Riprendono gli sbarchi, riprendono anche i naufragi. Potrà sembrare una semplificazione, ma è la realtà a essere semplice, stavolta. L’ultima tragedia del mare è avvenuta nella notte tra domenica e lunedì, a poche miglia dalle coste di Lampedusa. Sono in tutto 13 i corpi recuperati: le vittime accertate sono tutte donne. Ci sarebbero inoltre 8 bambini tra i dispersi. «Fra i dispersi c’è anche mia sorella con la sua bambina di appena 8 mesi», avrebbe raccontato una sopravvissuta.
I superstiti sono in tutto 22 e sono già stati portati al sicuro. In tutto erano una cinquantina le persone a bordo del barchino naufragato, in maggioranza tunisini e subsahariani. Secondo quanto raccontato dai sopravvissuti, l’imbarcazione si sarebbe rovesciata perché, quando sono arrivate le motovedette per procedere al trasbordo, i migranti si sono spostati tutti da un lato. Una portavoce della Commissione europea ha fatto sapere che Frontex, l’agenzia europea che si occupa della gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne, «partecipa alle operazioni di salvataggio in corso». Intanto la Procura di Agrigento ha aperto una inchiesta: l’accusa è di naufragio, ma un altro fascicolo contempla anche l’ipotesi di omicidio colposo. Per adesso si procede contro ignoti.
Il procuratore Luigi Patronaggio ha dichiarato: «È in corso il recupero pietoso dei cadaveri. Si sta cercando di vedere se è ancora vivo uno degli scafisti, che se sarà trovato dovrà rispondere di vari reati, naufragio e omicidio colposo. La situazione è fluida».
Purtroppo, la situazione è in divenire anche sul fronte delle partenze stesse, che continuano a spron battuto, nonostante le condizioni meteo proibitive che complicano enormemente le cose. E certo il messaggio lanciato dall’Italia con la riapertura dei porti, e anche quello mandato dall’Ue con l’accordo truffa di Malta che legittima e istituzionalizza l’operato delle Ong non aiutano a dissuadere i migranti dal partire, anzi (anche se, curiosamente, a nessuno è venuto in mente di associare al naufragio il nome e il volto di Luciana Lamorgese, laddove con chi l’ha preceduta si era ingenerato un singolare automatismo: ogni tragedia del mare, ovunque fosse avvenuta, era colpa di Matteo Salvini).
«Non si può continuare a morire così a poche miglia dall’isola. È necessario un dispositivo di soccorso», ha tuonato il sindaco di Lampedusa Totò Martello. Già, ma quale dispositivo di soccorso? È evidente che la sinistra che per un anno e mezzo ha solo saputo dire «riaprite i porti», ora che è al potere si trova di fronte alle contraddizioni della sua linea politica inconsistente sull’argomento. Di fatto, l’unico «dispositivo di soccorso» che possa garantire di evitare i morti in mare a fronte dei porti spalancati è il fatto di… andarli a prendere. Lo stesso Giuseppe Conte, a metà settembre, aveva parlato della «istituzione di corridoi umanitari europei». L’idea dei corridoi umanitari, però, resta ambigua: a meno che non si vogliano fornire mezzi di Stato per effettuare un’immigrazione che per le nostre leggi è ancora a tutti gli effetti clandestina, i corridoi servirebbero ai soli aventi diritto, cioè una piccola minoranza.
Il che pone due problemi: che fare con i cosiddetti migranti economici, che non hanno alcun titolo per arrivare sulle nostre coste ma che difficilmente si rassegneranno a stare a casa a suon di belle parole? Secondo: se si decide di far venire qui in tutta sicurezza solo chi ne ha diritto secondo le leggi nazionali e internazionali, dove si effettuerà l’esame dello status di ogni aspirante rifugiato? È evidente che bisognerebbe farlo nei porti di partenza. I quali, però, sono in Libia e Tunisia. Il che pone una serie di questioni di sicurezza e anche di diritto.
Matteo Salvini, nel frattempo, ha buon gioco nell’attaccare: «La cronaca torna a regalarci altri morti a Lampedusa, figli del buonismo, della riapertura dei porti, del rinnovato entusiasmo degli scafisti», ha detto il leader della Lega in un video su Facebook. «Se in un mese si sono triplicati gli sbarchi, se c’è un governo che lascia intendere che c’è posto per tutti, che c’è cittadinanza e ius soli per tutti, è chiaro che il messaggio è devastante nell’era di internet. Questi morti chi li piange? Chi ha permesso che riprendessero i traffici».
E ancora, in uno status sempre rilanciato dai social: «Più partenze, più sbarchi, più morti, non occorreva uno scienziato per prevedere il disastro. Nel 2019, al 31 agosto avevamo registrato solo 4 corpi senza vita recuperati in mare e 839 dispersi denunciati. In tutto il 2018 avevamo pianto 23 morti accertati e 2.277 dispersi. Solo nelle ultime ore, con gli sbarchi triplicati dopo un solo mese di governo delle poltrone, sono stati segnalati almeno 10 cadaveri da recuperare. Faremo di tutto per difendere i confini, stoppare le partenze ed evitare altre tragedie».
Insomma, meno sbarchi, meno naufragi. Sembra una soluzione semplice, ma evidentemente non abbastanza umana per i fan dei porti aperti.
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