I compagni strillano al colpo di Stato ma proponevano le stesse riforme
Massimo D'Alema e Achille Occhetto in una in una foto d'archivio del 2 marzo 1992 (Ansa)
In passato la sinistra provò a introdurre premierato e autonomia differenziata, eppure ora fa le barricate. È la solita ipocrisia: le opinioni cambiano a comando, mentre la Carta è intoccabile solo quando fa comodo.

Qualche lettore mi chiede lumi sul libretto verde dei pensieri di Achille Occhetto che ho mostrato l’altra sera in tv, ospite del talk di Bianca Berlinguer. Non ho difficoltà a fornirli. È un volumetto che sintetizza il programma elettorale del Pds del 1994, anno della famosa sfida con Silvio Berlusconi. Lo pubblicò L’Unità, 98 pagine che in copertina recano la seguente scritta: «Per ricostruire un’Italia più giusta, più unita, più moderna». Occhio alla premessa di un Paese più unito e più moderno, perché a pagina 31 c’è la proposta di una riforma dello Stato che metta fine al centralismo, attribuendo più poteri alle Regioni e una capacità di imposizione tributaria che consenta una ripartizione delle entrate tra governo centrale e governi decentrati. Vi dice qualche cosa tutto ciò?

Si tratta semplicemente dell’autonomia regionale che ora, con bandiere tricolori e libretti rossi della Costituzione, il Pd contesta sostenendo che la riforma rappresenterebbe la fine della Stato unitario. Stupiti? Io neppure un poco, visto che ricordo il dibattito della bicamerale presieduta da Massimo D’Alema con cui, qualche anno dopo, si affrontò la questione dello Stato federalista: poco ci mancò che la sinistra introducesse lo statuto speciale per tutte le Regioni. Del resto, l’Emilia Romagna, di cui Elly Schlein è stata vicepresidente, fino a qualche anno fa reclamava l’autonomia, chiedendo di ottenere le competenze su 15 materie, senza neppure reclamare i Lep, i livelli essenziali di prestazione.

Ma il libretto verde dei pensieri di Occhetto non riserva sorprese solo in merito ai rapporti fra Stato e Regioni. A pagina 32 è prevista l’elezione diretta del presidente del Consiglio, allo scopo di rafforzare i poteri dell’esecutivo. Per il Pds si doveva prendere esempio dalla riforma per l’elezione del sindaco, introducendo il governo di legislatura, cioè legare il destino del Parlamento alla realizzazione del programma votato dai cittadini e dunque alla permanenza del premier, consentendo a quest’ultimo di nominare e revocare i ministri. Anche qui la riforma vi ricorda qualche cosa? Si tratta del premierato che oggi propone Giorgia Meloni e che per Elly Schlein e compagni è una specie di colpo di Stato. Da notare: mentre oggi il Pd denuncia un odioso attentato ai poteri del presidente della Repubblica, con contorno di manifestazioni di piazza a cui partecipano note costituzionaliste come Monica Guerritore, all’epoca non soltanto il Pds di Occhetto proponeva una riforma ancor più radicale, ma nessuno, neanche una Guerritore, scese in piazza per denunciare la pericolosa deriva autoritaria dei compagni.

Come dice Paoletta De Micheli, allora impegnata a raccogliere pomodori (viene che chiedersi perché non vi sia rimasta), però si può sempre cambiare idea. Peccato che la sinistra non l’abbia cambiata. Dopo Occhetto, fu Massimo D’Alema a tenere a battesimo il premierato. Infatti, a favore di un sistema che desse più poteri al presidente del Consiglio, con la nomina e la revoca dei ministri, a quei tempi furono i Ds (che poi avrebbero cambiato nome in Pd), il partito popolare italiano, Rifondazione comunista e i Verdi, cioè tutti quelli che adesso strillano contro il premierato. Nella trattativa poi la spuntò il centrodestra, che impose il semipresidenzialismo, salvo poi far saltare il banco. Ma agli atti restano le dichiarazioni di Cesare Salvi in favore del sistema che oggi è guardato con orrore per il solo fatto che lo propone Giorgia Meloni.

Del resto, anche altri esponenti della sinistra erano favorevoli all’elezione diretta del presidente del Consiglio così come ora è prefigurata dalla maggioranza di centrodestra. Basta pensare a Matteo Renzi, che addirittura si fece promotore di una legge in tal senso anni fa, sostenendo più volte l’idea, salvo poi dire di recente che il premierato di Meloni è uno schifezzum. Pure Calenda era favorevole, ma anche lui pare pentito, e ora dice di averlo infilato nel suo programma solo per far felice Renzi.

La realtà, banale banale, è che ciò che andava bene prima, non può andare bene adesso perché a Palazzo Chigi non c’è la sinistra. L’opportunismo che spinse a colorare di verde il libretto di Occhetto, nella speranza di far apparire gli ex comunisti come dei virtuosi leghisti, è lo stesso di ora. Si cambia opinione a seconda della convenienza. Ci si traveste da difensori della Costituzione o da riformisti della Costituzione quando torna comodo. Dopo avere per anni rivendicato la fantasia al potere, i compagni si sono convertiti all’ipocrisia al potere.

Ciò che andava bene quando pensavano di vincere, non va più bene ora che hanno perso. Il premierato e l’autonomia regionale servivano a ricostruire e unire l’Italia, ora provano a distruggerla e a dividerla parlando di fascismo e antifascismo. Ipocriti.

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