«Crea Forza Italia, hai due mesi di tempo»
Silvio Berlusconi (Getty Images)
Nel novembre 1993 fui invitato in Brianza, il Cavaliere aveva già programmato tutto: dalla candidatura al trionfo elettorale. Chiese a me di scrivergli il programma, con una semplice indicazione: «Dobbiamo rendere popolare il pensiero liberale».

Silvio Berlusconi era dotato di una genialità fuori dall’ordinario. Chi non riconosce questo è qualcuno che è offuscato o dall’odio o dall’ideologia che spesso coincidono.

Era tuttavia di una genialità tutta particolare perché generalmente succede che qualcuno abbia delle idee, anche geniali, ma poi non sappia concepire come metterle in pratica, l’organizzazione necessaria perché ciò che ha ideato si trovi realizzato, perché la teoria diventi prassi. Berlusconi non era così: l’inventore del centro-destra aveva una genialità che copriva tutto l’arco dal concepimento alla realizzazione dell’idea. Mentre pensava ai suoi progetti li vedeva già realizzati, ma soprattutto vedeva tutti i passi da fare per arrivare all’obiettivo, geniale nell’ideazione, geniale nella realizzazione.

Io, personalmente, posso testimoniare di avere visto, in concreto, questo genio all’opera. Quando nacque Forza Italia, a cavallo fra il 1993 e il 1994, io c’ero. Nel novembre del 1993, in una giornata di nebbia brianzola, fui convocato dal Cavaliere e mi furono dette le seguenti parole: «Paolo, come tu sai io scendo in politica, fondo il partito di Forza Italia, vinco le elezioni del marzo prossimo e quindi divento presidente del Consiglio». Era l’inizio di novembre del 1993. Io, tra me e me, pensai che ero davanti a uno che aveva un coraggio da leone, che aveva le idee chiare e che nel contempo era terribilmente pratico. Una figura tutta particolare che potrei definire un utopista realista, che di solito sono due parole che formano un ossimoro, cioè che non stanno insieme perché indicano gli opposti, ma che in lui facevano un tutt’uno. Ma continuiamo il racconto di quel giorno ad Arcore. Continuò dicendo: «Sai che quando si partecipa alle elezioni politiche bisogna avere un programma». «Certo», risposi io, «ci vuole un programma politico di governo», ignaro di quel che mi sarebbe caduto addosso dopo circa un minuto. «Bene», disse Berlusconi, «il 27 marzo ci saranno le elezioni, un mese prima saremo nel pieno della campagna elettorale, due mesi prima dobbiamo essere pronti con il programma e io vorrei visionarlo dopo l’epifania». «Bene», risposi io, «mi pare un ottimo cronoprogramma, che poi è obbligatorio». «Hai capito bene tutto», mi disse, «non resta che farlo e ho pensato che dovessi scriverlo tu».

Praticamente potete immaginare la mia situazione mentale e di confusione totale, risposi con un vago e totalmente scellerato e incosciente: «Sì dottore, sarà fatto». «Bene, allora all’opera caro Paolo. Se posso aiutarti in qualche modo sono qua e comunque all’inizio dell’anno nuovo aspetto il programma di Forza Italia». Calcolai velocemente che avevo poco meno di due mesi per fare il tutto. Una follia aver accettato.

Gli chiesi solo se avesse una linea direttrice da indicarmi. Mi rispose così: «Dobbiamo far capire agli italiani e alle italiane che la cultura e l’impostazione liberale portano con sé vantaggi per i cittadini, le famiglie, le associazioni e le imprese. Purtroppo, fino ad ora, la prospettiva liberale è stata di élite, per pochi, noi dobbiamo fare un partito con un programma liberale e popolare, cioè rendere popolare il pensiero liberale. Ora scusami», aggiunse sorridendo, «ti saluto perché non voglio farti perdere tempo prezioso per scrivere il programma. Mi fido di te, fai come ti sembra meglio». In altri termini mi dette un’autonomia totale ed anche una fiducia totale che probabilmente era nata dal fatto che io al tempo ero assistente di Fedele Confalonieri e dal fatto che avevo organizzato, su indicazione dello stesso Confalonieri, per il Cavaliere, un po’ di riunioni con un po’ di intellettuali dai quali sentire dei pareri sulla situazione economica, giudiziaria, sociale e politica italiana tra il 1992 e il 1993 compreso. Fui onorato – inutile nasconderlo – ma fui anche impaurito – inutile negarlo – di un compito così importante che in vita mia non avevo mai ricevuto.

