Mario Draghi (Ansa)
Esce il libro con i principali discorsi dell’ex premier e presidente della Bce. Tra cui la storica sconfessione del modello deflazionista costruito dalla Ue. Un monito che, però, Bruxelles non ha mai preso sul serio.
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo l’estratto di uno dei discorsi di Mario Draghi - già governatore della Bce e premier - che compongono il libro Competere o sparire (Rizzoli, 232 pagine, 20 euro), disponibile da oggi. Il brano proposto è la prolusione di La Hulpe il 16 aprile 2024.
La competitività è stata per molto tempo una questione controversa per l’Europa. Nel 1994, il futuro premio Nobel per l’economia Paul Krugman definì l’attenzione alla competitività una «pericolosa ossessione». Nella sua tesi, la crescita a lungo termine deriva dall’aumento della produttività, che avvantaggia tutti, anziché dal tentativo di migliorare la propria posizione relativa rispetto agli altri e acquisire la loro quota di crescita.
L’approccio adottato nei confronti della competitività in Europa dopo la crisi del debito sovrano sembrava comprovare la sua tesi. Abbiamo perseguito una strategia volta a ridurre in ogni Paese i salari, rispetto a quelli altrui. L’effetto, combinato con una politica fiscale prociclica, è stato solo di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale.
Ma la questione fondamentale non è che la competitività sia un concetto errato in sé. Il punto è che l’Europa ha guardato nella direzione sbagliata. Ci siamo rivolti verso l’interno, individuando tra di noi i nostri concorrenti, anche in settori come la difesa e l’energia, in cui abbiamo in realtà interessi comuni profondi. Allo stesso tempo, non abbiamo guardato abbastanza verso l’esterno: con una bilancia commerciale positiva, non abbiamo considerato il nostro livello di competitività esterna come un’importante questione politica. In un contesto internazionale favorevole, abbiamo confidato nella parità di condizioni e in un ordine internazionale basato su regole, aspettandoci che gli altri facessero lo stesso. Ma il mondo sta cambiando rapidamente, e siamo stati colti di sorpresa.
Soprattutto, altre regioni non si attengono più alle regole e vanno attivamente elaborando politiche volte a migliorare la loro posizione competitiva. Nella migliore delle ipotesi, si tratta di politiche progettate perché gli investimenti siano reindirizzati verso le loro economie a scapito delle nostre; nel peggiore dei casi, l’obiettivo è renderci permanentemente dipendenti da loro.
[…] L’Unione Europea, dal canto suo, non ha mai avuto un «Industrial Deal» equivalente, anche se la Commissione ha fatto tutto ciò che era in suo potere per colmare questa lacuna. Di conseguenza, nonostante una serie di positive iniziative in corso, manca ancora una strategia generale per una risposta adeguata in molteplici aree. Ciò di cui abbiamo bisogno è una strategia che ci consenta di tenere il passo nella corsa sempre più spietata per la leadership nell’ambito delle nuove tecnologie. Oggi investiamo meno in tecnologie digitali e avanzate rispetto a Stati Uniti e Cina, incluse quelle per la difesa, e solo quattro tra gli attori tecnologici europei globali sono tra i primi cinquanta a livello mondiale. Manca una strategia che ci aiuti a proteggere le nostre industrie tradizionali su un terreno di gioco globale reso disomogeneo da asimmetrie nelle normative, nell’erogazione dei sussidi e nelle politiche commerciali.
il nodo energia
Un esempio è rappresentato dalle industrie ad alta intensità energetica. In altre regioni, queste industrie devono far fronte non solo a costi energetici più bassi, ma anche a minori oneri normativi. In alcuni casi, ricevono massicci sussidi che minano direttamente la capacità delle aziende europee di competere. In assenza di politiche progettate e coordinate in modo strategico, alcune delle nostre industrie vedranno ridursi la propria capacità produttiva o si trasferiranno al di fuori dell’Unione Europea. […]
Ciò di cui abbiamo disperatamente bisogno è invece un’Ue che guardi al mondo di oggi e di domani. Ed è quindi un cambiamento radicale quello che propongo nel rapporto che mi è stato richiesto dalla presidente della Commissione, perché è di questo che abbiamo bisogno.
In definitiva, si tratterà di realizzare la trasformazione dell’intera economia europea. Dobbiamo poter contare su sistemi energetici decarbonizzati e indipendenti; su un sistema di difesa integrato e adeguato che sia fondato sull’UE; su una manifattura nazionale nei settori più innovativi e in rapida crescita; e su una posizione di leadership nel deep tech e nel digitale vicini alla nostra base manifatturiera. Ma i nostri concorrenti si muovono velocemente: dunque dobbiamo anche stabilire delle priorità. Sono necessarie azioni immediate nei settori con la maggiore esposizione alle sfide delle tecnologie green, digitali e di sicurezza. Il rapporto si concentra su dieci macrosettori dell’economia europea.
