Facciamo pagare le Big Tech? «Ma bisogna coinvolgere gli Usa»
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  • Dopo gli extraprofitti delle banche, nel mirino del governo finiranno i colossi di Internet: Amazon, Google, Apple e gli altri. Che in dieci anni sono riusciti a intascarsi 100 miliardi di tasse non pagate.
  • Il tributarista Stefano Dorigo: «Per vendere servizi, non serve più la presenza fisica. Lo Stato potrebbe quindi pensare a un’imposta sui redditi generati nei propri confini tramite siti o app».
  • La tesi dei pm di Milano: «Facebook deve versare l’Iva sulla profilazione degli utenti».
  • Le informazioni che cediamo gratis: la vera ricchezza sono i dati, ma è difficile stimarne il valore.

Lo speciale contiene quattro articoli.

Ogni autunno, all’appuntamento con la legge di Bilancio, si accende la discussione su come reperire le risorse. La sinistra è pronta a rispolverare la proposta mai accantonata della patrimoniale o della tassazione delle successioni, c’è chi parla di sforbiciare la giungla delle detrazioni, mentre il sindacato si esercita in proposte suggestive come quella del leader della Uil, Pierpaolo Bombardieri, di aumentare la tassazione delle transazioni finanziarie e dei redditi da capitale, con il rischio di favorire una fuga di capitali.

Il governo ha intrapreso una strada diversa che va a prendere i soldi lì dove ci sono. È il caso degli extra profitti delle banche. Nell’editoriale di lunedì scorso, il direttore Maurizio Belpietro spiegava che nella rotta di Giorgia Meloni ci sono i santuari finanziari. Lo strumento per colpirli è la Global minimum tax che accende un faro sulle multinazionali.

I colossi del web, come le grandi holding finanziarie, finora hanno trovato il modo di sottrarsi al fisco, versando solo pochi spiccioli. Le Big Tech, forti del fatto di non avere una sede fisica e quindi di poter sfuggire alle imposte territoriali, hanno accumulato enormi ricchezze. Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft sono le cinque maggiori multinazionali della tecnologia occidentale, con una potenza di fuoco finanziaria enorme: 5 miliardi di utenti e almeno 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione in borsa per ciascuna. Fair Tax Mark, un’organizzazione britannica che certifica la buona condotta fiscale delle aziende, ha pubblicato un report secondo il quale, al 2019, i giganti della Silicon Valley avrebbero accumulato, nel decennio precedente, un tax gap, ovvero il divario tra le imposte che pagano e quelle che dovrebbero pagare, di oltre 100 miliardi di dollari.

Stando alla documentazione annuale, le Gafam (le grandi aziende tecnologiche come Alphabet, Google, Amazon, Apple, Meta Platforms e Microsoft, pagano attualmente poco meno di 33 miliardi di dollari di tasse in tutto il mondo. A fronte di un fatturato complessivo di 1.000 miliardi di dollari l’anno.

Quale è la situazione in Italia? Secondo un’indagine dell’Area Studi Mediobanca, l’aggregato 2019 delle filiali italiane delle Big Tech ha fatturato oltre 3,3 miliardi di euro e ha versato al fisco circa 70 milioni, per un tax rate effettivo del 32,1%.

Nel periodo 2015-2019 circa la metà dell’utile ante imposte dei giganti del web è stato tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con conseguente risparmio fiscale cumulato di oltre 46 miliardi. I colossi tecnologici hanno eletto a loro «seconda casa» l’Irlanda, Stato famoso per la sua celebre imposta di appena il 12,5% per le aziende aperte lì.

