- Il Consiglio uscente, invece di limitarsi all’ordinaria amministrazione, approva uno dei pilastri del Green deal bocciato alle elezioni. Decisivo il voto del ministro austriaco, in contrasto con il mandato del suo governo. Che valuta denuncia e ricorso alla Corte dell’Ue.
- I lepenisti programmano l’uscita dal mercato europeo dell’energia. Obiettivo: tagliare i prezzi ancorandoli alla produzione nucleare. I sindacati approvano.
Lo speciale contiene due articoli.
Un «colpo di coda», per usare le parole del nostro viceministro dell’Ambiente, Vannia Gava. È quello che ha sferrato ai cittadini e agli imprenditori europei l’ultima riunione del Consiglio Ue uscente, che ha approvato per un soffio il nuovo regolamento sul «Ripristino della natura». Mentre tutta la politica continentale è già proiettata sulle nomine dei nuovi vertici delle istituzioni comunitarie (vedi la cena tra leader di ieri sera a Bruxelles) e sull’impostazione di politiche che verosimilmente – visto anche l’esito delle elezioni – andranno in una direzione contraria a quella ideologica del Green deal, il Consiglio Ambiente dell’Unione ha pensato bene di non attenersi all’ordinaria amministrazione ma di licenziare al mortal sospiro una delle leggi più complesse e impattanti della storia dell’Unione. Con una lettura ottimistica, si potrebbe dire che sarebbe potuta andare ancora peggio, se fosse passata la prima versione del regolamento, che in alcuni casi avrebbe costretto gli agricoltori europei a lasciare allo stato brado ampie porzioni di terreni coltivabili, ma il testo licenziato ieri rimane comunque zeppo di lacci, lacciuoli e orpelli burocratici, tant’è che la posizione del nostro governo è rimasta sempre contraria. Un testo passato con la prescritta maggioranza qualificata, equivalente al voto positivo di almeno 15 Paesi membri che rappresentino però non meno del 65% della popolazione Ue.
Contro il regolamento hanno votato, oltre all’Italia, l’Ungheria, la Svezia, i Paesi Bassi, la Polonia e la Finlandia, mentre il Belgio si è astenuto. Curioso e paradossale il caso dell’Austria, il cui ministro verde dell’Ambiente, Leonore Gewessler, è andato contro le indicazioni del suo Cancelliere Karl Nehammer (e quelle dell’elettorato di una settimana fa) e all’ultimo minuto ha annunciato il proprio voto favorevole, permettendo così alla legge di superare la soglia di popolazione «coperta» dai sì per un solo punto percentuale. La reazione di Vienna non ha tardato a manifestarsi, perché Nehammer ha fatto sapere di voler ricorrere alla Corte di giustizia dell’Ue contro il voto della sua ministra mentre il il Partito popolare austriaco, a cui appartiene il cancelliere, vorrebbe denunciarla per abuso d’ufficio.
Quanto all’Italia, la posizione contraria è stata ribadita prima e dopo il voto dal viceministro Gava: «Sono stati introdotti», ha detto, «miglioramenti nella direzione di un maggiore equilibrio, ma l’accordo finale non è soddisfacente e non possiamo accettare che si vadano ad accrescere oneri economici e a livello amministrativo per il settore agricolo di cui non possiamo non ignorare la sofferenza e la situazione di disagio». Pertanto, il voto per il nostro governo è rimasto «convintamente contrario». Il regolamento, votato nei mesi scorsi dal Parlamento con importanti modifiche poi ratificate dal Trilogo e definitivamente approvato dal Consiglio, prevede il ripristino di almeno il 20% delle zone terrestri e marine entro il 2030 e tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino entro il 2050. Gli Stati membri devono inoltre stabilire misure volte a ripristinare almeno il 60% degli habitat in cattive condizioni entro il 2040 e almeno il 90% entro il 2050.
In Italia esulta l’opposizione, mentre imprenditori e lavoratori investiti dalla nuova normativa sono perplessi. Per Coldiretti «resta un provvedimento ideologico anche se grazie al nostro lavoro con gli europarlamentari sono state eliminate le misure che avrebbero tagliato la produzione agricola made in Italy, aumentando le importazioni di cibi da Paesi extra Ue coltivati con pesticidi che da noi sono vietati da decenni. Il tutto», prosegue Coldiretti, «con effetti devastanti anche sull’assetto idrogeologico del territorio, più esposto al rischio dissesto». «Non è allontanando gli agricoltori dalla terra», conclude, «che si preserva la natura, sono proprio le aziende agricole a garantire quella costante manutenzione senza la quale aumenta il rischio di dissesto e desertificazione».
Stesse considerazioni dalla Cia, per la quale questa legge «danneggia gli ecosistemi agricoli perché non risponde alla oggettiva necessità di assicurare l’equilibrio tra sostenibilità ambientale, economica e sociale». Per il vicepresidente del Senato ed ex ministro dell’Agricoltura, Gian Marco Centinaio, «a Bruxelles vogliono ignorare il segnale che gli elettori hanno dato nelle urne». Mentre i cittadini dicono basta all’ambientalismo ideologico», conclude, «il Consiglio europeo va avanti con il Green Deal». Gli fa eco l’europarlamentare di Fdi e copresidente del gruppo Ecr Nicola Procaccini, per il quale si tratta di «un attacco feroce a chi vive e lavora nella natura, come gli agricoltori, e comporterà costi economici e sociali elevati, riducendo inoltre il prezioso contributo dell’uomo al mantenimento del territorio».
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