L’era di Trump: nulla come prima
Donald Trump (Getty Images)
  • Dall’immigrazione alla giustizia, dai combustibili fossili ai dazi, fino alla restaurazione di una società con solo due generi: maschile e femminile. Donald annuncia la sua rivoluzione che investirà il mondo e che trasformerà l’Europa. Giorgia Meloni lo ha capito.
  • Per l’Europa cambia tutto dall’energia ai conti pubblici. Per non farsi prendere in contropiede, la via sono gli accordi bilaterali, con priorità al settore militare. E Bruxelles dovrà rivedere rapporti con la Cina e Patto di stabilità.

Lo speciale contiene due articoli.

L’America è tornata. E, stavolta, per davvero. È questo il senso più profondo del discorso inaugurale pronunciato ieri da Donald Trump in Campidoglio: un vero e proprio intervento programmatico, in cui il neo presidente ha chiarito i principi (e la complessità) del concetto di «America First». «L’età dell’oro dell’America inizia proprio ora. Da questo giorno in poi, il nostro Paese prospererà e sarà di nuovo rispettato in tutto il mondo. Saremo l’invidia di ogni nazione», ha dichiarato. «Metterò, molto semplicemente, l’America al primo posto», ha aggiunto.

Trump ha quindi sottolineato la necessità di difendere la sovranità nazionale. «La nostra sovranità verrà rivendicata, la nostra sicurezza verrà ripristinata. La bilancia della giustizia verrà riequilibrata». Una stoccata, quest’ultima, al Partito democratico, che Trump ha ripetutamente accusato di aver politicizzato il Dipartimento di Giustizia. «La feroce, violenta e ingiusta militarizzazione del Dipartimento di Giustizia e del nostro governo finirà e la nostra massima priorità sarà quella di creare una nazione che sia orgogliosa, prospera e libera», ha detto, per poi proseguire: «L’America sarà presto più grande, più forte e molto più eccezionale di quanto non sia mai stata prima».

Gli strali all’amministrazione Biden non si sono comunque fermati qui. «Ora abbiamo un governo che non riesce a gestire nemmeno una semplice crisi in patria, mentre allo stesso tempo inciampa in un continuo elenco di eventi catastrofici all’estero», ha dichiarato Trump. Un Trump che ha anche ribadito la propria convinzione di essersi salvato, a Butler, grazie a un intervento divino. «Solo pochi mesi fa, in un bellissimo campo della Pennsylvania, un proiettile di un assassino mi ha squarciato l’orecchio, ma allora ho sentito e credo ancora di più ora che la mia vita è stata salvata per un motivo. Sono stato salvato da Dio per rendere di nuovo grande l’America», ha affermato.

Durante il discorso, il neo presidente ha anche annunciato alcune delle prime misure che intende adottare. E ne ha specificato gli obiettivi: stretta all’immigrazione clandestina, contrasto all’inflazione attraverso una più efficace politica energetica, tariffe sul piano commerciale, lotta alla censura e sradicamento delle politiche ultra progressiste che si annidano nelle istituzioni. Il tutto è stato sintetizzato in un concetto: quello di una «rivoluzione del buon senso».

È dunque in questo quadro che Trump si è rivolto ai pilastri della sua variegata coalizione elettorale, cercando di portare avanti la sua idea di un nazionalismo interclassista. In primo luogo, ha guardato alla working class degli Stati operai di Michigan, Pennsylvania, Wisconsin e Ohio. «Oggi, porremo fine al Green New Deal e revocheremo l’obbligo dei veicoli elettrici, salvando la nostra industria automobilistica e mantenendo la mia sacra promessa ai nostri grandi lavoratori americani dell’auto», ha dichiarato, non esitando inoltre a rinverdire i suoi amati fasti jacksoniani, criticando l’«establishment corrotto».

In secondo luogo, Trump si è implicitamente rivolto ai nuovi mondi che si sono innestati sul suo movimento, a partire dal settore ipertecnologico. In tal senso, ha encomiato «gli esploratori, i costruttori, gli innovatori, gli imprenditori e i pionieri». «Lo spirito della frontiera è scritto nei nostri cuori». In terzo luogo, il neo presidente si è rivolto alle minoranze etniche: galassie rispetto a cui, lo scorso novembre, ha guadagnato enormemente terreno dal punto di vista elettorale. «Oggi è il Martin Luther King Day: in suo onore ci impegneremo insieme per rendere il suo sogno una realtà. Faremo sì che il suo sogno diventi realtà», ha affermato il neo presidente, che, nel vero spirito del reverendo King, ha preso le distanze dalla «identity politics». «Porremo fine alla politica governativa che cerca di manipolare socialmente razza e genere in ogni aspetto della vita pubblica e privata», ha non a caso precisato.

E attenzione poi alla politica estera. Trump ha citato esplicitamente due suoi predecessori di inizio Novecento: William McKinley e Teddy Roosevelt. Entrambi furono noti per una linea piuttosto energica nell’Emisfero Occidentale. E infatti, ieri, il tycoon è tornato sulla questione del Canale di Panama. «La Cina sta gestendo il Canale di Panama. E non lo abbiamo dato noi alla Cina. Lo abbiamo dato a Panama e ce lo riprenderemo», ha detto. Parole con cui il neo presidente ha intenzione di ripristinare quella capacità di deterrenza che gli Stati Uniti hanno fondamentalmente perduto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Trump non punta soltanto a una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe. Punta anche a farsi percepire come pericoloso, in un chiaro messaggio non solo ai cinesi ma anche ai russi e agli iraniani. Dall’altra parte, il tycoon ha però anche sottolineato di essere un «pacificatore» e un «unificatore», in un chiaro riferimento ai dossier di Ucraina e Medio Oriente.

Quattro anni fa, Joe Biden si insediava trionfalmente, circondato da esponenti dello star system e da una narrazione mediatica osannante, che ignorava o fingeva di ignorare la debolezza politica su cui la sua amministrazione si sarebbe andata a poggiare. Trump, di contro, sembrava finito, sconfitto e destinato a marcire nella polvere della Storia. Eppure, non si è arreso. Deriso, incriminato, vittima di un attentato… Il tycoon si è rialzato. E, piaccia o meno, ha compiuto una straordinaria riscossa politica. Butler è la chiave di tutto. A Butler c’è l’essenza del trumpismo. Gli americani cercavano disperatamente un leader. E a Butler, quel fatidico 13 luglio, lo hanno trovato.

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