Il «competente» Saviano non ne azzecca una
Lo scrittore si atteggia a esperto sul «Corriere della Sera» e invoca la sospensione del 41 bis per Alfredo Cospito. Il carcere duro, spiega, è inutile. Ma allora perché i veri tecnici hanno confermato la misura per il terrorista e i boss contestano il regime speciale da anni?

Ieri ho scoperto che Roberto Saviano è un tecnico. Sì, non un autore di fiction sulla camorra e nemmeno uno scrittore di romanzi, ma un esperto di delicate questioni giuridiche. È stato lui stesso a definirsi indirettamente tale, con un articolo sul Corriere della Sera a proposito del caso Cospito. Un intervento che deve aver fatto arrossire perfino i colleghi del quotidiano di via Solferino i quali, pur avendo deciso di dedicare alla vicenda dell’anarcoterrorista il titolo più importante della giornata, oltre a tre pagine all’interno, si devono essere un po’ vergognati, al punto da nascondere il commento fra le lettere e le analisi, senza neppure un richiamino in prima pagina.

L’aspetto più curioso della faccenda, tuttavia, è che fin dalle prime righe Saviano dà dell’incompetente al vicepresidente del Copasir, Giovanni Donzelli, accusandolo di muoversi senza saperlo in un contesto pericoloso, composto da mafiosi e terroristi. «Se Donzelli avesse avuto esperienza di criminalità organizzata e di carceri», ha spiegato l’illustre autore di Gomorra, sottintendendo ovviamente che lui di esperienza ne ha da vendere, «avrebbe dedotto che proprio quella relazione dei Gom (Gruppo operativo mobile, ossia il nucleo della polizia penitenziaria che vigila sui detenuti condannati al carcere duro, ndr) è la prova regina che mandare Cospito al 41 bis è stato un errore della ministra Cartabia. Un errore a cui andava immediatamente posto rimedio». Non so quale sia la ragione che ha spinto Saviano a emettere questa perentoria sentenza, ma so che mentre lui giovedì, dall’alto della sua autorevolezza, stabiliva che era sbagliato mantenere al 41 bis l’anarcoterrorista in sciopero della fame, il procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, comunicava al ministro Carlo Nordio il no alla revoca del carcere duro per Cospito. E il procuratore nazionale antimafia, pur non escludendo la possibilità di concedere una detenzione in regime di alta sicurezza, stabiliva che l’anarcoinsurrezionalista poteva restare al 41 bis. Dunque, i tecnici, quelli veri e non improvvisati sulle pagine di un giornale, ancorché classificato come il più diffuso, non hanno affatto scambiato la relazione degli agenti penitenziari come una prova regina a favore dell’allentamento del rigore carcerario per Cospito, ma hanno intravisto nei contatti fra i boss e l’anarchico una minaccia alla Stato, tale da confermare il regime di detenzione duro.

Probabilmente, Saviano aveva scritto il suo lungo articolo da competente prima che il ministro della Giustizia comunicasse che quanto rivelato in aula dal parlamentare di Fratelli d’Italia non era affatto segreto (del resto, prima di Donzelli ne aveva parlato su Repubblica l’ex direttore dell’Espresso, Lirio Abbate). E probabilmente, l’autore di romanzi sulla camorra era all’oscuro del fatto che il procuratore generale di Torino, cioè un vero tecnico, aveva confermato il 41 bis per il detenuto le cui condizioni di salute tanto preoccupano i parlamentari del Pd e lo stesso Saviano.

Ma oltre ad aver definito il suo giudizio un parere tecnico, mentre invece trattasi chiaramente di una valutazione politica, l’autore di spettacoli teatrali e fiction si è lanciato in una dotta analisi per spiegare che la mafia non aspetta altro che infilarsi negli errori commessi dagli apparati statali, «consapevoli che il 41 bis è un regime d’emergenza contraddittorio», pronti «a farlo saltare solo se viene usato male». E manco a dirlo, il caso Cospito sarebbe per Saviano l’occasione che la mafia aspettava. A sostegno dell’originale tesi, l’editorialista del Corriere della Sera racconta il caso Riina, ossia quando il capo dei corleonesi utilizzò il clamoroso errore giudiziario che portò all’arresto e ai crimini di Stato perpetrati contro Enzo Tortora, per dichiararsi perseguitato. È lo stesso Saviano a dare voce al defunto boss: «Mi avete fatto finire come Enzo Tortora», riporta fra virgolette, salvo poi chiosare che «più lo Stato rispetta i diritti, più lo Stato è nella condizione di demolire il potere mafioso». Peccato che l’autore di Gomorra non si renda conto che la citazione dimostra esattamente il contrario di ciò che egli intendeva sostenere. Infatti, sebbene Riina abbia lamentato di essere perseguitato come il conduttore di Portobello, questo non ha impedito allo Stato di condannarlo a 26 ergastoli. Arrestato il 15 gennaio del 1993, Totò u’Curtu ha trascorso al 41 bis 24 anni ed è morto nel reparto detenuti dell’ospedale maggiore di Parma. Dunque, qual è l’errore dello Stato? Dove sta la piega in cui si infilò Riina?

Ma il tecnico che accusa gli altri di incompetenza, dopo queste illuminate considerazioni si è spinto anche a spiegare che il carcere duro non riesce a isolare il potere della mafia e a disarticolarlo. Certo, è per questo che da anni, con le stragi e le minacce, con gli anarchici o con i volenterosi intellettuali le cosche cercano di ottenere la revoca del 41 bis: perché non serve a niente. Arrivato in fondo alla «valutazione tecnica» dello scrittore di romanzi, ho capito perché la redazione del Corriere ha nascosto l’articolo di Saviano a pagina 24, senza richiami in prima. Dopo aver letto che «sovente la grande alleata delle mafie rimane l’incompetenza», devono essersi chiesti: ma non è che pubblicando questo articolo aiutiamo i boss?

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