- Non c’era nessun drone sull’aeroporto di Londra, ma i danni di questo «falso allarme» ammontano a oltre un milione di sterline. I presunti avvistamenti che hanno paralizzato per due giorni l’aeroporto inglese di Gatwick prima di Natale e per qualche ora quello di Heathrow l’otto gennaio, dimostrano come l’aviazione civile e soprattutto le gestioni aeroportuali non siano preparate a gestire emergenze o un eventuale tentativo di atto terroristico.
- Nel 2018 in Italia sono stati acquistati oltre 126.000 velivoli. Per ottenere il via libera per il volo occorre però seguire un corso e ottenere un attestato. A oggi «solo» il 5% delle persone ha conseguito la licenza.
- Il 75% delle vendite globali di dispositivi di volo appartiene al settore ludico i cui ricavi si aggirano intorno ai 9 miliardi di dollari. Una fetta importante del mercato appartiene però all’agricoltura in cui i velivoli vantano un giro di affari di 32 miliardi.
Lo speciale contiene tre articoli.
Non c’era nessun drone sull’aeroporto di Londra, ma i danni ammontano a oltre un milione di sterline. I presunti avvistamenti di droni che hanno paralizzato per due giorni l’aeroporto inglese di Gatwick prima di Natale e per qualche ora quello di Heathrow l’otto gennaio, dimostrano ancora una volta come impreparazione, panico e ignoranza possano fare danni quanto un attentato. Di più, le reazioni sproporzionate e a dir poco sclerotiche delle autorità inglesi e dei media hanno aggravato una situazione che in realtà non vedeva alcun pericolo per il traffico degli aeroporti. Il punto era, invece, prendersi la responsabilità di dichiarare che di droni non ce n’era neppure l’ombra.
Ma una possibile collisione tra aeromobili e droni oggi è l’incubo sul quale la società spende soldi per la ricerca e la costruzione di sistemi di contrasto, emette normative stringenti e amplifica notizie fino a dare del fenomeno una visione distorta e irreale.
Nonostante allarmi raramente concretizzati e incidenti finora mai accaduti non esiste più confine tra la sicurezza intesa come “security”, fatta di regole e controlli, e quella definita come “Safety”, creata da prevenzione, educazione all’uso di questi oggetti e da una corretta informazione.
Così la gravità di quanto successo a Gatwick e Heathrow rischia di non essere compresa. Cominciamo con il dire che Elaine Kirk (54 anni) e suo marito Paul Gait (47), arrestati come sospetti, nulla avevano a che fare con l’episodio. Sbattuti dentro e poi liberati, sono stati apostrofati come deficienti dall’opinione pubblica e da redattori assetati di scoop che hanno rubato le loro fotografie dai profili social e li hanno sbattuti in pagina con il titolo: «Sono questi idioti che hanno rovinato il Natale?”» Motivo dell’arresto: nel baule dell’auto di Paul c’era un elicottero radiocomandato che l’uomo ama far volare nel weekend, ma rigorosamente nelle apposite aree. I danni alla casa subiti per le perquisizioni, i due inglesi li chiederanno tramite il loro avvocato, mentre l’aver messo a terra 140.000 persone cancellando oltre 1.000 voli porterà alla determinazione di un costo di qualche milione di sterline che non si sa ancora a chi far pagare. I passeggeri coinvolti si aspettano dei risarcimenti, nonostante la Civil Aviation Authority abbia dichiarato che l’incidente si è verificato in circostanze straordinarie al di fuori del controllo delle compagnie aeree e per questo non è previsto alcun compenso.
Le tre compagnie aeree che si sono viste fermare sono Norwegian, British Airways e EasyJet, che non hanno ancora rilasciato una stima delle entrate perse ma che intendono capire a chi addossare la colpa del disastro. Soltanto EasyJet, che gestisce il 40% dei voli giornalieri da Gatwick, avrebbe perso circa 1,58 milioni di sterline ogni 24 ore, ma è una cifra che nasce dal tempo in cui il vettore è stato fermato, in un momento che il mercato lo porta a incassare circa 578 milioni l’anno. Gli altri vettori non hanno ancora rilasciato stime ma non mancheranno di chiedere al gestore aeroportuale come intende affrontare altri casi simili che dovessero capitare, stante l’impreparazione dimostrata. Negozi e i ristoranti hanno invece fatto i conti e stimano che il totale delle entrate perse sarebbe superiore al milione di sterline, mentre ancora si attende la conta da parte degli operatori dei trasporti su rotaia e gomma.
È bastato che un paio di dipendenti dell’aeroporto londinese credessero di aver visto qualcosa in volo per fermare il traffico. Se a Gatwick e a Heathrow ci fosse stato davvero un drone, arrivare a dover schierare militari con sistemi da guerra elettronica ha mostrato che l’aviazione civile e soprattutto le gestioni aeroportuali non sono preparate a un vero eventuale tentativo di atto terroristico che si voglia compiere usando mezzi come questi in vendita in qualsiasi grande magazzino. Se ci fosse stato davvero un criminale in giro con un radiocomando, la polizia e le forze di sicurezza inglesi avrebbero dovuto sapere come individuarlo e neutralizzare la minaccia. Incredibile, invece, che reparti di sicurezza addestrati contro i terroristi abbiano cercato nei militari una collaborazione che si è comunque rivelata sterile.
La verità è che i droni, nonostante salvino la vita di chi si perde nei boschi e aiutino nel lavoro, incutono timore e fanno pensare a situazioni catastrofiche che però da nessuna parte nel mondo pacificato si sono finora concretizzate. La psicosi ormai è tale che coinvolge in primis gli equipaggi, come accaduto il 21 settembre scorso al volo Porter Airlines con 54 passeggeri a bordo, partito da Ottawa, Canada. Durante l’avvicinamento all’aeroporto Bishop di Toronto, nonostante fosse ancora a 2.700 metri di quota, un po’ troppo in alto per trovarsi davanti un piccolo drone, il comandante, credendo di vedere un tale oggetto in rotta di collisione ha effettuato una manovra di scampo che ha causato il ferimento di due assistenti di volo. Mentre un vero incidente accadde nell’ottobre 2016 a un piccolo aeromobile, la cui ala fu danneggiata per lo scontro contro un quadricottero di circa due chili, i cui resti furono invece ritrovati. Da anni il settore di droni è regolato in ogni nazione evoluta, le limitazioni all’utilizzo di quelli ricreativi sono definite e conosciute. Eppure queste macchine sono divenute lo spauracchio delle security e un alibi per le associazioni dei piloti. Chissà che la decisione del governo May di imporre la registrazione degli Apr raffreddi gli animi. Ma una cosa è certa, chi ha urlato “Al drone! Al drone!” adesso dovrebbe rispondere dei danni che ha causato.
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