Il fronte della guerra a oltranza perde pezzi
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  • La vittoria di Fico in Slovacchia e i tentennamenti della super atlantista Polonia mostrano la verità oltre la retorica: il rifiuto occidentale verso ogni soluzione diplomatica in Ucraina è sempre più insostenibile. E i nostri guerrieri da salotto impazziscono.
  • Il «New York Times»: «La Russia pronta a testare una nuova arma nucleare».

Lo speciale contiene due articoli.

mirabolante campagna atlantista per la libertà e la democrazia sembra vacillare. Giorni fa è stato il premier polacco Mateusz Morawiecki (rappresentante di una nazione che è sempre stata tra le più volonterose, se non la più convinta, nel sostenere la causa ucraina) a esibire perplessità sull’invio di armi. Una posizione più dolcemente rimarcata dal presidente della Polonia, Andrej Duda: «Sia lui che io abbiamo detto che l’invio di qualsiasi nuova attrezzatura che stiamo attualmente acquistando, come gli obici K2 o i carri armati K9, è fuori discussione», ha detto Duda. «Devono servire a rafforzare l’esercito polacco».

Certo, il presidente ha poi specificato che le forniture belliche e il supporto morale non verranno meno, ma la granitica approvazione dei mesi precedenti è apparsa leggermente ridimensionata. Adesso anche la Slovacchia si è affidata a un leader che sembra per lo meno scettico sull’appoggio incondizionato a Zelensky. Il neo eletto Fico, infatti, non ha lasciato molto spazio ai dubbi: «Se il mio partito dovesse arrivare al governo, indipendentemente dal fatto che ricopriremo o meno la carica di primo ministro, faremo tutto il possibile per avviare i negoziati di pace in Ucraina il prima possibile», ha detto prima del trionfo elettorale. E ha aggiunto: «Sull’armamento dell’Ucraina conoscete già la nostra opinione». Cristallino.

Nel mezzo, c’è da tenere conto pure dei malumori che emergono negli Stati Uniti. Sin dall’inizio del conflitto un segmento repubblicano – magari non troppo ampio ma comunque influente – ha avuto da ridire sull’impegno americano nell’Est Europa. Nei giorni scorsi una inedita trattativa fra il Gop (Kevin McCarthy in testa) e i democratici ha portato all’accantonamento della richiesta di destinare ulteriori sei miliardi di dollari di aiuti a Kiev. Vero, non è detto che a stretto giro gli Usa non tornino a mostrare il profilo più conciliante e amorevole nei riguardi di Zelensky, ma per ora il fronte pro Ucraina incassa qualche colpo pesantuccio.

Ed è esattamente a questo punto che i nostri combattenti da divano si scatenano. Ci sono gli esponenti Pd come Brando Benifeni che minacciano provvedimenti contro Robert Fico e paventano addirittura azioni del partito socialista europeo nei suoi confronti. E ovviamente non mancano gli editorialisti con fucile che, arrabbiatissimi, inveiscono contro il ventre molle dell’Occidente. Secondo Nathalie Tocci, per dire, «il rischio che si intravede è, infatti, quello dell’affaticamento: tanto statunitense, che porterebbe alla fine degli aiuti militari a Kyiv, quanto europeo, che attraverso un piccolo blocco formato da Viktor Orbán in Ungheria e Robert Fico adesso in Slovacchia, rappresenterebbe il primo domino che cade nel consenso sull’Ucraina, sia in termini di appoggio militare ed economico, sia di sostegno al processo di adesione all’Ue. È precisamente questo scenario che Putin vede come la grande speranza per ribaltare le carte in tavola ed arrivare alla vittoria su Kyiv. D’altronde, al cuore dell’ideologia del Cremlino c’è la convinzione secondo cui le liberaldemocrazie sono deboli e viziate». La Tocci s’arrischia a prevedere un lungo conflitto e va detto che non è la sola: un po’ ovunque serpeggia astio crescente verso quanti osano esprimere scetticismo sugli aiuti militari senza se e senza ma. Non stupisce, per carità. Siamo abituati alle accuse di putinismo a capocchia, e non v’era dubbio sul fatto che lo spettro dell’Orso sarebbe stato evocato per la Slovacchia come per i repubblicani americani. Non sorprende nemmeno che tutte le più recenti crisi internazionali vengano lette con le lenti ucraine. Se nel Nord del Kosovo ci sono problemi fra serbi e albanesi, subito i giornali italiani immaginano sante alleanze fra i primi e Putin, e puntano il dito contro la Serbia anche se, a ben vedere, in questo frangente ha tutte le ragioni del mondo. Lo stesso avviene con il caso del Nagorno Karabakh: se l’Azerbaigian si premura di annichilire la Repubblica di Artsakh è di nuovo colpa di Putin che ha abbandonato gli armeni e non dell’Occidente che li ha bellamente accantonati.

Il fatto è che a quasi due anni di distanza dalla deflagrazione dello scontro ucraino la gran parte dei nostri commentatori non ha ancora abbandonato le categorie morali e la divisione tra buoni e cattivi. Tale vizio di forma continua a impedirci di condurre un dibattito sano e di osservare lucidamente la realtà. La nostra prospettiva, di conseguenza, è falsata. Se avessimo espunto la demonizzazione dell’avversario dalla scena, ci saremmo resi conto che l’impalcatura di bugie costruita per sostenere senza ragionare ogni iniziativa di Kiev era destinata a crollare. Ci saremmo accorti che la gran parte degli europei non vuole la guerra a oltranza. E avremmo capito pure che il grande gioco della geopolitica presto o tardi avrebbe cambiato direzione, e gli interessi ucraini ne sarebbero stati danneggiati.

Sono in corso notevoli sommovimenti a livello globale, e Kiev è solo una tessera del mosaico. Che la guerra sarebbe stata lunga si sarebbe potuto e dovuto prevedere. E che ci sarebbe stato un generale raffreddamento pure. Ma da noi si è preferito evitare gli argomenti scomodi e rifugiarsi nella tifoseria. Ora i nodi iniziano a venire al pettine e noi restiamo lì, imbambolati, con la nostra parrucca in mano.

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