La Cgia di Mestre ha fatto un’osservazione che dovrebbe far riflettere. Nel 2020 le piccole imprese con meno di 5 milioni di euro di fatturato hanno versato 19,3 miliardi di euro di imposte. Nel 2021, invece, le 25 filiali italiane dei principali gruppi mondiali di web e software hanno dato 186 milioni di euro. Siamo di fronte a numeri che stanno a dimostrare il grande giro d’affari dei grandi gruppi internazionali nel nostro Paese, sul quale però pagano tasse risicate. E su questo sta ragionando Palazzo Chigi in vista della preparazione della legge di Bilancio. Un passo già è stato fatto con la definizione dello schema di decreto legislativo, che è stato pubblicato e rimarrà in consultazione fino al 1° ottobre, di attuazione della direttiva Ue sull’attivazione di un livello di imposizione fiscale minimo a livello globale, la Global minimum tax, per i gruppi di imprese multinazionali e nazionali di rilevanti dimensioni. Questo provvedimento fa seguito a un accordo definito a livello Ocse e G20, per arrivare a una riforma delle regole fiscali internazionali in modo da ridurre le distorsioni dovute ai differenti livelli di tassazione nei Paesi.

La Global tax riguarderà le imprese con fatturato superiore a 750 milioni di euro l’anno che pagano un’imposta sul reddito inferiore al 15%. Tali aziende saranno soggette a un’aliquota fiscale effettiva (Afe) minima del 15% sui loro profitti realizzati in ogni Paese in cui operano, anche tramite sussidiarie. Inoltre è prevista l’imposizione integrativa per tutte le imprese localizzate in uno Stato membro a bassa imposizione. L’obiettivo è arginare le «esportazioni di imponibile» verso i paradisi fiscali. Dal 1° gennaio 2024 la normativa sulla Global minimum tax dovrebbe diventare efficace in tutta la Ue. Secondo stime Ocse, questo intervento potrebbe portare complessivamente agli Stati Ue 150 miliardi di dollari di entrate aggiuntive a livello di tassazione. Solamente in Italia questa imposizione fiscale porterebbe un gettito di 3 miliardi di euro l’anno. Un bel tesoretto. Il cammino è appena iniziato ma è denso di prospettive.

Qualche esperto sostiene che la Global minimum tax è parziale, anche se è un primo passo ed è comunque un segnale che tira aria nuova. Sono escluse le startup-up che si trovano nella fase iniziale della loro attività internazionale e i Paesi europei in cui hanno sede pochissime multinazionali possono scegliere, per un periodo limitato, di non recepire del tutto la minimum tax a patto che venga notificato.

Va ricordato, per capire la difficoltà del mercato su cui si agisce, che la web tax introdotta in Italia, Francia, Germania e Spagna è stata un fallimento perché ampiamente elusa oltre ad aver provocato l’irritazione degli Stati Uniti e la minaccia dell’allora presidente Trump di dazi ritorsivi. Secondo i dati dell’Agenzia delle entrate, il gettito dei primi anni di imposta italiana sui servizi digitali è stato inferiore alle attese. I giganti del web hanno versato 240 milioni per il 2020, 298 milioni per il 2021, 390 per il 2022. Totale 928 milioni. Poco. Ciò dimostra la difficoltà di assoggettare a tassazione con un’imposta nazionale gruppi globali operanti in un settore tecnologico in continuo cambiamento. La Global tax è un accordo multilaterale e quindi dovrebbe essere più efficace.

C’è poi il dibattito sulla patrimonializzazione dei dati, che sono la vera ricchezza per queste multinazionali del web, cioè se possono essere considerati un bene commerciabile sul quale pagare le imposte. Ma qui si entra in un mercato oscuro, difficilissimo da delineare.

Lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica, con l’uso scorretto di un’enorme quantità di dati prelevati da Facebook, da parte di un’azienda di consulenza e per il marketing online, appunto Cambridge Analytica, che avrebbe favorito l’elezione di Donald Trump, condizionato il referendum sulla Brexit e tessuto relazioni «pericolose» con la Russia di Putin, ha fatto emergere l’importanza e il valore dei dati. Resta il fatto che nessuno sa dire con certezza quanti e quali dei nostri dati personali sono in possesso dei grandi player mondiali di Internet come Facebook, Amazon, Google, per citarne solo alcuni. È lì la vera ricchezza da andare a stanare e che sfugge alla tassazione.

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