti sappiamo, con i Fratelli Musulmani. Stiamo attaccando un’Idra che sono i Fratelli Musulmani perché creano un’atmosfera jihadista come ha detto Gilles Kepel». A Benzema viene contestato il rifiuto di cantare la Marsigliese durante le partite della nazionale francese. Ma non solo, «il suo proselitismo sui social network sul culto musulmano, come il digiuno, la preghiera, il pellegrinaggio alla Mecca», oltre alla famosa foto con l’imam di Meaux noto estremista. Alla richiesta di chiarimenti dallo staff di Darmanin hanno rincarato la dose: «Da diversi anni notiamo una lenta deriva delle posizioni di Karim Benzema verso un Islam duro e rigoroso, caratteristico dell’ideologia della Fratellanza che consiste nella diffusione delle norme islamiche in diversi ambiti della società, in particolare nello sport». Benzema non è che l’ultimo sportivo che aderisce ai circoli dell’islam politico e militante, un fatto che preoccupa le autorità francesi e non solo vista l’enorme popolarità della quale godono le stelle del calcio e degli altri sport.

Altre stelle del calcio che giocano o hanno giocato con la nazionale francese hanno infatti apertamente appoggiato predicatori islamisti. Presnel Kimpembe, Karim Benzema, Mamadou Sakho, Tiémoué Bakayoko e Jacques Faty hanno messo «mi piace» su Instagram a una pubblicazione di Khabib Nurmagomedov, campione russo di Arti marziali miste (Mma): «I nemici dell’Islam stanno cercando di offendere i sentimenti di centinaia di milioni di credenti in giro per il mondo disegnando caricature. Possa Allah rilasciare la Sua punizione su chiunque leda l’onore del migliore degli uomini, il suo profeta Muhammad».

Nessun organismo calcistico o Mma, in Francia, in Europa o a livello internazionale, ha reagito a questi espliciti appelli all’omicidio dei «miscredenti e dei blasfemi». Questi atleti, presentati nella stragrande maggioranza come «modelli per i giovani», hanno avuto anche tutto il tempo per prendersi gioco del mondo proclamando a gran voce che non erano coinvolti nella politica, nella società dello spettacolo sportivo, l’apologia del terrorismo ottiene così il diritto di esistere. I giovani sono particolarmente interessati al fenomeno e sempre per restare in Francia, Darmanin ha fatto il punto sul numero di giovani monitorati per casi di radicalizzazione. «Ci sono più di 1.000 minori con forme attive di islamismo in Francia, minori radicalizzati che si scambiano foto di decapitazioni e che consultano la propaganda dell’Isis». Poi il ministro degli Interni ha ricordato che la minaccia terroristica «resta molto alta e dal 2017, la Francia ha sventato un attentato ogni due mesi». Una constatazione è oggi evidente tra i ricercatori; lo sport è uno dei bersagli privilegiati dell’entrismo islamico e della radicalizzazione islamica che già da diversi anni corrompono le istituzioni e le pratiche sportive. L’attentato alla RER Saint-Michel [1995] è stato perpetrato da una squadra guidata da Boualem Bensaïd, istruttore sportivo e capitano della squadra algerina di karate. Khaled Kelkal, che lo ha assistito, era uno specialista di bodybuilding.

Tutti gli attentati commessi in Europa tra il 1995 e il 2019 sono stati commessi, o quasi, da persone che provengono dallo sport. Tutti gli autori degli attentati del 2004 e del 2005 in Spagna e Inghilterra sono stati reclutati da società sportive. Tra il 2012 e il 2016, in Francia, tutti gli autori di attentati terroristici sono passati attraverso le società sportive. Il 52% di loro praticava sport da combattimento.

Yassin Salhim e gli altri

Yassin Salhi che uccise il 26 giugno 2015 il suo datore di lavoro decapitandolo (prima volta in Francia), si era allenato duramente nelle arti marziali miste categoria dei pesi massimi. Salhi si distinse per la sua brutale radicalizzazione attraverso il contatto con un violento predicatore di Pontarlier. Dalle indagini emerse che si era è legato al movimento salafita. Si è poi suicidato in carcere il 22 dicembre 2015, sei mesi dopo i fatti, impiccandosi alle sbarre della sua cella.

Amédy Coulibaly, bodybuilder, era un fan della boxe thailandese. In un video post mortem pubblicato su Internet dopo gli attentati di Charlie Hebdo e Hyper Kosher (gennaio 2015), mentre era una sala fitness di Grigny aveva invitato gli «atleti musulmani a difendere l’Islam», dichiarando: «Ho viaggiato in moschee della Francia. Sono pieni di uomini pieni di vigore! Sono pieni di giovani atleti! Perché queste migliaia di persone non difendono l’Islam».