Ogni settore richiede riforme e strumenti specifici. Tuttavia, nella nostra analisi emergono tre filoni comuni per quanto attiene alle politiche di intervento.
Il primo filo conduttore è il raggiungimento di economie di scala. I nostri principali concorrenti stanno approfittando della loro condizione di economie di dimensioni continentali per accrescere la propria capacità produttiva, aumentare gli investimenti e conquistare quote di mercato nei settori in cui più conta. In Europa, godiamo dello stesso vantaggio naturale in termini di dimensioni, ma a frenarci è la frammentazione. Nel settore della difesa, ad esempio, la mancanza di economie di scala sta ostacolando lo sviluppo della capacità industriale europea, un problema riconosciuto nella recente Strategia europea per l’industria della difesa. I primi cinque operatori negli Stati Uniti rappresentano l’80 per cento del mercato, mentre in Europa arrivano solo al 45 per cento.
Questa differenza deriva in gran parte dal fatto che la spesa per la difesa dell’UE è frammentata. I governi ricorrono poco agli approvvigionamenti congiunti, che rappresentano meno del 20 per cento della spesa, e non si concentrano abbastanza sul nostro mercato: quasi l’80 per cento degli approvvigionamenti negli ultimi due anni proviene da Paesi al di fuori dell’Unione. Per soddisfare le nuove esigenze di difesa e sicurezza, dobbiamo intensificare gli approvvigionamenti congiunti, aumentare il coordinamento della nostra spesa e l’interoperabilità delle nostre attrezzature, e ridurre sostanzialmente le nostre dipendenze internazionali.
[…] Per incrementare gli investimenti, dobbiamo razionalizzare e armonizzare ulteriormente le normative sulle telecomunicazioni tra gli Stati membri e sostenere, non ostacolare, il consolidamento. E le questioni di scala sono cruciali, in modo diverso, anche per le giovani aziende da cui arrivano le idee più innovative. Il loro modello di business dipende dalla capacità di crescere rapidamente e commercializzare le proprie idee, il che a sua volta richiede un ampio mercato interno.
intelligenza artificiale
Inoltre, la scala è essenziale anche per lo sviluppo di farmaci innovativi, attraverso la standardizzazione dei dati dei pazienti dell’Ue e l’uso dell’intelligenza artificiale, che si avvantaggerebbe della nostra ricca disponibilità di dati, se solo questi potessero essere standardizzati. In Europa, siamo tradizionalmente molto forti nella ricerca, ma non riusciamo a portare l’innovazione sul mercato e a migliorarne le prestazioni. Potremmo affrontare questo ostacolo, tra altre possibili misure, rivedendo l’attuale regolamentazione prudenziale sui prestiti bancari e istituendo un nuovo regime normativo comune per le startup nel settore tecnologico.
Il secondo filo conduttore riguarda la fornitura di beni pubblici. Laddove ci sono investimenti di cui tutti beneficiamo, ma che nessun Paese può portare avanti da solo, ha decisamente senso agire insieme, altrimenti otterremo risultati inadeguati rispetto alle nostre esigenze, non solo sul versante del clima e della difesa, ma anche in altri settori.
L’economia europea presenta diverse strozzature in cui la mancanza di coordinamento pregiudica l’efficienza degli investimenti. Le reti energetiche, e in particolare le interconnessioni, ne sono un esempio. Si tratta di un chiaro bene pubblico, poiché un mercato energetico integrato ridurrebbe il costo dell’energia per le nostre aziende e ci renderebbe più resilienti di fronte alle crisi future - un obiettivo che la Commissione sta perseguendo nel contesto di REPowerEU. […]
Il terzo filo conduttore riguarda la garanzia di forniture di risorse e input essenziali. Se vogliamo realizzare le nostre ambizioni climatiche senza aumentare la nostra dipendenza dai Paesi su cui non possiamo più fare affidamento, abbiamo bisogno di una strategia globale che copra tutte le fasi della catena di approvvigionamento dei minerali critici.
le materie critiche
Attualmente, stiamo lasciando questo spazio principalmente agli attori privati, mentre altri governi guidano direttamente o coordinano con decisione l’intera catena. Abbiamo bisogno di una politica economica estera che ottenga gli stessi risultati per la nostra economia. La Commissione ha già avviato questo processo con la normativa europea sulle materie prime critiche, ma ci servono misure complementari per rendere i nostri obiettivi più tangibili. Ad esempio, potremmo prevedere una piattaforma europea dedicata ai minerali critici, principalmente per gli approvvigionamenti congiunti, la diversificazione sicura delle forniture, la condivisione dei finanziamenti e lo stoccaggio.
[…] Questi tre filoni ci impongono di riflettere profondamente su come organizzarci, su cosa vogliamo fare insieme e cosa invece vogliamo mantenere a livello nazionale. Ma l’urgenza della sfida che ci troviamo ad affrontare non ci concede il lusso di rimandare le risposte a tutte queste importanti domande fino alla prossima modifica del Trattato.
