Funzionari Ue e Usa contro Israele: «A Gaza c’è il rischio di un genocidio»
Ansa
  • Il documento transatlantico firmato da 800 diplomatici. Intanto Gerusalemme propone la tregua in cambio degli ostaggi. Ma gli jihadisti chiedono il rilascio di migliaia di detenuti, tra cui due terroristi pluricondannati.
  • Hamas rivendica le bombe a Firenze. Due molotov scagliate sull’ambasciata americana: nessun danno. Ma poi spunta un video minatorio: «Era solo un avvertimento». Digos e Antiterrorismo al lavoro.

Lo speciale contiene due articoli.

Più di 800 diplomatici, funzionari americani ed europei hanno firmato un documento detto «transatlantico», nel quale si denuncia Israele per «gravi violazioni del diritto internazionale», durante la sua risposta militare alla Striscia di Gaza in seguito all’attacco di Hamas dell’7 ottobre. Nel testo, visionato anche dalla Bbc, che fino a oggi non ha certo brillato per equidistanza, i firmatari esortano i rispettivi governi ad adottare una posizione più decisa. Avvertono che la mancanza di una risposta incisiva potrebbe comportare il rischio «di diventare complici di una delle più gravi catastrofi umanitarie del secolo, inclusi scenari di pulizia etnica e genocidi».

Sul fronte della possibile tregua, alla Nbc un alto funzionario israeliano ha affermato che le probabilità che si realizzi la proposta di un nuovo cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi «sono attualmente valutate come 50 e 50». Mentre c’è attesa per la risposta definitiva da parte di Hamas, dove lo scontro tra la leadership politica e quella militare è sempre più forte. Ieri il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, in un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amirabdollahian, ha affermato: «I movimenti di resistenza prenderanno in considerazione iniziative per un cessate il fuoco a Gaza solo se tali proposte rispetteranno gli interessi della nazione palestinese». A quel punto il suo interlocutore, come scrive l’agenzia iraniana Irna, avrebbe risposto: «Il popolo palestinese ha il diritto di determinare il proprio futuro e nessun partito o Paese dovrebbe imporre la propria volontà o progetti politici alla nazione palestinese».

Anche all’interno del governo israeliano non mancano le perplessità e nulla è dato per certo, anche perché i membri di estrema destra del gabinetto di guerra israeliano si oppongono alla liberazione di un determinato numero di prigionieri palestinesi. Inoltre, c’è il timore (condiviso anche da altri ministri) che molti dei 136 ostaggi ancora nelle mani di Hamas in realtà siano già morti. Hamas ha richiesto il rilascio di migliaia di detenuti palestinesi, compresi quelli condannati all’ergastolo, come Marwan Barghouti e Ahmad Saadat. Barghouti, potenziale candidato presidente dell’Autorità nazionale palestinese, è detenuto dal 2002 come leader della seconda intifada, condannato a cinque ergastoli. Mentre Saadat è il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ed è stato condannato a 30 anni per l’uccisione di un ministro israeliano. Per Israele, liberarli sarebbe una debacle di proporzioni pari a quella del 7 ottobre 2023. Sempre a proposito degli ostaggi, la polizia di Cesarea, tra Tel Aviv e Haifa, da ieri sta intensificando le misure di sicurezza attorno alla residenza privata di Benjamin Netanyahu in previsione di una nuova manifestazione indetta per oggi dalle famiglie dei 136 ostaggi, prigionieri da oltre 120 giorni a Gaza, e contemporaneamente è prevista un’altra manifestazione a Tel Aviv, nella «Piazza degli ostaggi», che si trova nei pressi dal ministero della Difesa.

A proposito dell’attesa riposta militare americana dopo gli attacchi alle proprie basi in Medio Oriente, il gruppo armato iracheno filo-Iran al-Nujaba ha annunciato la sua intenzione di perseguire gli attacchi contro le forze statunitensi nella regione del Medio Oriente, nonostante le minacce provenienti da Washington. Mentre Akram al-Kaabi, leader di al-Nujaba, in un comunicato riportato da Al Jazeera, ha affermato: «Qualsiasi attacco degli Stati Uniti avrà una risposta adeguata». Poi il gruppo armato ha sottolineato la sua determinazione nel continuare le azioni militari «finché le truppe statunitensi non si ritireranno dall’Iraq e fino a quando non sarà conclusa la guerra di Israele contro Gaza».

Anche ieri sono proseguite le operazioni di terra da parte delle Forze di difesa israeliane (Idf) nella Striscia di Gaza, e in particolare a Khan Yunis, dove le Idf affermano di aver recuperato documenti che dimostrerebbero l’utilizzo delle moschee nella Striscia di Gaza da parte di Hamas e della jihad islamica per «scopi terroristici». Per le Idf, decine di moschee sono state utilizzate come depositi di armi e punti di raccolta operativi, oltre a contenere ingressi per i tunnel utilizzati dai miliziani.

Mentre scriviamo ci sono da registrare due notizie. Il sistema di difesa israeliano Arrow ha intercettato e distrutto un missile terra-terra lanciato dal Mar Rosso verso il territorio di Israele. Solo poche ore prima i ribelli Huthi hanno reso noto che gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno condotto almeno sette attacchi aerei nella provincia di Hajjah, nel Nordovest dello Yemen, mentre i bombardieri B-1B hanno lasciato la base aeronautica di Lakenheath nel Regno Unito con l’obiettivo di completare una missione in Medio Oriente.

Intanto ieri il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato che l’Italia assumerà il comando tattico di Aspides, la missione Ue nel Mar Rosso: «Si tratta di un ulteriore riconoscimento dell’impegno del governo e della Difesa e della professionalità della Marina militare», ha commentato il ministro.

Da non perdere

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz
Mondo

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz

A detta di Trump si svolgeranno oggi in Qatar «i colloqui voluti dal regime». Secondo Axios si tratterebbe di vertici separati tra i tecnici nemici e i mediatori del Paese del Golfo e del Pakistan. Gli ayatollah frenano: «Nessun meeting con la Casa Bianca».