La Harris fa il filo ad abortisti e trans ma snobba gli elettori cattolici
Kamala Harris (Getty Images)
  • In uno spot la vice-Biden cita tutte le minoranze tranne quella fedele alla Chiesa di Roma. Che di solito porta alla Casa Bianca.
  • Barack e Michelle Obama «telefonano» a Kamala Harris: una sceneggiata che nasconde la freddezza dell’ex presidente. Che vuole comunque mettere il becco nelle nomine in caso di vittoria.

Lo speciale contiene due articoli.

La campagna di Kamala Harris ha pubblicato il suo primo spot elettorale. Come prevedibile, si tratta di un inno a favore delle minoranze, in pieno stile «identity politics». Una strategia che potrebbe, però, ben presto rivelarsi problematica.

Innanzitutto, la storia insegna come le campagne elettorali americane impostate esclusivamente sulle minoranze non arrivino di solito molto lontano: nel 1984, il reverendo Jesse Jackson andò sonoramente a sbattere, seguendo questa linea. Una linea che, guarda caso, fu intelligentemente evitata da Barack Obama nel 2008. D’altronde, basta ricordare la fallimentare campagna elettorale con cui la Harris si presentò alle primarie dem di quattro anni fa: dopo una partenza sprint, fu costretta a ritirarsi addirittura due mesi prima che la competizione elettorale vera e propria avesse inizio, visto che i sondaggi le attribuivano appena il 4% dei consensi a livello nazionale.

Un secondo aspetto da sottolineare è che la vicepresidente si sta sì concentrando sulle minoranze. Ma ne sta trascurando una: quella dei cattolici. Il che lascia trasparire una certa assenza di lungimiranza. Non è un mistero che, spesso, chi in America vince il voto cattolico riesca poi a conquistare la Casa Bianca. Fu, per esempio, il caso di George W. Bush nel 2004, di Obama nel 2008 e di Donald Trump nel 2016. Eppure la Harris non sembra intrattenere rapporti troppo calorosi con i fedeli della Chiesa di Roma. E sono i fatti a parlare.

Nel 2018, da senatrice, contestò al candidato giudice, Brian C. Buescher, la sua appartenenza all’associazione cattolica dei Cavalieri di Colombo, definendo quest’ultima una «organizzazione di soli maschi» che si «opponeva al diritto di scelta delle donne». Tutto questo ignorando o fingendo di ignorare che dei Cavalieri di Colombo avevano fatto parte importanti esponenti dem del passato, come John e Ted Kennedy. Un ulteriore elemento che pone la Harris in contrasto con i cattolici è il suo ferreo sostegno all’aborto.

Secondo la Catholic news agency, quando corse per il Senato nel 2016, ricevette finanziamenti elettorali da vari esponenti del Center for reproductive rights e di Planned parenthood: quella stessa Planned parenthood che, appena pochi giorni fa, ha dato il proprio endorsement alla sua campagna presidenziale. Sempre nel 2016, da procuratrice generale della California, la Harris ordinò di fatto un raid nella casa di David Daleiden, un attivista pro life che aveva condotto un’indagine sotto copertura proprio all’interno di Planned parenthood. Come se non bastasse, la Harris sponsorizzò, nel 2015, anche il Reproductive fact act: un disegno di legge che voleva imporre ai centri per la vita di fornire informazioni su dove fosse possibile richiedere l’interruzione di gravidanza.

Non solo. Da vicepresidente, la Harris ha poi sostenuto l’Equality act: una norma che, secondo i vescovi americani, avrebbe violato la libertà religiosa, «costringendo i professionisti sanitari, contro il loro miglior giudizio medico, a sostenere trattamenti e procedure associati alla transizione di genere». E veniamo, quindi, alla questione transgender.

Tra i papabili candidati vice della Harris stanno circolando, in questi giorni, soprattutto due nomi: quello del governatore dell’Illinois, J.B. Pritzker, e quello del suo collega del Kentucky, Andy Beshear. Il primo, oltre ad aver firmato norme statali a favore dell’affermazione di genere, ha come cugina la miliardaria Jennifer Pritzker: donna trans che, in passato, ha finanziato delle cliniche per l’identità di genere e donato all’Università di Victoria due milioni di dollari per istituire una cattedra in «studi transgender». Un tempo gravitante attorno al Partito repubblicano, Jennifer Pritzker passò infine a sostenere Joe Biden in occasione della campagna elettorale del 2020. Dall’altra parte, Beshear, l’anno scorso, ha posto il veto su un disegno di legge, sponsorizzato dai repubblicani, che avrebbe vietato di affrontare il tema dell’identità di genere negli istituti scolastici. Sarà un caso, ma il National center for transgender equality ha appena dato il proprio endorsement alla candidatura presidenziale della Harris.

È chiaro che, qualora dovesse scegliere J.B. Pritzker o Beshear come running mate, la vicepresidente peggiorerebbe ulteriormente i propri rapporti con il mondo cattolico. Da questo punto di vista, è significativo il fatto che, pur essendo cattolico, Biden, nel 2020 vinse sì il voto dei fedeli alla Chiesa di Roma, ma di pochi punti: segno che, probabilmente, fu penalizzato proprio dall’essere in ticket con la Harris. D’altronde, papa Francesco è sempre stato molto netto nel criticare tanto l’aborto quanto l’ideologia gender.

Per la vicepresidente si tratta di un nodo spinoso. Non a caso Trump sta lavorando molto sul voto cattolico. Ha scelto innanzitutto un running mate cattolico, come J.D. Vance. Inoltre ha da tempo focalizzato la sua attenzione sull’elettorato ispanico, che è storicamente in gran parte legato alla Chiesa romana. A fine aprile, un sondaggio del Pew research center rilevò che il candidato repubblicano aveva il sostegno del 55% dei cattolici contro il 43% raccolto, invece, da Biden. Parliamo di un gap significativo che la Harris farà fatica a colmare, soprattutto se dovesse scegliere di puntare tutto su «identity politics» e radicalismo in materia di temi etici.

Il rischio per la vicepresidente è quello di rimanere vittima della propria autoreferenzialità, scambiando la totalità dell’America per San Francisco o New York. Non è col settarismo più o meno fighetto ma con la trasversalità e la capacità di sparigliare le carte che si vincono le elezioni negli Stati Uniti. Che la Harris lo abbia compreso resta, al momento, da dimostrare. E i cattolici, a novembre, potrebbero giocarle un brutto scherzo.


Da non perdere

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz
Mondo

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz

A detta di Trump si svolgeranno oggi in Qatar «i colloqui voluti dal regime». Secondo Axios si tratterebbe di vertici separati tra i tecnici nemici e i mediatori del Paese del Golfo e del Pakistan. Gli ayatollah frenano: «Nessun meeting con la Casa Bianca».