Eutanasia, se passa il referendum a rischio 30.000 persone l’anno
  • In Olanda i 1.882 casi del 2002 sono saliti a 6.938 nel 2020: + 270%. In Canada dal 2016 l’aumento è stato di oltre il 665% e in Belgio del 1.000% in tre lustri. E se da noi passasse il quesito dei radicali? Ecco le tremende previsioni.
  • Marina Casini Bandini, presidente del Movimento per la vita: «Non sono pessimista, queste battaglie hanno tempi lunghi. Il Parlamento deve dare risposte concrete alle sofferenze delle persone perché non siano disperate».
  • La bioeticista Assuntina Morresi: «Dove sono in vigore leggi permissive le richieste continuano a crescere. Fenomeno di dimensioni allarmanti. E non c’è motivo per pensare che ci si fermi qui».

Lo speciale contiene tre articoli.

Che cosa accade in un Paese dove si legalizzino l’eutanasia e il suicidio assistito? Nulla. Anzi, no: riconosce un fondamentale diritto per quanti, semplicemente, vogliono essere «liberi di scegliere». Questo assicurano i promotori del referendum sull’eutanasia legale, Marco Cappato in primis, che nei mesi scorsi hanno potuto contare sul convinto supporto di numerosi volti noti, a partire da quelli delle star di Instagram Fedez e Chiara Ferragni. Sfortunatamente, la faccenda è un più complessa e non la teoria né gli spauracchi di qualche oscurantista, bensì l’esperienza indica che, ovunque sia stata consentita, la «dolce morte» ha avviato una spirale con serie conseguenze sociali e culturali.

Iniziando con le prime, il dato che balza all’occhio è il boom della morte assistita che, dapprima presentata come rimedio per casi disperati, poi si fa tendenza. È andata così in Olanda, dove i 1.882 casi del 2002 nel 2020 sono diventati 6.938, con una crescita di quasi il 270%. Non solo. Secondo quanto pubblicato nel 2017 sul New England journal of medicine, oltre il 20% delle morti assistite nei Paesi Bassi non sarebbe registrato; il che vuol dire che il boom eutanasico è di fatto ancora più devastante di quanto appaia e che legalizzare il fenomeno non elimina affatto, neppure dopo anni, il suo lato clandestino. Il ritornello secondo cui, se legalizzi un fenomeno, ne elimini il prosperare clandestino viene dunque smentito dalla realtà.

Quello olandese non è il solo esempio di come la «dolce morte» tenda a dilagare. In Canada, in appena quattro anni -dal 2016 al 2020 – le eutanasie sono cresciute di oltre il 665%. Colpisce poi l’esempio del Belgio dove, dal 2003 al 2019, le morti on demand sono lievitate di oltre il 1.000%. C’è stata, è vero, una lieve flessione nel 2020 – con comunque circa 7 persone al giorno eliminate -, ma c’è chi stima che i decessi indotti registrati siano poco più della metà degli effettivi. Se si scava oltre, emerge un quadro più allarmante, che prova come legalizzare il diritto a essere uccisi generi un clima di morte duro da arginare, e che rischia di portare all’aumento pure dei suicidi. Ne è convinto Theo Boer, bioeticista dell’Università di Groningen, secondo cui in Olanda legalizzare l’eutanasia «non solo ha portato a più morti assistite, ma potrebbe anche essere una delle cause dell’aumento del numero di suicidi».

Sta di fatto che non di rado i medici, inclusi i favorevoli all’eutanasia, non riescono più a sopportare ciò cui sono costretti ad assistere con la «dolce morte», arrivando a dimettersi. Emblematica, al riguardo, la vicenda della dottoressa Berna van Baarsen, bioeticista che nel 2018, dopo dieci anni di onorato servizio, non se l’è più sentita di continuare a far parte di un comitato regionale del suo Paese, l’Olanda.

La riluttanza di tanti medici davanti all’iniezione letale ha portato alla creazione, sempre nei Paesi Bassi, di alcune cliniche preposte. Come la End of life clinic, dove lavorano 140 tra dottori e infermieri che prendono in carico, appunto, i pazienti il cui medico curante non se la sente di uccidere. Ma questo ai sostenitori della «dolce morte» ancora non basta. Essi chiedono ancora più. Istruttiva, su questo, è la testimonianza di Wim van Dijk, psicologo di 78 anni residente a Den Bosch, che due settimane fa era stato fermato dalla polizia nell’ambito di una indagine sul suicidio assistito illegale, avviata da mesi e che, ad agosto, aveva già portato all’arresto di Alex S., ventottenne accusato d’aver fornito a dozzine di persone, almeno sei delle quali sono poi morte, del «Middel X», un conservante letale (uccide in 30, massimo 60 secondi) sotto forma di polvere bianca, ben noto ai grossisti di prodotti chimici.

Ebbene, subito rilasciato van Dijk – che dal 2013 milita nella Coöperatie Laatste Wil, gruppo di pressione in favore del suicidio assistito – non si è impaurito, ma ha rincarato la dose. Infatti, dialogando con il giornale Volkskrant, ha rivendicato di aver contribuito alla morte di oltre 100 persone. «Sono molto consapevole delle conseguenze della mia storia, ma non mi interessa», ha dichiarato, subito aggiungendo: «Non mi importa molto se mi arrestano o mi mettono in prigione. Anzi, voglio che succeda qualcosa, che la magistratura agisca». Morale, dopo 20 anni di «dolce morte» in Olanda c’è ancora chi, a costo d’essere arrestato, confida nei giudici perché aprano nuovi varchi.

Un’altra conseguenza del riconoscimento, per via legislativa, del diritto di essere uccisi è la stigmatizzazione delle persone malate. Si prenda il citato Canada dove ancora nel 2017, sul Canadian medical association journal, si erano stimati in 138 milioni di dollari annui i risparmi per le casse pubbliche della morte indotta. E coincidenza, proprio da quel Paese un paio di anni fa era venuta la notizia di Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo, alle prese con il diritto… di vivere. L’uomo si era trovato davanti a un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno – e che non poteva permettersi – oppure l’eutanasia. Foley decise di denunciare l’ospedale e il governo dell’Ontario, producendo pure due audio (una del 2017, l’altra del 2018) nelle quali il personale ospedaliero cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita.

Inevitabile, allora, chiedersi che accadrebbe se pure l’Italia legalizzasse la «dolce morte», scenario tutto fuorché remoto viste le firme per il referendum e il disegno di legge sul suicidio assistito che a breve finirà alla Camera. Basandosi sui dati olandesi, Assuntina Morresi, docente universitaria e componente del Comitato nazionale di bioetica, ha stimato che l’Italia rischia 30.000 morti per eutanasia all’anno, oltre 80 al giorno. Considerato questo, e visto l’andazzo nei Paesi ricordati, meglio pensarci bene, prima d’imboccare una via così cupa.


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