«Per le persone di fede musulmana, scegliere l’arbitrato secondo sharia offre benefici netti che allineano la risoluzione dei conflitti con gli imperativi religiosi e della comunità». È uno dei vantaggi che si leggono sul sito della prima Camera arbitrale islamica italiana.
Non è ovviamente un tribunale, ma aspira ad esserlo. Perché esiste – sempre secondo i promotori – il «riconoscimento globale della sentenza arbitrale secondo sharia». Sentenza? Può un arbitro, benché rivolto alla Mecca, emettere sentenze in Italia? Se lo è chiesto anche Francesco Minutillo, avvocato forlivese e membro dell’assemblea di Futuro nazionale, che ha presentato un esposto alla Procura di Padova.
L’iniziativa del tribunale islamico a Padova
«L’iniziativa si presenta formalmente nella veste di una associazione non riconosciuta, costituita in data 3 marzo 2026 a Padova, in via Armistizio 13 ed ivi avente sede, C.F. 92335390289, dichiaratamente costituita allo scopo di “promuovere la cultura dell’arbitrato come metodo di risoluzione delle controversie all’interno della comunità islamica italiana”. Lo statuto attribuisce inoltre all’associazione la facoltà di elaborare regolamenti arbitrali e di svolgere attività scientifica e divulgativa attinente all’arbitrato», si legge nelle 24 pagine con cui il legale chiede alla magistratura padovana di accendere un faro.
«Il regolamento adottato dalla medesima associazione qualifica espressamente il procedimento come arbitrato rituale ai sensi del codice di procedura civile, ma stabilisce, al contempo, che esso sia ispirato ai canoni di diritto processuale della sharia e che il merito della controversia venga deciso, secondo le condizioni ivi previste, applicando i precetti della sharia, riservando al diritto italiano un ruolo ulteriore e residuale per le questioni non da essa regolate». Parole forti.
A chi si rivolge il tribunale dell’Islam
«È proprio il raffronto tra la rappresentazione pubblica dell’attività, la struttura associativa che ne costituisce il presupposto e le regole concretamente dettate per lo svolgimento dei procedimenti arbitrali ad avere suscitato gli interrogativi che vengono sottoposti all’attenzione dell’autorità giudiziaria», prosegue Minutillo.
«Il sito, infatti, non si limita a prospettare un servizio di arbitrato specializzato rivolto anche a soggetti di fede musulmana, ma lo presenta quale “via alla giustizia islamica in Italia”, dichiara che gli arbitri sono vincolati a decidere secondo i “principi immutabili della sharia”, definisce ripetutamente il provvedimento conclusivo come “sentenza arbitrale”, ne enfatizza l’assimilazione agli effetti delle decisioni dell’autorità giudiziaria italiana e ne prospetta, infine, una particolare capacità di circolazione internazionale», evidenzia ancora l’avvocato di Futuro nazionale, che conclude: «Non sto chiedendo di giudicare una religione, la questione è rigorosamente giuridica».
La denuncia da parte della Lega
Ha scritto alla Procura di Padova anche l’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint: siamo di fronte a «una realtà che dichiara di voler affrontare questioni familiari e commerciali facendo riferimento ai principi della sharia. È gravissimo. Ripudio, spose bambine, poligamia e discriminazione della donna sono incompatibili con il nostro ordinamento e con i principi fondamentali della nostra democrazia».
Per Paolo Borchia, capodelegazione della Lega al Parlamento europeo, «è necessario verificare quali attività vengano concretamente svolte, quali controversie vengano trattate e se tutto avvenga nel pieno rispetto delle leggi italiane. Non è in discussione la libertà di culto, ma un principio elementare: diritti, doveri e garanzie devono essere uguali per tutti». E Matteo Salvini fa sapere di aver «già segnalato al ministro della Giustizia e al ministro degli Interni quanto denunciato dai cittadini di Padova, dove sarò nei prossimi giorni. Stop all’islam politico!», conclude il vicepremier sul suo profilo X.
Chi si nasconde dietro alla Camera arbitrale islamica
Ma chi c’è dietro questa Camera arbitrale islamica? Sul sito c’è scritto: «In data 3 marzo 2026 a Padova, in Via Armistizio 13 [OMISSIS] si sono riunite le seguenti persone: [OMISSIS]». La trasparenza insomma non sembra di casa.
Però allo stesso civico della città del Santo ha lo studio Omar Vanin, avvocato e docente universitario. Il quale paragona la Camera islamica alla giustizia sportiva: «Anch’essa è una forma di arbitrato. Può accadere, è già accaduto in altri Paesi, anche con il fenomeno religioso. Può accadere che delle persone che appartengono a una determinata fede scelgano di affidare le loro controversie, vuoi per la delicatezza, vuoi per la riservatezza, a giudici nominati dagli arbitri, appunto. Quindi questi soggetti possono decidere ispirandosi al diritto sciaraitico, nella misura in cui ciò non contrasti con i principi fondamentali dell’ordinamento italiano».
E l’esposto? «Sono dispiaciuto. Forse è nato più per timore», conclude Vanin all’emittente Tv7, «o da una certa islamofobia che in questa stagione si sta affermando».
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