Per «Repubblica» è nero pure il suo editore?
Il quotidiano di Carlo Verdelli esulta per la mordacchia social contro l’estrema destra e criminalizza la piazza ostile al Conte bis. Poi Carlo De Benedetti spiazza tutti facendo suoi gli argomenti di Lega e Fdi: «Per me bisognava andare alle elezioni».

Qualche giorno fa, dalle pagine di Repubblica, il professor Ilvo Diamanti ammoniva la maggioranza antisalviniana che ha dato vita al nuovo governo a non fare della guerra a Matteo Salvini la sua unica ragione politica, pena il rischio di aumentare il consenso del leader del Carroccio. Come ai tempi di Silvio Berlusconi, esiste infatti la possibilità che una sinistra coalizzata contro il capo della Lega lo trasformi presto nel simbolo dell’Italia che non ci sta, che non vuole il grande inciucio e contesta l’esecutivo delle élite, reclamandone uno del popolo.

L’invito del professor Diamanti, uno che in quanto veneto sa bene che la Lega è radicata sul territorio e non è un fenomeno transitorio, essendo stato rivolto a una sinistra accecata dall’odio verso chi non si piega ai suoi desideri, è ovviamente caduto nel vuoto, perché il giorno dopo, dalle pagine della stessa Repubblica, è partita l’operazione di demonizzazione di chiunque si opponga al BisConte, ossia all’esecutivo nato dalla paura da parte di partiti come Pd e 5 stelle di tornare alle urne. Il titolo della prima pagina del giornale diretto da Carlo Verdelli era infatti più eloquente di qualsiasi commento: «La rabbia nera contro il Conte bis». Eh, già. Le migliaia di persone che ieri si sono radunate davanti a Montecitorio per contestare il ribaltone, erano «solo» fascisti. Nostalgici del saluto romano, teste rasate sbucate da un buio nero come la pece, vecchie pantegane uscite – grazie a Salvini e Giorgia Meloni – dalle fogne. Ma non c’è da preoccuparsi, perché c’è la rete a ricacciare indietro questi rigurgiti del passato. Eia, Eia! Ban! Bannati. Facebook e Instagram, nel giorno in cui il premier che visse due volte, prima a destra e poi a sinistra, annuncia di guidare un governo della mitezza, mettono il bavaglio a chi contesta. Basta odio, spenti i profili di Forza Nuova e Casapound. Cartellino rosso. Eh, sì, il rosso è democratico. Il nero no, fa solo fascista. «Là dove non sono riusciti la politica e la magistratura, a mettere un argine ai fascisti, sono arrivati loro: i social più utilizzati al mondo», esulta Repubblica. La rabbia nera è respinta, almeno nella piazza virtuale. Per quella reale, quella che contesta il governo più a sinistra che sia mai nato in Italia, ci si sta attrezzando. Già lunedì ci si è dati da fare, chiudendo le vie di accesso a Montecitorio, in modo da non permettere che arrivassero le migliaia di persone che intendevano manifestare contro l’ammucchiata giallorossa. Meno male, ha commentato Debora Serracchiani, ovviamente del Pd. Altri divieti, politicamente corretti, sono pronti a scattare nel prosieguo. È il nuovo modello Milano, quello che piace al neo ministro dell’Interno. Diffide e censure in nome dell’accoglienza. Anzi della mitezza. Una mitezza che colpisce le opinioni non gradite e le manifestazioni che non rispondono ai canoni estetici della sinistra e dell’esecutivo con la pochette.

Quelli che protestano sono fascisti e il fascismo è un crimine, tira dritto il quotidiano radical chic che ha trasformato Salvini nel pericolo pubblico numero uno. Che il crimine, secondo la Costituzione, lo debba perseguire la magistratura e non un social network, ovviamente non interessa a Repubblica, che non si preoccupa se sugli stessi social si trovano ben altri e più gravi post, ma anzi plaude e si rallegra, perché finalmente è stato colpito chi critica la politica pro migranti e contesta i campi rom. Fascisti da bannare e da bandire dalle strade.

Per il quotidiano romano, in piazza c’era la destra rozza e razzista. Un fronte unico di sovranisti e fascisti contro il governo della democrazia. Che l’esecutivo antifascista abbia contro il 52 per cento degli italiani, come ha testimoniato l’altroieri un sondaggio di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera, non turba i sonni della Repubblica, che evidentemente ritiene fascista anche la maggioranza degli elettori. Nemmeno l’endorsement pro elezioni e l’accusa di trasformismo politico rivolta al premier da Carlo De Benedetti, il quale della Repubblica è il patron, ha minato le certezze del quotidiano. L’Ingegnere, un tempo tessera numero uno del Pd, avrebbe preferito votare piuttosto che il pastrocchio di un governo studiato al tavolino da Europa e Vaticano. De Benedetti non è diventato all’improvviso un fan di Salvini o della Meloni. Forse, semplicemente, ha letto Diamanti e teme che quello che oggi sembra il trionfo di Conte e del politicamente corretto, presto si trasformi per i giallorossi nel più doloroso dei boomerang.

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