- Negato alla Verità l’accesso al contratto con Astrazeneca. Svelare «aspetti commerciali» lede gli interessi di Big Pharma.
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Lo speciale contiene due articoli.
Rimane top secret il contratto stipulato il 27 agosto scorso tra la Commissione e Astrazeneca per la fornitura di 300 milioni di dosi (più un’opzione per altri 100 milioni) del vaccino anti Covid. Noi ci abbiamo provato, inviando il 14 settembre una richiesta di accesso agli atti nella quale chiedevamo una copia completa dell’intesa. Ci è voluto un mese e mezzo, ma alla fine Bruxelles ha risposto. Picche, ovviamente. Quattro pagine spesse come un muro di gomma, che testimoniano la precisa volontà politica di non lasciar trapelare alcun dettaglio sui termini dell’accordo con la casa produttrice britannico-svedese.
Problemi legati alla sicurezza sanitaria, potrà pensare qualcuno. E invece no. Molto più banalmente, si tratta di una questione di soldi. Nella risposta inviata alla Verità, la Commissione fa appello all’articolo 4 del regolamento 1049/2001, la norma cioè che regola l’accesso agli atti. «I documenti che contengono informazioni commerciali sensibili, la cui diffusione al pubblico potrebbe compromettere la protezione dei legittimi interessi delle aziende, sono coperte dalla protezione degli interessi commerciali», si legge nella lettera. Qualche decina di righe più avanti ci imbattiamo in una spiegazione ancora più eloquente: «I potenziali concorrenti potrebbero avere accesso sia alle informazioni commerciali riguardanti Astrazeneca, sia a qualsiasi altro elemento che permetta loro di ottenere un vantaggio competitivo». Ciò «non solo danneggerebbe gli interessi commerciali di Astrazeneca, ma anche l’imparzialità della competizione». Un’eventualità che, stando al giudizio di Bruxelles, potrebbe far saltare i negoziati e la conseguente distribuzione del vaccino agli Stati membri.
Gli accordi preliminari di acquisto – oltre ad Astrazeneca, l’Ue ha sottoscritto intese con Sanofi-Gsk e Johnson&Johnson, mentre altri colloqui esplorativi risultano conclusi – sono finanziati tramite lo Strumento per il sostegno di emergenza, il quale a sua volta si regge sui contributi degli Stati. Ma quando si tratta di scegliere tra il fondamentale diritto a essere informati sulle modalità con cui vengono spesi i soldi dei contribuenti e la difesa del tornaconto di Big Pharma, la Commissione sembra non avere dubbi e sceglie la seconda. La cosa ci stupisce fino a un certo punto. Già lo scorso 20 agosto un portavoce di Bruxelles ci aveva anticipato che il contratto non sarebbe stato reso pubblico per «ragioni di riservatezza». Identico trattamento riservato al Parlamento europeo, che a più riprese ha chiesto di conoscere i dettagli degli accordi. Anche in questo caso gli euroburocrati si sono trincerati dietro la necessità di tutelare «i negoziati sensibili e le informazioni commerciali, come le informazioni finanziarie e i piani di sviluppo e produzione». Forte del suo potere negoziale, lo scorso 22 settembre Astrazeneca si è perfino rifiutata di partecipare a un’audizione convocata dall’Europarlamento proprio al fine di dissipare la nebbia sui contratti.
«Il Berlaymont ha intavolato un dialogo con le case farmaceutiche da mesi, eppure ad oggi risulta impossibile avere accesso a qualunque tipo di informazione riguardi il vaccino che potrebbe cambiare le nostre vite», lamenta alla Verità il capogruppo di Identità e democrazia Marco Zanni, «su dosi disponibili, prezzi, entità degli accordi e clausole di responsabilità, nulla è dato sapere». Secondo Zanni occorre «oggi più che mai, coinvolgere il Parlamento e i suoi esponenti nelle decisioni che incideranno sulla salute dei cittadini e sul futuro dell’intero continente». «Confidando in un cambio di rotta suggeriremo alla Commissione di imboccare la strada del buonsenso», conclude Zanni, «la Lega sarà presente e non mancherà di chiedere conto alla Direzione incaricata di tutelare i progressi raggiunti con i Big Pharma, ma nel frattempo dispiace constatare che, anche di fronte a una pandemia, l’Europa voglia correre il rischio di non essere all’altezza del suo compito».
In calce al documento che blinda il testo del contratto con Astrazeneca c’è la firma di Sandra Gallina, direttore generale della direzione generale Salute e sicurezza alimentare. «Ho una bella notizia da dare», aveva annunciato trionfante appena dieci giorni fa il ministro per gli Affari europei, Vincenzo Amendola, «la direttrice generale della commissione Ue che sta seguendo il lavoro sui vaccini è una italiana ed è al centro della macchina». Lasciando così sottintendere una sorta di corsia preferenziale per il nostro Paese. E invece era una delle tante sparate del governo giallorosso. Un po’ come la storiella del vaccino disponibile a dicembre, ribadita domenica dal premier, Giuseppe Conte, nonostante le smentite arrivate da più parti. Già a giugno la Commissione motivava l’incarico alla Gallina in virtù della pregressa «notevole esperienza come negoziatore, che ha acquisito in una serie di incarichi di alta dirigenza nella direzione generale del Commercio». Posizione dalla quale non si occupa certo di perorare la causa dei giallorossi, bensì gli interessi della Commissione. Che oggi, a dire la verità, sembrano coincidere con quelli delle case farmaceutiche.
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