Torna Renzi: più immigrati per tutti
Il Rottamatore approfitta dell’emergenza sbarchi per minare la leadership di Nicola Zingaretti e scrive una lettera a Repubblica per sconfessare la stretta di Marco Minniti sui flussi. Matteo Orfini, Davide Faraone e Graziano Delrio sono saliti a bordo della Sea Watch perché sono suoi uomini.

Matteo Renzi è tornato. Anzi, si prepara a ritornare. E lo fa con un programma che, richiamando un felice slogan di Silvio Berlusconi ai tempi della sua discesa in campo, si potrebbe sintetizzare in «Più immigrati per tutti». L’ex presidente del consiglio ed ex segretario del Pd lo fa con una lettera a Repubblica, in cui sostanzialmente dice che il suo partito sbagliò nel 2017 quando considerò «una minaccia per la democrazia qualche decina di barche in un Paese da 60 milioni di abitanti». Le decine di migliaia di extracomunitari che ogni mese sbarcavano non mettevano in pericolo la stabilità del Paese, ma per il Rottamatore rottamato erano anzi un’opportunità. Ogni riferimento all’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, Pd, è ovviamente voluto e serve a inaugurare l’offensiva per riprendersi il partito dopo l’elezione di Nicola Zingaretti. Attaccare Minniti sulla questione dell’immigrazione serve alla causa per sconfiggere su un tema di sinistra la vecchia guardia che, dopo la stagione renziana, ha riconquistato il partito. Siamo insomma nel solco della guerra fratricida che coinvolge dunque anche il rifinanziamento delle missioni all’estero e degli aiuti alla Libia, ultimo oggetto di scontro e di confusione dentro il partito.

La lettera di Renzi al quotidiano radical chic dei compagni dà un senso anche alla missione sottocoperta dei parlamentari del Pd sulla Sea Watch 3. Quando Graziano Delrio, capogruppo Pd alla Camera, insieme a Davide Faraone e Matteo Orfini, tutti onorevoli di rito renziano, sono saliti a bordo, in pochi ne hanno compreso le ragioni. Beh, ora è tutto più chiaro: la ciurma del Pd, sulla nave di Carola Rackete, c’è salita ai comandi del Capitano di Scandicci. Il quale, con la consueta abilità nello storytelling, cioè nell’arte di raccontare frottole, pur di prendersela con il compagno Minniti, imputandogli l’errore sull’immigrazione, dimentica che nel 2017 egli era il segretario del Pd, cioè l’azionista di maggioranza assoluta del governo. Fu lui a scegliere il premier che avrebbe dovuto prendere il suo posto dopo la disfatta del 4 di dicembre 2016 sulla riforma costituzionale; lui a pretendere che l’esecutivo fosse la fotocopia del suo; lui a esigere che le uniche modifiche fossero il cambio della guardia fra Luca Lotti e Maria Elena Boschi: il primo, da sottosegretario, fu infatti promosso ministro, mentre la seconda, da ministro divenne sottosegretario a Palazzo Chigi. Insomma, il governo fu formato a immagine e somiglianza di Renzi, il quale fino a quando un nuovo voto popolare ha portato alla sua rimozione da segretario, è stato non solo l’ago della bilancia dell’esecutivo, ma anche il dominus, decidendo nomine e perfino mosse politiche (come non ricordare infatti la decisione autogol di imporre la commissione d’inchiesta sulle banche a pochi mesi dalla fine della legislatura, ordinando che a guidarla fosse Pier Ferdinando Casini).

Oggi l’ex presidente del Consiglio dice che nel suo partito, di cui lui ricordiamo era il segretario, sui migranti furono allarmisti, mentre furono pavidi sullo ius soli. Due colpe per un solo partito. Se il Pd è crollato nei sondaggi, scrive il senatore semplice di Scandicci, lo si deve a questo. «Geometrica dimostrazione d’impotenza: allarmismo sugli sbarchi, mancanza di coraggio sui valori. Il successo di Salvini inizia da lì». Tradotto, significa che se la Lega è arrivata a lambire il 40% non è perché gli italiani si sentono inascoltati e chiedono a Salvini di fare ciò che altri non fanno, ma è perché il Pd non ci ha dato più sbarchi. Se Minniti non avesse cominciato ad accordarsi con i libici, affinché fermassero le partenze, ma al contrario avesse rivendicato con orgoglio le migliaia di immigrati fatti giungere sulle nostre coste, gli italiani avrebbero fatto salti di gioia e quelli del Pd salti nelle preferenze. Questo dice Renzi. Al quale certo non manca la voglia di raccontare e di raccontarsela, finendo addirittura per credere a ciò che dice. Lo fa per esempio quando racconta di avere combattuto il protocollo di Dublino, firmato da Berlusconi e Lega. Naturalmente dimentica di dire che fu il governo del Pd ad accordarsi con l’Europa affinché i profughi fossero scaricati tutti sul territorio italiano in cambio della flessibilità sui conti. Soldi da spendere per comprare il consenso (gli 80 euro e altro), in cambio di immigrati. A rivelarlo non è stato Matteo Salvini o qualche altro sovranista, ma Emma Bonino, sua alleata. E tuttavia, messo di fronte ai fatti, il fu segretario preferisce parlare di fake news e per questo annuncia il suo prossimo impegno civile: riunire a Milano i fedelissimi per discutere di fake news, la nuova emergenza mondiale (la definizione è sua). Ecco, Renzi è tornato ed è pronto a ripartire. Cominciando dalla divisione del Pd, da «più immigrati per tutti» e dallo storyballing. Gli italiani sono avvisati.

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