Per garantire la coerenza tra i diversi strumenti politici, dovremmo essere in grado di sviluppare ora un nuovo strumento strategico per il coordinamento delle politiche economiche. E se dovessimo scoprire che ciò non è attuabile, in specifici casi, dovremmo essere pronti a considerare di procedere con un sottoinsieme di Stati membri. Ad esempio, per la mobilitazione degli investimenti, una cooperazione rafforzata nella forma del cosiddetto 28° regime - un quadro giuridico unico e armonizzato, identico per ciascuno dei ventisette Paesi - potrebbe rappresentare la via verso l’Unione dei mercati di capitali. Ma, di norma, credo che la coesione politica della nostra Unione richieda un agire, possibilmente, sempre insieme, nella consapevolezza che la stessa coesione politica è oggi minacciata dai cambiamenti nel resto del mondo.
© 2026 Rizzoli
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Ansa
Messaggio dei pro life ai politici: non ci rassegniamo ad aborto e suicidio assistito.
Per il quinto anno consecutivo si è svolta a Roma la Manifestazione «Scegliamo la Vita», appuntamento nazionale organizzato da più di cento sigle del mondo pro-life, con la partecipazione di decine di migliaia di persone.
Persone di ogni età - dai bimbi in carrozzina accompagnati da mamma e papà, ai nonni di diverse età - tutti accomunati dalla volontà di mostrare che il «popolo della vita» non va in pensione, anzi è più che mai vivo, vivace e determinato nella missione di promuovere e difendere la vita, dal concepimento al suo naturale tramonto.
«Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, e si adopera attivamente per promuoverla» ha recentemente affermato papa Leone XIV: questo è il senso della manifestazione che si è snodata per le vie della capitale. Nel manifesto ufficiale della marcia si legge: «Il diritto alla vita è il diritto fondante ogni altro diritto umano … Se e quando viene violato il diritto alla vita, con un drammatico effetto traino, cadono tutti gli altri diritti, come stiamo vivendo nei nostri giorni, segnati da odio, violenze e guerre». Purtroppo, nel nostro Paese, già segnato dal dramma dell’aborto provocato, si stanno delineando nuove ombre di morte con il dibattito in corso sulla legalizzazione del suicidio assistito, mascherato da sollievo della sofferenza con morte dignitosa. Il «popolo della vita», per le vie di Roma, ha voluto dare una lettura opposta: la vera pietà è il rispetto assoluto della vita di ogni persona, che nel momento del dolore e della sofferenza ha bisogno di «cura totale», ricca di umanità e affetto, piuttosto che di iniezioni letali.
La manifestazione, che si è svolta con ordine, in un’atmosfera di serenità e di rispetto per chiunque, era «colorata» da numerosi striscioni inneggianti alla vita; in particolare un lungo striscione orizzontale, sostenuto da decine di partecipanti, con la scritta «Sì alla cura - No alla morte». Le decine di migliaia di partecipanti provenienti da ogni parte d’Italia sono state il segno concreto che la rassegnazione o l’indifferenza di fronte a leggi ingiuste non abita dalle parti del popolo della vita. Il grido «non ci rassegneremo mai» che echeggiò nel 1978 sulla bocca di Carlo Casini all’indomani della approvazione della legge 194 e che San Giovanni Paolo II arricchì con l’appello «Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita verrà offesa» contenuto in Evangelium Vitae (1995), non si è spento e si concretizza oggi in richieste ben precise: bloccare leggi che aprano a suicidio assistito/eutanasia; potenziare e finanziare la medicina palliativa (secondo la legge 38/2010); istituire un fondo di prevenzione dell’aborto, come vuole la stessa Legge 194, articolo 5; bloccare la liberalizzazione dell’aborto farmacologico con la pillole abortive (Circolare Speranza, agosto 2020); abolizione della norma che prevede l’acquisto delle «pillole del giorno dopo», senza ricetta medica; mantenere un rigoroso controllo sull’uso dei bloccanti lo sviluppo puberale nei casi di cosiddetta «disforia di genere». Al termine, in Piazza San Giovanni Laterano, Il popolo della vita ha lanciato dal palco un messaggio politico, forte e chiaro: ci sarà grande attenzione nel valutare chi vorrà farsi portavoce di queste precise istanze e chi, al contrario continuerà a parlare di assurdi e vergognosi «diritti» quali aborto e suicidio assistito: ai primi un convinto e forte sostegno, ai secondi una altrettanto forte e convinta opposizione. Non si può dare voto e consenso a chi legifera contro il diritto alla vita di ogni essere umano. Appuntamento a Roma fra un anno, ma il «popolo della vita» non conosce riposo: ogni giorno sarà in trincea nella difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale».
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