Ragionandoci giorni dopo capii che aveva colto esattamente nel segno. Il liberalismo era sempre stato patrimonio di pochi pur essendo stato rappresentato in Italia, da varie angolazioni, da personaggi di altissimo livello internazionale quali Carlo Rosselli, Luigi Einaudi e Luigi Sturzo, oltre ad alcuni politici del Partito liberale italiano, ma non era mai riuscito a far capire agli italiani che la proposta liberale avrebbe dato loro di più e meglio rispetto alle altre proposte. Pensai anche che aveva colto nel segno nel dire che dovevamo far capire alla gente questi vantaggi ma, tra me e me pensai, com’era possibile, in un Paese che aveva sempre parlato una lingua consociativa, a trazione cattocomunista e che quindi era come parlare tedesco a dei francesi. Ma ero certo che l’intuizione era giusta conoscendo, per fortuna, il pensiero liberale. Lo avevo studiato per simpatia intellettuale, ora mi sarebbe servito per un programma politico.

Dicevo all’inizio che Berlusconi era un genio sia in senso ideativo che in senso organizzativo e lo dimostrò nella circostanza delle elezioni del 1994 organizzando in quattro mesi un partito e vincendo le elezioni. Eravamo in pochi, ma le linee erano talmente chiare che a noi rimaneva solo di fare quello che ci era stato indicato nel dettaglio e con precisione assoluta. Mi riferii, per un aiuto sostanziale, ad alcuni intellettuali, che in vari campi mi fornirono idee e proposte, della portata di Antonio Martino, Giuliano Urbani, Pio Marconi, Gianfranco Ciaurro, Sergio Ricossa, Gianni Baget Bozzo. Man mano che la scrittura procedeva mi rendevo sempre più conto che i contenuti, alla fine, erano proponibili agli strati popolari della popolazione e non solo alle élite. La primazia della persona, delle associazioni, della famiglia e delle imprese sullo Stato e, conseguentemente, uno Stato che doveva ridursi, in certi ambiti, come la tassazione sul lavoro e sulle famiglie, e doveva invece essere più presente in altri settori quali la sicurezza. Nel programma del 1994 c’era il poliziotto di quartiere del quale poi si sono riempiti la bocca in tanti. Le tasse furono uno dei temi centrali della campagna elettorale. Era la prima volta che questo tema diventava così centrale. Del resto non c’era l’abitudine di scrivere programmi elettorali così dettagliati, prima si votava per preferenza, i democristiani per la Dc, i comunisti per il Pci, i socialisti per il Psi e così via. Le variazioni di voto, salvo casi eccezionali, erano sempre state minime, ora si votava per il programma nella spiegazione del quale Berlusconi sfoderò le sue ineguagliabili capacità di comunicazione alla gente comune. Alla fine, gli consegnai il programma pochi giorni prima di Natale. Lesse subito con attenzione le parti che lo interessavano di più, era contento, figuratevi io. Il 27 marzo vinse le elezioni. Quello che aveva detto, in quella giornata di nebbia, a un «ragazzo» di 35 anni, totalmente smarrito, era diventata realtà e avrebbe condizionato la politica italiana per 20 anni. Piano piano, col passare del tempo, tutti cominciarono a dirsi liberali, ma in modo menzognero, utilitaristico. Il primo era stato Silvio Berlusconi e io mi onoro, mente sto scrivendo questo articolo, nel giorno della sua morte, di essere stato una, sia pur piccola, parte di quella straordinaria avventura.

Non so come funzionino le cose nell’aldilà, ma credo di sapere, con una realistica convinzione, che sia già al lavoro per proporre una riorganizzazione della vita da quelle parti. Fermo sicuramente non ci starà.

Gli do l’ultimo saluto con stima, amicizia, ammirazione e una grandissima riconoscenza per essere stato con me sempre disponibile e generoso.

Abbiamo battibeccato varie volte ma sempre a quattrocchi, faccia a faccia. È falso che non si potesse discutere con lui. Certo, considerando chi avevi davanti, non era una passeggiata ma ne uscivi rafforzato, non umiliato.

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