Sirene che non si fermano mai. Lo choc di un attacco non pianificato. La forza lavoro ridotta per i circa 360.000 riservisti chiamati al fronte (sono il 4% della popolazione totale e quasi il 10 di quella attiva), per gli expats tornati in patria e gli israeliani trasferiti di corsa all’estero. L’iron dome che protegge le città dai razzi e che costa 50.000 dollari ogni volta che viene attivato per una spesa che supera già i 400 milioni. Cui vanno aggiunti i costi dell’equipaggiamento bellico. E poi il turismo completamente bloccato (gli hotel stanno ospitando gli sfollati dei kibbutz). Martedì prossimo sarà il primo mese di guerra contro Hamas dopo gli attentati terroristici del 7 ottobre e Israele è alle prese anche con l’impatto economico del conflitto.
Ad essere bloccato è il settore delle costruzioni con le gru rimaste ferme per settimane, anche perché la stragrande maggioranza degli operai edili erano palestinesi che attraversavano ogni giorno il confine da Gaza e il West Bank. Qualcuna ha ricominciato a muoversi negli ultimi giorni con norme di sicurezza più severe, ma un rapporto di settore ha affermato che l’inattività di questo comparto costa all’economia circa 150 milioni di shekel (37 milioni di dollari) al giorno. Una botta tremenda per gli appaltatori, i costruttori e gli industriali. L’attacco sanguinoso del 7 ottobre è successo proprio mentre l’economia più sviluppata del Medio Oriente stava riprendendo slancio dopo una prima parte dell’anno iniziata in salita con gli investitori spaventati dall’ipotesi di riforma della giustizia. Stava recuperando terreno anche l’attività di venture capital. Israele per quest’anno prevedeva una crescita del 3% grazie anche al basso tasso di disoccupazione. Poi è scoppiato l’inferno.
L’emergenza riguarda anche l’occupazione: i negozi stanno licenziando i lavoratori, centinaia di migliaia di riservisti dell’esercito sono stati richiamati (tra questi anche manager e imprenditori), lasciando un enorme deficit di personale e influenzando le catene di approvvigionamento dai porti marittimi ai supermercati. Inoltre, la battaglia ha impedito a centinaia di lavoratori palestinesi di recarsi da Gaza in Israele e ha ridotto il flusso dalla Cisgiordania occupata. Per le prime due settimane di guerra, il più grande centro commerciale di Gerusalemme era deserto. Gli sfollati dalle regioni di confine riempiono per metà gli alberghi; le stanze rimanenti sono in gran parte vuote. I flussi turistici (che rappresentano il 5% del Pil) si stanno esaurendo così come quasi tutti i voli da e per Israele sono stati cancellati. Anche nelle vicinanze di Gaza, le fabbriche sono ancora in funzione, ma spesso i camionisti non sono sufficienti per effettuare consegne regolari. Ad eccezione degli acquisti nei negozi di alimentari, quelli con carta di credito sono diminuiti del 12% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Soffre il comparto agricolo con migliaia di ettari di raccolti distrutti cui si aggiunge il problema della mancanza di manodopera, a causa della fuga di lavoratori stranieri, soprattutto thailandesi.
Non dimentichiamoci, inoltre, che Israele è una cosiddetta startup nation. Il settore tecnologico contribuisce al 18% del Pil israeliano e al 50% delle esportazioni. Nel settore tech è impiegato il 14% della forza lavoro del Paese. Secondo la Israel Innovation Authority, dal 7 ottobre il 40% delle aziende tecnologiche ha incontrato estrema difficoltà nel raccogliere finanziamenti esteri, la maggior parte dei quali sono stati annullati o sospesi. «La produttività diminuisce in modo significativo, perché è difficile concentrarsi sul lavoro quotidiano quando si ha paura», ha dichiarato Barak Klein, direttore finanziario dell’azienda fintech ThetaRay. Degli 80 dipendenti che lavorano in Israele, 12 sono stati reclutati nelle riserve. Alcuni hanno figli a casa da scuola. ThetaRay ha creato un asilo nido per i membri del personale che dovevano portare i bambini in ufficio e ha fatto affidamento sulle filiali internazionali per aiutare a gestire parte del carico di lavoro.
Il governo si è impegnato a spendere «senza limiti» per finanziare la guerra e risarcire le persone e le imprese colpite, il che comporterà un aumento del deficit di bilancio e del debito. Nel 2006, un conflitto di 34 giorni con gli Hezbollah, sostenuti dall’Iran, ha provocato un calo dello 0,5% del Pil a causa della diminuzione delle esportazioni e del rallentamento del settore manifatturiero, ma l’economia si è rapidamente ripresa. Quello che sta accadendo oggi però è diverso, dicono i funzionari. C’è una «crisi emotiva» tra il pubblico israeliano che sta già facendo sentire i suoi effetti, ha dichiarato Leo Leiderman, consulente economico della Bank Hapoalim, uno dei maggiori istituti del Paese. Considerando che la spesa per i consumi rappresenta più della metà dell’attività economica, il danno per l’economia sarà pesante.
Il Pil israeliano vale circa 500 miliardi di dollari (471 miliardi di euro), con settore tecnologico e turismo come prime voci di valore aggiunto. La Banca d’Israele ha già ridotto le sue proiezioni di crescita economica per il 2023, ipotizzando che il conflitto si limiti a Gaza, dal 3% al 2,3% e quella per il 2024 al 2,8% dal 3%.
Il governatore Amir Yaron ha attivato un piano di emergenza per fornire liquidità agli istituti di credito locali e vendere valuta estera per la prima volta da quando ha permesso allo shekel di scambiare liberamente. La Banca centrale venderà fino a 30 miliardi di dollari, una cifra che può salire di altri 15 miliardi attraverso meccanismi di swap, secondo quanto comunicato il 9 ottobre. L’obiettivo è appunto quello di attenuare la volatilità dello shekel, caduto ai minimi dal 2016 sul dollaro dopo l’attacco a sorpresa di Hamas e fornire la liquidità necessaria al sistema finanziario.
A fine agosto le riserve superavano un terzo del prodotto interno lordo attestandosi a quasi 203 miliardi di dollari. Il debito pubblico è più basso rispetto a quello di molti Paesi occidentali e vale il 60 per cento del Pil. Ma la tenuta dell’economia dipende dalla durata della guerra e dal suo eventuale allargamento. E mentre gli israeliani sono costretti a scendere nei rifugi più volte al giorno e tagliano tutto, tranne il cibo, le agenzie di rating hanno già avvertito che potrebbero abbassare il loro giudizio sull’affidabilità creditizia della nazione.
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