Gay, neri, green: Biden ostaggio delle lobby
  • Per accontentare tutte le minoranze che lo hanno sostenuto, il presidente eletto degli Usa è già costretto a impossibili equilibrismi. Latinos e asiatici contestano il protagonismo degli afroamericani e chiedono più posti. E guai a nominare dei maschi bianchi.
  • Secondo le nuove rivelazioni, i legami del controverso erede di Sleepy Joe con discussi magnati cinesi riguarderebbero anche il genitore.

Lo speciale contiene due articoli.

Prove di governo politically correct. Il primo ispanico a capo della Sicurezza nazionale, la prima donna segretario al Tesoro, il primo capo della Difesa afroamericano, il primo segretario alla Salute ispanico, il primo Capo di Gabinetto apertamente omosessuale, la prima donna di colore a dirigere l’ufficio del Bilancio, la prima donna direttore dei Servizi nazionali. Può andare? No, non va per niente bene.

A complicare le prime mosse di Joe Biden, presidente eletto degli Stati Uniti a colpi di voti postali non controllabili e non controllati, non è tanto o non solo l’irriducibile resistenza di Donald Trump, che non ha ancora rinunciato ai tentativi di far emergere il voto del 3 novembre come una truffa, ma anche la vera e propria riffa che si è scatenata intorno alle nomine. Devono «rappresentare tutta l’America», come promesso in campagna elettorale, e il conto non torna.

Il deputato del Texas, Vicente Gonzalez, fai i conti e non arriva a cinque latini in posti di governo. Poi si fanno sentire gli asiatico-americani, che ricordano che ai tempi di Barack Obama tre di loro erano al governo, e chiedono di avere oggi almeno altrettanti rappresentanti. I contendenti si uniscono per ricordare che l’affermazione di Black lives matter ha portato gli afroamericani in posizione di predominio, e che l’equilibrio va ristabilito. Indignazione ha suscitato la scelta di quattro uomini niente meno che bianchi a rispettivamente capo dello staff segretario di Stato, consigliere per la Sicurezza nazionale e top Consigliere politico.

Glynda C. Carr, la presidente di Higher Heights for America, un comitato di azione politica che si occupa di far eleggere un numero sempre più alto di donne nere, ha parlato di delusione, addirittura di costernazione. Biden allora ha risposto che ha scelto due donne afroamericane, Susan Rice e Marcia Fudge, rispettivamente come direttore del Consiglio per la politica nazionale e ministro dello Sviluppo urbano. Ma non sono posti considerati all’altezza delle richieste. Nel frattempo arriva la protesta sentita dei rappresentanti Lgbt.

In testa ai cosiddetti esponenti dei diritti civili torna persino il vecchio reverendo Al Sharpton, che vuole decidere chi diventerà Attorney general, carica che corrisponde al ministro della Giustizia. Deve essere nero, non si discute, e con un passato di battaglia per i diritti e contro il razzismo.

Non finisce qui, Sharpton ha messo un veto molto netto su Rahm Emanuel, già capo dello staff di Obama e ora sindaco di Chicago, inviso per come ha gestito l’assassinio nel 2014 da parte di un agente di polizia di un ragazzo nero, Laquan McDonald.

Un gruppo di ambientalisti si è presentato al team della transizione di Biden per diffidare dal nominare alla protezione dell’ambiente Mary Nichols, commissario della California sulle questioni del clima e considerata una delle maggiori esperte del Paese. Non abbastanza talebana sull’argomento.

Non paghi di aver criticato aspramente la nomina quasi certa di un segretario all’Agricoltura troppo amico delle grandi imprese, secondo loro, una coalizione di celebrità di Hollywood, nativi americani e attivisti liberali vari chiede che non venga nominato all’Interno il già prescelto Tom Udall, democratico del New Messico e vecchio amico di Biden, e venga invece scelto un nativo americano, Deb Hawland. Hanno anche scritto ad Udall, che l’ha giustamente presa come una minaccia ma gli tocca stare zitto o verrebbe immediatamente accusato di razzismo, spiegandogli che siccome quel posto lo aveva già avuto suo padre con Kennedy e Johnson, non è il caso che ora lui 50 anni dopo lo ripretenda.

Ma se gli Indians di Cleveland aprono un dibattito per cambiare il nome dopo 115 anni di glorioso baseball per non offendere i nativi americani; se una professoressa universitaria bianca ed ebrea, Jessica Krug della George Washington University, si è finta parzialmente nera tutta la vita per avere maggiori opportunità di carriera; se i copioni sottoposti agli studios di Hollywood devono in percentuale prestabilita rappresentare tutte le diversità fra gli attori; se tutto questo non è un cattivo romanzo, ma è la realtà, di che vi stupite nell’osservare che Joe Biden sta diventando pazzo per formare il suo governo e dintorni tra una richiesta e l’altra, tra una lamentela e l’altra, tra un ricatto e l’altro di componenti etniche, sociali, di orientamento sessuale, di genere, tutte diventate aggressive, tutte altrettanto petulanti ? Due sono le considerazioni: che a Joe Biden sta bene, visto che ha fatto una campagna elettorale dicendo che avrebbe rappresentato tutta l’America; e che l’America sta perdendo il senno. Speriamo che prima o poi lo recuperi.


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