La Cartabia vuole le riforme ma non sa come farle

Il ministro della Giustizia del governo Draghi si muove ispirandosi alla Bibbia, a Sant’Agostino e pure al 25 aprile. In pratica, abbiamo a che fare con una donna che oscilla fra Vangelo e Resistenza, ma che soprattutto mostra tanta pazienza, in particolare nei confronti dei giornalisti che si impicciano delle cose che sta facendo in via Arenula, sede del dicastero che vigila su giudici e tribunali.

Sono passati quasi due mesi dal suo insediamento, e tuttavia nessuno fino a oggi ha capito quale sia la sua linea, al punto da lasciar spazio all’idea che forse non ne abbia una. A leggere l’intervista che ieri ha concesso al direttore della Stampa, Massimo Giannini, in effetti si capisce che la donna a cui è affidata la riforma più importante, quella su cui – parole sue – poggia l’intero Piano nazionale di ripresa e resilienza («Se fallisce, molto semplicemente, noi non avremo i fondi europei») naviga nell’incertezza. La prescrizione? Siccome l’argomento rischia di far saltare la maggioranza, perché i grillini non intendono recedere dall’idea che un reato è per sempre, come i diamanti, e dunque nessuno è prosciolto fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, la Cartabia annuncia di aver chiesto a una commissione tecnica di proporle «un ventaglio di ipotesi». Che il ventaglio sia sventolato da costituzionalisti e giuristi da almeno un decennio non turba la ministra la quale, sollecitata a manifestare la propria opinione in proposito, ammette candidamente di non averne una: «Ma ovviamente ci sto riflettendo». In attesa che la riflessione maturi, come le melanzane, la Guardasigilli annuncia che comunque nel merito «avvierà un confronto nella maggioranza». Ah beh, se c’è la possibilità di un confronto, stiamo tranquilli e anche freschi perché, come detto, le forze politiche sul tema si confrontano e si dividono praticamente da un quarto di secolo e dai tempi di Prodi, cioè della nonna, anche con toni accesi.

E delle intercettazioni, Cartabia che cosa ne pensa? «Per ora non le dico nulla. E mi creda, non per reticenza, ma è un dossier che non ho neanche iniziato a istruire». Certo, siccome anche di questo si parla dall’inizio del millennio e un governo sul tema è quasi caduto, il ministro ci va con i piedi di piombo e, nonostante per nove anni sia stata giudice costituzionale, ha bisogno di un po’ di tempo per ponderare la questione. Mentre sul Csm, ovvero la madre di tutte le battaglie che ruotano intorno alla magistratura? Pure in questo caso, Cartabia se la prende comoda, perché l’argomento è fra quelli su cui è consigliabile muoversi con cautela. Tuttavia, assicura, qualche cosa si può fare. «Ho chiesto alla commissione guidata da Massimo Luciani di studiare i possibili ambiti d’intervento». Beh, certo: se c’è da perdere tempo, una commissione è quel che ci vuole. E il problema delle porte girevoli che consentono ai magistrati di entrare in politica per poi tornare in tribunale? Anche qui Cartabia non ha dubbi: bisogna trovare una soluzione. Bene. Quindi? «Il tema sarà affrontato dalla commissione sulla riforma dell’ordinamento giudiziario».

In pratica, dalla prima intervista della ministra della Giustizia si capisce che la Giustizia naviga a vista e che, pur avendo lunga esperienza di questioni giuridiche, certo più di quanta ne avessero i suoi predecessori (da via Arenula negli anni sono passati Clemente Mastella, Andrea Orlando, Piero Fassino e pure Roberto Castelli, cioè non proprio dei giureconsulti), Cartabia non sa che pesci pigliare.

Una cosa però il ministro ha chiara in testa ed è che serve una giustizia rapida. «Sa di quanto può accrescere la dimensione media delle imprese italiane se la durata dei processi civili si riduce?», dice all’intervistatore. «Del 10 per cento». E tagliare i tempi di definizione delle procedure fallimentari «può generare un incremento di produttività dell’economia dell’1,6 per cento». Statistiche, ovviamente, che si sentono citare dalla notte dei tempi, al punto da spingere il direttore della Stampa a porre la fatidica domanda: «E voi cosa farete?». E qui viene il bello, cioè le uniche cose su cui Cartabia non si mostra reticente. «Ogni giudice deve essere aiutato da uno staff importante. Aumenteremo gli organici, completando il reclutamento del personale amministrativo con quasi 11.000 unità nel prossimo triennio. E amplieremo il numero di magistrati». Ovvio, no? Sembra l’uovo di Colombo, anzi, la scoperta dell’acqua calda: per far funzionare i tribunali c’è bisogno del personale, ovvero servono i giudici e anche cancellieri. Peccato che poi, una volta riposta la Stampa e l’intervista a doppia pagina al ministro, un lettore sfogli La Verità e scopra che il concorso per nuovi magistrati, a cui partecipano 13.000 aspiranti, sia appena stato rinviato a data da destinarsi, come succede praticamente da alcuni anni. Vi chiedete le ragioni di tale slittamento? Non le conosciamo. Ma visto che Cartabia pare amare molto le commissioni, le proponiamo di istituirne una ad hoc. Poi magari, ci servirà quella che dovrà decidere perché, a causa dei ritardi, ci siano sfuggiti i soldi del Recovery plan. Del resto, se i processi non hanno una data di scadenza, perché non sono un vasetto di yogurt, volete introdurne una per il ministro?

Nel frattempo un giudice è stato arrestato con la mazzetta in tasca, un altro si è dimesso dopo una denuncia per aver scroccato pranzi e cene, un pm è stato rinviato a giudizio per concussione. Ma al ministero della Giustizia si aspettano le commissioni.

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