Abdoullakh Abouyedovich Anzorov che il 16 ottobre 2020 ha decapitato Samuel Paty, professore in un liceo di Conflans-Sainte-Honorine, era iscritto in un club di lotta libera e wrestling di cui già nel 2017 erano stati segnalati segni di islamizzazione, «ed in particolare preghiere negli spogliatoi o pressioni sugli abiti delle giovani donne licenziate. Posta sotto controllo, questa associazione è stata una delle prime in Francia a trovarsi nel mirino dello Stato per il comunitarismo», come scritto in un report dell’Osservatorio delle ideologie identitari». Mohamed Merah giocava a calcio e adorava Zinedine Zidane, proprio come Cherif Kouachi, era descritto come un «ottimo calciatore» dai suoi ex compagni di squadra. I dieci strasburghesi del quartiere di La Meinau partiti per la Siria per unirsi alle file dello Stato islamico nel 2013 praticavano tutti uno sport da combattimento, colpo o condizionamento muscolare: bodybuilding, calcio, boxe, allenamento fisico intensivo. Foued Mohamed-Aggad, che faceva parte di questa «rete jihadista di Strasburgo» ha partecipato al massacro del Bataclan il 13 novembre 2015. Anche i suoi due complici, Ismaël Omar Mostefaï e Samy Amimour, avevano trascorsi sportivi: il primo giocava a calcio e partecipava a milizie paramilitari. allenandosi mentre il secondo ha fatto judo. Altro caso clamoroso è quello di Valdet Gashi, arrivato in Germania dal Kosovo all’età di sei anni. È cresciuto con la famiglia nell’Alto Palatinato, dove è entrato in contatto già in tenera età con le arti marziali. Gashi ha avuto enorme successo come combattente di Muay Thai. Ha vissuto per un periodo in Thailandia, dove si è formato come combattente ed è diventato una star dei media. Dopo essersi radicalizzato nei circoli dell’associazione salafita tedesca LIES! (Leggi!) del predicatore palestinese Ibrahim Abou Nagie è partito per il «Siraq» dove è morto il 4 luglio 2015. Gashi prima di partire aveva coinvolto nelle palestre che frequentava, decine di giovani (tedeschi e svizzeri), che lo hanno seguito e sono morti in battaglia.

Perché questo legame tra sport e radicalizzazione?

Secondo Médéric Chapitaux, membro del Consiglio dei saggi della laicità presso il Ministero francese dell’Educazione nazionale e della gioventù «tutti i gruppi terroristici, Daesh, al-Qaeda, Fronte Islamico di Salvezza (FIS), Gruppo Islamico Armato (GIA), hanno utilizzato due documenti consultabili, in inglese, su internet, intitolati How to train for jihad. Si spiega in particolare che l’adesione all’ideologia terroristica islamica implica la preparazione praticando sport da combattimento e bodybuilding. E viene addirittura specificato che la loro preparazione dovrà avvenire in club i cui allenatori siano musulmani. La pratica degli sport da combattimento risponde quindi ad un ordine ‘istituzionale’: è coerente con la dottrina».

Le istituzioni sportive francesi hanno quindi dato rifugio a terroristi islamici capaci dei peggiori crimini senza poter impedire la loro rapida radicalizzazione. Lo afferma un rapporto del Piano nazionale per la prevenzione della radicalizzazione e misure riguardanti lo sport. «Sono 829 le persone denunciate per radicalizzazione nei club, il 92% sono uomini. Gli atti (di radicalizzazione, ndr) variano e si articolano come segue: 18% violenza fisica, 31% verbale, 35% rifiuto di rispettare le regole, 9% esclusioni o interruzioni del gioco e 7% proselitismo».

Quel che è peggio, secondo il rapporto di Eric Diard e Henri Vernet «La radicalizzazione nel cuore dei servizi pubblici: sport, ospedali, trasporti». Quello che non vi dicono, è che «attualmente ci sono una ventina di atleti di alto livello negli archivi Fiche S», dove ci sono i nomi degli individui potenzialmente minacciosi per la sicurezza dello Stato.

Dottrina, Denaro, Debolezza

Fatto non certo secondario è che sotto la pressione del Qatar e dei paesi del Golfo, che oggi sono attori finanziari e ideologici essenziali e determinanti dello sport competitivo per spettatori (Coppa del mondo di pallamano, Coppa del mondo di atletica, Coppa del mondo di calcio in Qatar, tornei di tennis, acquisto di giocatori e sponsorizzazione di club di calcio professionistici in Europa , controllo degli organi decisionali delle istituzioni sportive internazionali, ecc.), diverse federazioni internazionali tollerano ormai l’uso del velo: basket, calcio, atletica leggera, judo, karate. Questa in attesa che altre barriere cedano finalmente, in particolare in occasione dei Giochi Olimpici dove le delegazioni dei paesi islamici utilizzeranno gli atleti come missionari della shari’a nel complice silenzio dell’Occidente che ha da tempo abdicato alla regola delle tre D: Dottrina, Denaro, Debolezza.

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