Il muro ora traballa: sempre più toghe vogliono cambiare questa giustizia
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Imagoeconomica)
Oltranzisti rumorosi, ma via via più isolati. Alle urne ci sarà l’occasione di porre fine a 30 anni di ingerenze politiche.

Credo che la maggioranza dei magistrati non sia pregiudizialmente contraria alla separazione delle carriere e che anzi veda persino di buon occhio il sorteggio per l’elezione dei consiglieri del Csm. Parlando con alcuni di loro mi sono convinto che molti non siano pronti alla guerra con il governo, come invece lasciano credere i vertici dell’Anm. Solo che per il timore di essere esposta alla rappresaglia delle toghe più politicizzate, questa maggioranza preferisce restare silenziosa, evitando di schierarsi e, soprattutto, di pronunciarsi.

Nei tribunali succede un po’ come nelle piazze, con le manifestazioni pro Pal o gli scioperi di Maurizio Landini. Gli scalmanati sfilano e protestano, fanno suonare i tamburi e sventolano le bandiere, ma la gran parte dei lavoratori, come è successo con l’ultimo sciopero, rimane defilata, al proprio posto in azienda. Così, quando c’è da protestare contro la riforma Nordio (ma prima ancora con quelle proposte negli ultimi trent’anni dai vari esecutivi), sulle scale dei palazzi di giustizia si radunano poche decine di persone che agitano gli articoli della Costituzione, ma mentre va in scena la manifestazione degli irriducibili in toga, centinaia di magistrati continuano a fare il proprio dovere, con scrupolo. Tuttavia, più si avvicina la scadenza del referendum che dovrà confermare la legge voluta dal centrodestra, e più il muro costruito dai pasdaran dell’Anm contro la riforma rischia di crollare, perché gli stessi giudici, o per lo meno molti di essi, non hanno alcuna intenzione di partecipare alla crociata in difesa dell’attuale assetto che regola passaggi e carriere dei magistrati.

La legge che porta il nome del ministro della Giustizia, il quale conosce assai bene la materia essendo stato per quasi mezzo secolo in servizio nei tribunali veneziani, oltre a separare le carriere di chi fa il pubblico ministero da quelle di chi deve giudicare, introduce alcune novità che tolgono potere alle correnti sindacali delle toghe. Il Consiglio superiore della magistratura, ovvero l’organismo costituzionale che decide promozioni e sanzioni, non sarà più l’espressione delle fazioni politicizzate, che a sinistra e a destra con il loro peso possono condizionare nomine e provvedimenti disciplinari. Del Csm faranno parte membri a sorteggio. Una scelta che taglia le unghie al sindacato, che a questo punto non avrà più nulla da offrire ai propri iscritti: non protezione in caso di sanzioni, non carriere agevolate in cambio dell’iscrizione alla corrente.

Ma in vista del referendum con cui l’Anm spera di abrogare la riforma, dopo anni di silenzio, quella maggioranza di pm e giudici che non vuole lo scontro con la politica pare non avere più intenzione di tacere. Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato vari interventi, l’ultimo dei quali pochi giorni fa. Il pubblico ministero Giuseppe Bianco in poche righe ha demolito la tesi secondo cui la legge Nordio farebbe parte del piano di Rinascita di Licio Gelli. Ora è la volta di un’altra toga. Anna Gallucci, pm di Pesaro, rappresentante dell’Anm a Rimini ma ormai stanca di appoggiare le tesi dei suoi colleghi. Presidenti di Cassazione, capi degli uffici giudiziari, magistrati esperti sul fronte della criminalità. Ormai cominciano a essere tanti i giudici e i pm che si dissociano dalla guerra scatenata dall’Anm. È l’inizio di una valanga che rischia di travolgere il sindacato delle toghe. La fine di un sistema che per anni ha imposto una guerriglia con il potere politico nel tentativo di instaurare una repubblica dei giudici. Ricordate? Era il progetto delineato ai tempi di Mani pulite, quando alcuni esponenti del Pool si dissero pronti a esercitare una supplenza in caso di caduta del governo. È passato molto tempo da allora e la guerra dei trent’anni probabilmente volge al termine. Aspettiamoci gli ultimi colpi di coda (con le inchieste di questi giorni li stiamo già vedendo), ma con il referendum si può mettere la parola fine a un’esondazione giudiziaria che rischia di travolgere gli equilibri democratici. Libero Stato con una libera Giustizia.

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