Sul «Ft» lo scandalo mascherine. Soltanto in Italia non fa notizia
Quando questo giornale pubblicò il primo articolo dedicato alla strana faccenda delle mascherine comprate dal commissario all’emergenza Covid, rivelando le incredibili commissioni milionarie incassate da un gruppetto di improbabili mediatori, era da poco passata la metà di novembre.

Gli inquirenti già lavoravano da settimane attorno all’oscura vicenda della fornitura di dispositivi di protezione e nel massimo riserbo avevano iscritto nel registro degli indagati una decina di persone, tra cui lo stesso Domenico Arcuri e alcuni funzionari della struttura che fa capo all’amministratore delegato di Invitalia. L’ipotesi di reato per cui la Procura di Roma procedeva era di corruzione che poi, con il procedere delle indagini, sarà derubricata a traffico d’influenze illecite, con la richiesta di uscita di scena dello stesso Arcuri e dei suoi collaboratori, la cui posizione sarà archiviata. Tuttavia, a prescindere da chi fosse stato iscritto e da chi poi sia stato prosciolto, quando La Verità per prima parlò di un affare di oltre 1 miliardo e di una fornitura di 800 milioni di mascherine, chiunque si occupi di inchieste giudiziarie legate alla salute, per di più in un periodo in cui l’epidemia mieteva migliaia di morti, avrebbe dovuto far drizzare le orecchie. Un’operazione del genere, con tanti soldi pubblici, non la si vede tutti i giorni e l’idea che qualcuno fosse riuscito a speculare sulla pelle degli italiani, mettendosi in tasca decine di milioni, avrebbe dovuto indurre qualsiasi cronista giudiziario a gettarsi a capofitto nell’inchiesta.

Invece, curiosamente, dopo lo scoop del nostro giornale nessuno si è mosso. Sulle principali testate italiane non si sono visti titoli in prima pagina, ma neppure notizie in cronaca. Niente. Un quotidiano nazionale, che già si è distinto nel rivelare notizie esclusive su Benetton, sul Papa, su Renzi (l’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex presidente del Consiglio e degli ex ministri Boschi e Lotti è stata anticipata in esclusiva dal nostro giornale), racconta l’esistenza di un affare miliardario e di una commissione da decine di milioni incassata da sconosciuti intermediari, ma la grande stampa non fa un plissé. Certo, noi ci possiamo rallegrare, perché se gli altri non scrivono e noi pubblichiamo, i lettori prima o poi si accorgono che ci sono testate che danno le notizie e altre che le nascondono. Tuttavia, al di là dei ragionamenti di bottega che possono perfino farci felici, nei giorni in cui rivelammo l’esistenza dell’inchiesta sulle mascherine, in redazione ci siamo stupiti del silenzio della maggior parte degli organi d’informazione. «Come è possibile non riprendere lo scoop?», ci chiedevamo, «non stiamo parlando di merendine fatte sparire al compagno di classe: qui ci sono in ballo decine di milioni che, dalla sera alla mattina, senza neppure avere alle spalle alcuna esperienza, qualcuno ha incassato». Lo yacht comprato con quei soldi usciti dal forziere dello Stato, le case, le auto di lusso erano lì da vedere. Non era un mistero come fossero stati investiti quei guadagni arrivati tanto in fretta: manco il tempo di incassare la commissione e i mediatori l’avevano subito spesa e frazionata in molti rivoli.

Da novembre in poi abbiamo scritto molto della strana fornitura, riportando anche gli improbabili curricula dei broker diventati milionari dalla sera alla mattina. Sì, seguendo l’inchiesta fin dal primo giorno, abbiamo potuto anticipare tutto, compreso il numero di contatti telefonici fra il giornalista Mario Benotti e il commissario Arcuri: oltre 1.200, tra telefonate e sms. Le nostre ricostruzioni erano talmente dettagliate che, come scrivono i magistrati nelle loro ordinanze, gli stessi indagati cominciarono ad allarmarsi e ad agitarsi. Il resto, come sapete, è cronaca, con i sequestri e le perquisizioni di pochi giorni fa.

Se abbiamo ripercorso l’iter di un’indagine che i nostri lettori conoscono bene, è per segnalare come attorno alla faccenda sia scesa una cappa di silenzio. Mentre noi in solitudine pubblicavamo, altri si distraevano. E dire che a volte per molto meno, per esempio per la storia dei camici della Lombardia, dove non c’è stato alcun danno per la Regione, abbiamo visto titoli e titoli in prima pagina. Invece, attorno a questo caso è calata la censura. Addirittura, nel giorno dei sequestri – ribadiamo, milionari – qualcuno ha pensato bene di mettere la notizia di taglio basso, regalando più spazio alle confessioni di Rocco Casalino, quasi che le seconde siano più importanti dei primi. Insomma, alla faccenda che imbarazza Domenico Arcuri, il quale mentre c’era chi incassava milioni non si è accorto di niente, è stato messo il silenziatore. Per fortuna ieri il Financial Times, cioè uno dei quotidiani più autorevoli d’Europa, invece di chiudere un occhio ha acceso un faro, dedicando al caso un titolo in prima pagina e uno in quinta. Chissà se questo basterà a qualche collega per accorgersi della vicenda. Chissà soprattutto se Mario Draghi, sempre attento alla stampa finanziaria, si sarà accorto del curioso acquisto che vede parte lesa la struttura delle emergenze. Cioè, i contribuenti.

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