La pd Sabina Rossa demolisce le bugie di Pci e Cgil

Sono appena tre righe in un articolo lungo una pagina del Corriere della Sera. Ma sono tre righe che spazzano via anni di retorica e di menzogne, contribuendo a far luce su quello che fu l’atteggiamento del Pci negli Anni di piombo. L’occasione è il quarantesimo anniversario della morte di Guido Rossa e di Emilio Alessandrini. Il primo era un operaio dell’Italsider di Genova che venne ucciso dalle Brigate rosse il 24 gennaio 1979. Il secondo un magistrato di Milano che Prima linea assassinò cinque giorni dopo. La loro storia riemerge dalle pagine del giornale di via Solferino ora che si torna a parlare di terrorismo e soprattutto di latitanti. Dopo l’arresto di Cesare Battisti, il governo ha ripreso in mano i dossier sull’estradizione (…)

(…) di quei professionisti del terrore che, pur inseguiti da pesanti condanne, sono riusciti a farla franca. Tra questi c’è il nome di Lorenzo Carpi, uno dei componenti del gruppo di fuoco che sparò a Rossa, sindacalista «colpevole» di aver denunciato il postino che all’interno dell’Italsider diffondeva i volantini con la stella a cinque punte. Carpi, da allora, ha fatto perdere le proprie tracce e, nonostante debba scontare un ergastolo per l’assassinio di Guido Rossa e per altri delitti, non ha trascorso un solo giorno in carcere. Nessuno lo ha cercato e nessuno sa neppure più dove si trovi.

Sabina, la figlia dell’operaio ucciso 40 anni fa, ancora oggi si interroga sui misteri che avvolgono l’attentato al padre. Guido, un montanaro trapiantato a Genova, era comunista e iscritto alla Cgil. La sua «colpa», come detto, era quella di non aver chiuso gli occhi di fronte al lavoratore che cercava di fare proseliti all’interno della grande acciaieria. Avendo scoperto chi lasciava i volantini di rivendicazione, Rossa denunciò tutto al consiglio di fabbrica. Tuttavia il sindacato interno preferì non fare niente, lasciando che fosse lo stesso Rossa a firmare la denuncia contro l’operaio-brigatista. Al processo per testimoniare contro il militante del gruppo terrorista, il montanaro che non arretrava di fronte alle minacce andò da solo, non con il conforto del sindacato. E da solo era anche la mattina che venne assassinato. Si dice che le Br lo volessero gambizzare, ma il capo del commando, Riccardo Dura, sparò per uccidere. Lui, a cui dopo la testimonianza era stato promesso che l’avrebbe pagata, per difendersi si era preso una pistola, ma alla fine l’aveva lasciata a casa, sapendo di non essere in grado di usarla. «Perché nessuno lo mise sotto protezione?», si interroga la figlia, che all’epoca aveva 16 anni. «Lo Stato s’è voltato dall’altra parte», commenta oggi. «Non credo che sia stata solo sottovalutazione, viene il sospetto che una vittima del genere potesse essere funzionale alla tesi che il terrorismo fosse solo una questione interna alla sinistra». In realtà, fino ad allora la tesi semmai era un’altra, e cioè che il terrorismo fosse di destra anche se travestito da sinistra e l’uccisione di un compagno non avrebbe potuto che avvalorare proprio una tale interpretazione, che per comodità e conformismo era cara alla stampa di sinistra.

Non vogliamo però contestare ciò che dice Sabina Rossa, ma segnalare tre righe tre contenute nell’articolo del Corriere là dove, dopo aver parlato dello Stato che si è voltato dall’altra parte, aggiunge alcune considerazioni sul Partito comunista e sulla Cgil. «Il Pci e il sindacato invece rimasero a guardare, lasciandolo solo nella sua denuncia». Parole sue. Sabina, che è stata anche parlamentare del Pd, sa bene che cosa sta dicendo con quelle tre righe. Sta demolendo la vulgata sparsa a piene mani in questi anni di un partito impegnato spasmodicamente contro il terrorismo e proprio per questo colpito al cuore con l’assassinio di un suo esponente, o meglio dell’esponente che aveva denunciato le Br. In realtà il Pci e il sindacato rimasero a guardare, dice Sabina. Subirono la denuncia di Rossa anche con un po’ di fastidio, e poi lo lasciarono solo. Due settimane dopo, il nucleo di fuoco brigatista attese l’operaio sotto casa, sparandogli mentre saliva in macchina.

Tutto ciò però non impedì al Pci di appropriarsi della memoria di Guido Rossa e di farne un proprio martire. Nonostante fosse «rimasto a guardare, lasciandolo solo», cioè voltandogli le spalle, il Partito comunista usò Rossa per rifarsi una verginità nella lotta al terrorismo. Sebbene il primo nucleo delle Br provenisse da Reggio Emilia e dalle fila della federazione giovanile del Pci (da Franceschini a Gallinari a Paroli), il grande partitone rosso preferì raccontare al mondo che le Br erano un’organizzazione terroristica messa in piedi dagli 007 contro la classe operaia. In realtà, come disse Rossana Rossanda, i brigatisti facevano parte dell’album di famiglia della sinistra, ma questo nel Pci lo riconobbero solo molti anni più tardi e con molta fatica. Quanto a Rossa, ancora oggi il segretario del Pd Maurizio Martina ne usa il nome pur di non riconoscere gli errori dell’epoca. Ma bastano tre righe tre per ristabilire la verità.

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